L’Anime²
10 — La barricata
Viola si sveglia con una frase già pronta nella testa.
Non è una frase poetica.
È una sentenza.
“Non è successo niente.”
La ripete mentre si lava la faccia.La ripete mentre si veste.La ripete mentre chiude la porta.
Come se bastasse dirlo per renderlo vero.
Il problema è che il corpo non la ascolta.
Il corpo, dopo Assisi, è cambiato.
Non nei gesti grandi.Nei dettagli.
Viola cammina più veloce.Respira più corto.Si irrita più facilmente.
E soprattutto…si sente osservata da qualcosa che non esiste.
Questa cosa, per lei, è intollerabile.
Perché Viola non è una donna che crede nei segnali.
Viola crede nelle circostanze.
Crede nelle prove.Nelle conseguenze.Nelle scelte.
E crede in una verità che si è tatuata addosso quando sua sorella è morta:
la felicità fa male.
Non sempre.Non per tutti.
Ma per lei sì.
Perché ogni volta che la vita sembrava aprirsi…qualcosa si è chiuso.
E lei ha imparato a difendersi.
—
A Spello, quella mattina, il sole è troppo bello.
Troppo chiaro.
Troppo simile a una promessa.
Viola odia le promesse.
Arriva in ufficio alle 8:47.
Trova un mazzo di fiori sulla scrivania.
Non sono enormi.
Non sono ridicoli.
Sono fiori scelti con cura.
Viola resta ferma.
Poi li guarda meglio.
Non c’è biglietto.
E questa cosa la irrita più dei fiori.
Perché un uomo che manda fiori senza firmarsi…non è romantico.
È un modo elegante di invadere.
Viola prende il mazzo.
Lo porta in un angolo.
Lo appoggia senza metterlo in acqua.
Come se non volesse dargli vita.
Poi si siede.
Accende il computer.
E sente che le mani le tremano appena.
Viola stringe i denti.
Non è successo niente.
—
Alle 10:12 entra Riccardo.
Non ha appuntamento.
E questo, per Viola, è già una colpa.
Riccardo si affaccia con quel sorriso che lui usa quando vuole sembrare innocuo.
«Ciao.»
Viola non si alza.
«Ciao.»
Riccardo guarda i fiori.
«Ah.»
Viola lo guarda.
«Ah cosa?»
Riccardo ride piano.
«Niente. È che… ti fanno sempre i fiori.»
Viola resta ferma.
«Non li voglio.»
Riccardo si appoggia allo stipite della porta.
«Lo so.»
E poi dice una frase che sembra gentile, ma non lo è.
«Tu non vuoi niente, Viola.»
Viola lo guarda.
Il silenzio dura un secondo.
Poi Viola risponde, con una calma che taglia.
«Io voglio tutto. È per questo che non voglio quasi nessuno.»
Riccardo abbassa lo sguardo.
Perché quella frase lo mette fuori gioco.
E Riccardo odia essere fuori gioco.
« Quando ti ho vista ad Assisi…»
Viola non si muove.
« lo hai già detto.»
Riccardo fa un passo.
«Ti ho vista… diversa.»
Viola sente la rabbia salire.
Non perché lui l’ha vista.
Perché lui ha ragione.
E Viola odia quando qualcuno ha ragione su di lei.
«Non ero diversa. Ero solo… in un posto che non ti riguarda.»
Riccardo sorride.
Un sorriso breve.
«Mi riguarda tutto quello che ti riguarda.»
Viola lo guarda.
E in quel momento, con una precisione feroce, sente una cosa:
Riccardo non la ama.
Riccardo la vuole.
È diverso.
Viola si alza.
«Esci.»
Riccardo resta fermo.
«Viola…»
Viola ripete.
«Esci.»
Riccardo la guarda ancora un secondo.
Poi esce.
E quando esce, Viola sente il vuoto.
Non il vuoto di prima.
Un vuoto nuovo.
Il vuoto che resta quando hai detto la verità e non ti ha liberato.
—
A mezzogiorno, Viola chiude l’ufficio per un’ora.
Non mangia.
Cammina.
Va verso il punto più alto del paese.
Dove la vista si apre.
Dove le case sembrano più piccole.
Viola si ferma.
Guarda il paesaggio.
E pensa a sua sorella.
Non al funerale.
Non alla tragedia.
Pensa a un giorno normale.
Un giorno in cui sua sorella rideva.
E in quel ricordo c’è una ferita più grande della morte.
Perché la morte, almeno, è definitiva.
Il ricordo no.
Il ricordo torna.
E ogni volta che torna, ti chiede di scegliere se soffrire o dimenticare.
Viola chiude gli occhi.
E, come sempre, sceglie la terza via:
controllare.
Controllare significa non sperare.
Non sperare significa non cadere.
Viola riapre gli occhi.
E dentro sente quella presenza.
Di nuovo.
Come un richiamo.
Viola stringe i pugni.
No.
No.
No.
—
Nel pomeriggio, Elia lavora.
Lavora davvero.
Non per distrarsi.
Perché il lavoro è la sua forma di preghiera.
Elia parla con operai.
Prende misure.
Fa telefonate.
Ma dentro, sotto tutto, c’è una cosa che pulsa.
Non è la ex moglie.
Non è Marta.
È quel battito in Basilica.
Quel secondo davanti al monastero.
Quella donna di profilo.
Quel riconoscimento senza volto.
Elia non sa cosa farsene.
E proprio per questo lo sente di più.
—
Alle 18:31, Elia riceve un messaggio.
Chiara.
“Marta ha ancora un po’ di febbre. Se vuoi, stasera resta qui. Così dorme tranquilla.”
Elia guarda lo schermo.
Potrebbe dire no.
Potrebbe.
