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L’Anime²

Autore: Francesco Cacciola · Data: 2026-02-23 · Fonte

9 — La fame sbagliata La febbre di un bambino non è solo febbre. È una piccola dittatura. Ti cambia la notte.Ti cambia il ritmo.Ti cambia il respiro. Elia lo sa. E per questo, quando riceve il messaggio della ex moglie, non fa domande. “Marta ha la febbre. Puoi venire?” Elia risponde subito. “Sì. Arrivo.” Non pensa al lavoro.Non pensa al giorno dopo. Pensa solo a una cosa: Marta deve sentire che lui c’è. — La casa della ex moglie è ordinata. Non nel modo ossessivo. Nel modo in cui lo sono le case di chi ha imparato a reggere anche da sola. Quando Elia entra, la trova in cucina. La ex moglie — Chiara — ha i capelli raccolti e una felpa chiara.È bella. Non “bella da colpo di fulmine”. Bella in quel modo adulto che non ha bisogno di nulla. È una bellezza che conosce la stanchezza e non se ne vergogna. Chiara lo guarda. Non con rancore.Non con dolcezza teatrale. Con una calma che fa male. «Ciao.» «Ciao.» Elia si avvicina. Si baciano sulla guancia. Un gesto semplice. Eppure, dentro Elia, quel gesto produce una fessura. Perché la pelle, certe memorie, le conserva. Marta è sul divano, con una coperta addosso. Quando vede Elia, apre gli occhi. «Papà…» Elia si piega. Le bacia la fronte. «Sono qui.» Marta fa un mezzo sorriso. Poi si stringe. Chiara parla piano. «Ha avuto trentanove. Ora è scesa.» Elia annuisce. «Hai fatto bene a chiamarmi.» Chiara lo guarda. «Non potevo non farlo.» Elia sente quella frase come un chiodo. Perché è vera. E perché contiene tutto:il loro passato, la loro separazione, e quel modo adulto di non distruggersi. — Alle 22:40, Marta è a letto. Chiara ha preparato la stanza. Non la sua stanza. La stanza di Marta. E ha preparato anche un’altra cosa:una coperta in più. Un cuscino. Una presenza. «Resta qui.» Elia annuisce. «Sì.» Chiara non lo dice, ma lo sa:se Marta si sveglia, vuole lui. Non la madre. Il padre. E questo, per Chiara, è una gioia e una ferita insieme. Elia si siede sul bordo del letto. Marta dorme. Il respiro è caldo. Ogni tanto tossisce. Elia resta lì. E mentre resta lì, sente quella stanchezza che non è fisica. Esistenziale. Quella stanchezza che ti prende quando la vita ti ha fatto essere adulto troppo a lungo. — Alle 2:47, Marta apre gli occhi. «Papà…» Elia si sporge. «Sono qui.» Marta deglutisce. «Mi fa male la testa.» Elia annuisce. «Lo so.» Marta lo guarda. Nella febbre, gli occhi sembrano più grandi. «Mamma dov’è?» Elia resta un secondo in silenzio. Non perché non sa cosa dire. Perché sa troppo bene cosa dire. «Nell’altra camera.» Marta stringe le labbra. «E tu?» Elia sorride. «Io sono qui.» Marta chiude gli occhi. Poi, come se parlasse da un punto più profondo: «Tu sei triste.» Elia sente un colpo. Non un colpo di dolore. Un colpo di verità. Elia non risponde subito. Poi dice: «A volte.» Marta annuisce. E prima di riaddormentarsi, sussurra: «Non devi essere sempre forte.» Elia resta fermo. E in quella frase di una bambina c’è una cosa che lui non ha mai sentito da un adulto. Il permesso. — Dopo che Marta si riaddormenta, Elia resta seduto. Il silenzio della casa è diverso dal silenzio di Assisi.Diverso dal silenzio della sua casa. Questo silenzio è pieno di una presenza che lui conosce troppo bene. La porta della camera è socchiusa. Il corridoio è buio. E da qualche parte, dall’altra parte, c’è Chiara. Elia sente il corpo. Sente il desiderio. Non un desiderio romantico. Un desiderio fisico, nudo. Quello che nasce quando sei stanco, solo, e improvvisamente hai vicino una donna che ti ha conosciuto davvero. Elia si alza. Piano. Cammina nel corridoio. Non pensa. Non ragiona. Va. Arriva davanti alla porta della camera di Chiara. Resta fermo. La mano si alza. Sfiora la maniglia. E in quell’istante, dentro Elia succede una cosa. Non un pensiero. Un vuoto. Il vuoto che lui conosce. Quel vuoto che arriva sempre quando prova a tornare indietro. Come se la vita gli dicesse: puoi farlo… ma non ti riempirà. Elia resta fermo. Poi abbassa la mano. Fa un passo indietro. E torna verso la stanza di Marta. Ma mentre torna, sente un rumore. Un fruscio. Una porta che si apre. Chiara è lì. In piedi. Silenziosa. Non ha la faccia arrabbiata. Ha la faccia di chi ha aspettato. E di chi, nel profondo, sperava. Chiara lo guarda. Poi dice, piano: «Vuoi entrare?» Elia sente il cuore battere forte. Per un secondo, tutto il corpo gli dice sì. Chiara è bella. È viva. È lì. E lei lo ama ancora. Elia potrebbe. Potrebbe entrare. Potrebbe