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L’Anime²

Autore: Francesco Cacciola · Data: 2026-02-25 · Fonte

11 — La primavera non è gentile. 11 — La primavera non è gentile. La primavera non è gentile. È solo bella. E la bellezza, quando sei fragile, è una provocazione. Viola lo pensa mentre cammina verso l’ufficio. Il sole è pieno.Le strade sono vive.I balconi hanno fiori che sembrano messi lì apposta per ricordarti che il mondo non aspetta nessuno. Viola stringe la borsa. Ha dormito poco. Non per l’anniversario. Per il dopo. Per quella presenza che ormai non è più un’eco. È un disturbo. Un richiamo. Un animale invisibile che le gira dentro e non la lascia in pace. Viola, quella mattina, decide una cosa: oggi non ascolto niente. Oggi lavoro. Oggi vivo. Oggi faccio finta che la vita sia solo quello che si vede. — Alle 9:14 entra una ragazza. Avrà vent’anni. Ha gli occhi rossi. Non piange mentre parla.Ma la voce le trema. «Mi scusi… posso?» Viola la guarda. Annuisce. «Sì. Vieni.» La ragazza si siede. Si stringe le mani. Poi dice una frase che Viola non si aspetta. «Io non voglio più essere felice.» Viola resta ferma. Non per stupore. Perché quella frase è un colpo preciso. Viola la guarda meglio. «Perché?» La ragazza abbassa lo sguardo. «Perché quando sono felice… poi succede qualcosa.» Viola sente un nodo salire. Non nel cuore. In gola. La ragazza continua, senza retorica. «E allora ho capito che è meglio non esserlo. Così almeno non mi illudo.» Viola resta immobile. Sente il sangue nelle dita. Sente quella barricata che lei stessa si è costruita. La vede, improvvisamente, dall’esterno. È la stessa. È identica. Solo che detta da una ventenne… sembra ancora più tragica. Viola si sporge un poco. Parla piano. «Chi ti ha insegnato questa cosa?» La ragazza alza gli occhi. «La vita.» Viola annuisce. Poi dice una frase che le esce senza controllo. «La vita non ti insegna. La vita ti ferisce.» La ragazza la guarda. «E allora?» Viola resta un secondo in silenzio. Poi dice: «E allora… tu non devi diventare come la ferita.» La ragazza resta ferma. Sembra non capire. Sembra capire troppo. Viola prende un foglio. Scrive qualcosa. Non un numero. Non un appuntamento. Scrive una frase. E gliela porge. La ragazza la legge. “La felicità non è un premio. È un rischio.” La ragazza stringe il foglio. Viola la guarda. «Non ti sto dicendo di essere felice. Ti sto dicendo di non rinunciare.» La ragazza annuisce. Poi, senza sapere perché, si alza e la abbraccia. Un abbraccio breve. Improvviso. Viola resta rigida. Poi, per un istante, cede. E in quell’istante sente una cosa terribile: quanto le manca essere toccata senza intenzione. La ragazza se ne va. Viola resta lì. E capisce che oggi… qualcosa ha ceduto. Non lo diremo. Non lo chiameremo così. Ma lei lo sente. — Elia si sveglia alle 6:21. Non nel suo letto. Nel letto piccolo della stanza di Marta. Ha dormito male. Non perché Marta ha tossito. Perché la casa, di notte, ha parlato. E lui l’ha ascoltata troppo. Marta dorme ancora. Ha la fronte meno calda. Il respiro più regolare. Elia resta fermo un minuto. Guarda il soffitto. E dentro sente ancora la sera prima. Il corpo di Chiara. La sua vicinanza. Il modo in cui, a un certo punto, lei aveva preso la sua mano. Non con dolcezza. Con decisione. Come si prende una cosa che è già stata tua. E lui l’aveva sentita. L’aveva sentita davvero. E quel sentire — quella disponibilità, quella facilità — gli aveva fatto male. Perché gli aveva ricordato quanto può essere semplice, per un uomo, smettere di essere fedele a se stesso. E quanto, invece, lui non ci riesca più. Non perché sia migliore. Perché è già altrove. Anche se non sa dove. Chiara aveva parlato piano. Aveva fatto quella domanda che non è una domanda. Quella che non chiede un sì. Chiede una resa. E lui aveva risposto con la frase peggiore. Quella che ferisce senza cattiveria. Quella che ferisce proprio perché è onesta. «Non lo so.» Elia, nel buio, aveva visto il volto di Chiara cambiare. Non in rabbia. In distanza. E quella distanza gli era rimasta addosso come un odore. Elia non sa se ha fatto bene. Sa solo che ha fatto qualcosa. E quando fai qualcosa che non capisci, ti resta addosso. Si alza piano. Esce dalla stanza. La casa è silenziosa. In cucina trova Chiara già sveglia. Non in pigiama. Vestita. Come se non avesse dormito. Chiara lo guarda. Non sorride. Non è cattiva. È lucida. «Come sta?» Elia annuisce. «Meglio.» Chiara fa un gesto verso il tavolo. «Ho fatto il caffè.» Elia si siede. Beve. Non parlano della notte. Non parlano della porta. Non parlano di niente. E quel niente è più pesante di una discussione. Elia prende la giacca. La indossa. Sente l’elastico nel taschino. Lo sfiora. E quel gesto, oggi, non è più un tic. È una preghiera muta. «Vado a Spello.» Chiara annuisce. «Vai.» Elia esce. E mentre scende verso Spello, sente che la luce del mattino è troppo chiara. Come se il giorno sapesse.
© Francesco Cacciola – L’Anime · Opera riservata