Ma Marta viene prima di tutto.
Elia risponde:
“Ok”
—
La casa di Chiara, quella sera, ha un odore diverso.
Non di tisana.
Non di medicine.
Odora di cucina.
Elia entra e sente subito.
Non è un caso.
Chiara ha preparato la cena.
Non una cena “da mamma”.
Una cena da donna.
Una tavola apparecchiata bene.
Una candela.
Non romantica.
Solo… intenzionale.
Elia resta fermo sulla soglia.
Chiara esce dalla cucina.
Indossa un vestito semplice, ma aderente.
Non volgare.
Provocante nel modo più pericoloso:
nel modo naturale.
Elia la guarda.
E il corpo, per un istante, si ricorda.
Chiara sorride.
«Ciao.»
Elia deglutisce.
«Ciao.»
Chiara si avvicina.
Gli prende la giacca.
Le dita sfiorano il suo petto.
Un gesto casuale.
Troppo casuale.
Elia sente l’elastico nel taschino.
Lo sente come se fosse caldo.
Chiara appende la giacca.
«Marta dorme.»
Elia annuisce.
«Come sta?»
Chiara lo guarda.
«Meglio. Ti aspettava.»
Elia abbassa lo sguardo.
Perché quella frase, detta così, gli stringe il cuore.
—
Si siedono a tavola.
Mangiano.
Parlano di cose pratiche.
Scuola.Medicina.Orari.
Ma sotto c’è un’altra conversazione.
Una conversazione muta.
Chiara lo guarda troppo.
Elia risponde troppo poco.
Chiara versa il vino.
Elia dice no.
Chiara sorride.
«Hai paura?»
Elia alza gli occhi.
«Di cosa?»
Chiara appoggia il bicchiere.
«Di me.»
Elia resta fermo.
Poi dice la verità più piccola possibile.
«Non voglio confondere Marta.»
Chiara annuisce.
«Marta non è stupida.»
Elia stringe la forchetta.
Chiara si alza.
Prende i piatti.
Li porta in cucina.
Elia sente il rumore dell’acqua.
Poi Chiara torna.
Si siede accanto a lui.
Non di fronte.
Accanto.
Elia sente la distanza ridursi.
Chiara gli sfiora il ginocchio con il suo.
Un contatto minimo.
Ma sufficiente.
Elia inspira.
Chiara parla piano.
«Io ti amo ancora.»
Elia chiude gli occhi un secondo.
Non perché non lo sapeva.
Perché sentirlo detto così è come vedere una ferita.
Elia riapre gli occhi.
«Chiara…»
Chiara lo interrompe.
«Non ti sto chiedendo di tornare. Ti sto chiedendo di… entrare.»
Elia sente un colpo.
Un colpo fisico.
Perché quella frase è esattamente ciò che lui, da uomo, desidera.
E ciò che lui, da anima, rifiuta.
Elia resta fermo.
Chiara gli prende la mano.
La porta sul suo fianco.
Non con teatralità.
Con una lentezza che è quasi pietà.
Elia sente il calore.
Sente la forma.
Sente la memoria.
E per un istante, il mondo si spegne.
Elia potrebbe.
Potrebbe cedere.
Potrebbe lasciarsi andare.
Potrebbe fare quello che il corpo chiede.
E poi, come una lama, arriva il vuoto.
Il vuoto di quella notte.
Il vuoto della porta.
Il vuoto che gli dice:
non è qui.
Elia ritira la mano.
Chiara lo guarda.
Non arrabbiata.
Ferita.
«C’è un’altra?»
Elia scuote la testa.
«No.»
Chiara lo fissa.
«Allora cos’è?»
Elia non sa rispondere.
E questa è la cosa che lo umilia.
Perché un uomo dovrebbe sapere.
Dovrebbe avere una spiegazione.
Elia abbassa lo sguardo.
E dice la frase più onesta che riesce.
«Io… sento qualcosa.»
Chiara resta ferma.
«Cosa?»
Elia non la guarda.
«Non lo so.»
Chiara sorride, ma è un sorriso che trema.
«Quindi io sono meno di un “non lo so”?»
Elia sente la colpa salire.
E la colpa, in lui, è un veleno.
Elia prende la giacca.
La prende come un gesto di fuga.
Chiara lo guarda.
«Dove vai?»
Elia deglutisce.
«da Marta.»
Chiara annuisce.
Non lo ferma.
Perché Chiara, anche nel dolore, è adulta.
Elia prende la giacca.
E mentre la prende, sente l’elastico nel taschino.
Lo tira fuori.
Lo guarda.
Un secondo.
Poi lo rimette.
Come se stesse rimettendo via un segreto.
—
Nella stanza di Marta, Elia si sdraia.
Marta dorme.
Elia resta sveglio.
E per la prima volta da tanto tempo, sente paura.
Non paura di perdere.
Paura di trovare.
—
Viola, quella stessa notte, è sul divano.
Ha il quaderno sulle ginocchia.
Non scrive.
Lo guarda.
Poi lo chiude.
E dice a voce bassa, come se parlasse a se stessa:
«Non voglio.»
Non specifica cosa.
Perché se lo specificasse, diventerebbe reale.
Viola si alza.
Va in bagno.
Si guarda nello specchio.
E in quel volto bellissimo, stanco, vivo… vede la sua barricata.
Una barricata fatta di dolore.
Una barricata fatta di controllo.
Una barricata fatta di paura della felicità.
Viola spegne la luce.
Torna a letto.
E nel buio sente ancora quella presenza.
E per la prima volta, invece di scacciarla…la teme.
Perché sa che, se la lascia entrare, qualcosa in lei dovrà morire.
E lei non sa se è pronta.
© Francesco Cacciola – L’Anime · Opera riservata