farsi prendere. Potrebbe dimenticare. Potrebbe fingere che quel vuoto non esiste. Elia apre la bocca. Poi, in un lampo, sente l’elastico nel taschino. Non lo tocca. Lo sente. E quel sentire lo riporta a qualcosa che non ha nome. Una fedeltà. Una direzione. Elia abbassa lo sguardo e inventa la scusa più pulita del mondo. «No… io…» Chiara aspetta. Elia sorride appena. Un sorriso stanco. «Volevo chiederti la tachipirina per Marta… ma non volevo svegliarti.» Chiara resta ferma. Lo guarda. E capisce tutto. Non perché Elia è bravo a mentire. Perché Chiara lo conosce. E perché certe bugie, quando sono dette con dolcezza, sono ancora più crudeli. Chiara annuisce. «È sul comodino. Te l’avevo detto.» Elia annuisce. «Sì.» Chiara resta un secondo in silenzio. Poi fa un passo indietro. Non lo trattiene. Non lo punisce. Gli lascia la dignità. E questa è la cosa più dolorosa di tutte. Elia torna nella stanza. Si siede sul letto. E per un istante sente il male. Non come tragedia. Come confusione. Come colpa. Come paura. — La mattina, Marta sta meglio. La febbre è scesa. Si sveglia e guarda Elia. Sorride. Poi si gira e guarda la porta. «Mamma dov’è?» Elia risponde subito. «Nell’altra camera.» Marta si ferma. Poi, con una felicità innocente che taglia come un coltello: «Che bello. Siete nella stessa casa.» Elia sente una fitta. Non per Marta. Per se stesso. Perché quella frase gli mostra, in un secondo, tutte le strade possibili. E tutte le strade sbagliate. Elia accarezza i capelli di sua figlia. Sorride. Ma dentro, qualcosa trema. — Viola, nello stesso mattino, è in ufficio. Ma oggi l’ufficio le sembra più stretto. La scrivania è la stessa. I fogli sono gli stessi. Eppure lei sente che qualcosa si è spostato. Non nella vita. Dentro. È come se, dopo Assisi, la sua solitudine avesse perso la sua forma abituale. Non è più un’abitudine. È una domanda. Entra un uomo. Non Riccardo. Un altro. Un uomo distinto, educato, con un modo di parlare lento. Uno di quelli che non ti invadono. E proprio per questo, fanno più male. «Buongiorno.» «Buongiorno.» L’uomo le sorride. «Mi hanno detto che lei è… molto brava.» Viola annuisce. «Dipende da cosa serve.» L’uomo ride piano. «Serve una cosa semplice. Ma… io sono negato.» Viola prende i fogli. Li guarda. Poi lo guarda. E sente qualcosa. Non attrazione. Un possibile riposo. E quella possibilità la spaventa. Perché Viola, in questo momento, non vuole riposare su nessuno. Non vuole appoggiarsi. Perché quando ti appoggi, poi… devi fidarti. E lei non ha più voglia di fidarsi. Viola fa il suo lavoro. L’uomo la guarda. Non in modo sporco. In modo… ammirato. E mentre la guarda, dice una frase quasi casuale. «Lei ha un modo di stare…» Viola alza gli occhi. «Che modo?» L’uomo esita. «Come se… avesse visto cose.» Viola resta ferma. Non risponde. Perché quella frase, detta così, è un varco. E oggi lei non vuole varchi. Quando l’uomo esce, Viola resta con una sensazione strana: un vuoto più grande. Perché rifiutare è facile. È il dopo che è difficile. — Quella sera, Viola è da Giada. Non parlano. Stanno sul divano. Giada le passa un bicchiere di vino. Viola lo prende. Beve. Giada guarda la tv senza guardarla. Poi, a un certo punto, dice una frase. Non poetica. Non filosofica. Solo vera. «Tu hai paura di essere felice.» Viola ride. «No.» Giada la guarda. «Sì.» Viola resta zitta. Giada continua, senza cattiveria. «Non hai paura dell’amore. Hai paura che l’amore esista davvero. Perché se esiste, tu non hai più scuse.» Viola sente un colpo. Non un colpo di dolore. Un colpo di riconoscimento. Viola appoggia il bicchiere. E dice, piano: «Io non so più come si fa.» Giada annuisce. «Lo so.» Viola guarda il vuoto. E mentre lo guarda, sente una cosa. Un frammento. Un suono nella memoria. Il canto del monastero ad Assisi. E insieme, una presenza. Come se qualcuno, nello stesso istante, stesse rinunciando a qualcosa di sbagliato. Viola si stringe nelle spalle. Respira. E per la prima volta, senza capirlo, sente che quella presenza…non è più un’eco. È una direzione. — A casa, Elia resta con Marta la stringe a se mentre dorme È tardi. È stanco sente l’elastico. Lo tiene tra le dita. Lo guarda. E in quel cerchio nero sente una cosa che lo spaventa: non desiderio. Fedeltà. Elia chiude gli occhi. E per un secondo, smette di reggere. Sente e basta. — Viola rientra a casa tardi. Si siede sul letto. Prende il quaderno. Lo apre. Scrive una frase sola. “Non ho paura di amare. Ho paura che sia vero.” Poi chiude. E spegne la luce.
© Francesco Cacciola – L’Anime · Opera riservata