8- Dopo
Spello, quando ci torni dopo Assisi, sembra più piccola.
Non perché lo sia davvero.
Perché Assisi ti lascia addosso una misura diversa.
Assisi è verticale.
Spello è laterale.
Assisi ti mette davanti a te stesso.
Spello ti rimette dentro la vita.
E a volte la vita, dopo che hai sentito qualcosa, fa più rumore.
—
Elia si sveglia alle 6:52.
Non è presto.
È solo prima.
Prima del pensiero.
Prima del peso.
Apre gli occhi e per un secondo non ricorda nulla.
Poi ricorda.
Non l’immagine di quella donna di cui non sa il nome ( Viola ).
Non l’ombra.
Ricorda il battito.
Quel colpo interno, improvviso, in Basilica.
Quel richiamo.
Quella sensazione di essere stato guardato da qualcosa che non aveva occhi.
Elia resta immobile.
Poi, come se fosse un gesto necessario, prende la giacca.
La sfiora.
Apre il taschino.
Tira fuori l’elastico.
Lo tiene tra le dita.
Non lo guarda.
Lo sente.
E mentre lo sente, Elia capisce una cosa senza parole:
da ieri, qualcosa è cambiato.
Non nella sua vita.
In lui.
—
Viola si sveglia alle 7:11.
Il giorno dopo un anniversario non è un giorno.
È un residuo.
È come quando finisce una febbre e ti resta addosso il sudore.
Viola apre gli occhi e sente subito il corpo pesante.
Non perché ha dormito male.
Perché ha sentito troppo.
Non la camera.
Non la madre.
Non la foto.
Quella cosa.
Quella presenza.
Quella sensazione alle spalle, davanti al monastero.
Viola si alza.
Va in bagno.
Si guarda nello specchio.
E per un secondo ha un impulso strano:
legarsi i capelli con un elastico.
Poi ricorda che non ce l’ha.
E quella mancanza, minuscola, le provoca una rabbia improvvisa.
Non verso l’elastico.
Verso se stessa.
Verso il fatto che lei, da ieri, è inquieta.
E non vuole esserlo.
—
Alle 9:03, Elia è già a Spello.
Lavora.
Parla.
Coordina.
Fa quello che fa.
Ma oggi, mentre parla con un artigiano, si accorge di una cosa.
Ascolta male.
Non perché è distratto.
Perché c’è un altro rumore dentro.
Un rumore che non ha forma.
Un rumore che assomiglia a una domanda.
Elia prende appunti.
Poi si ferma.
L’artigiano lo guarda.
«Tutto bene?»
Elia annuisce.
«Sì.»
È una bugia pulita.
—
Alle 9:22, Viola apre l’ufficio.
Accende il computer.
Sistema i fogli.
Fa ordine.
Ma oggi l’ordine non le basta.
È come se l’ordine fosse diventato un gesto estetico.
Un trucco.
E lei non ha voglia di trucchi.
Entra una donna.
Chiede una cosa.
Viola risponde.
Entra un uomo.
Chiede un’altra cosa.
Viola risponde.
E in mezzo, Viola sente una cosa che non dovrebbe sentire:
una fretta.
Non per finire.
Per uscire.
Per respirare.
Perché ieri, per un secondo, lei ha sentito un’aria diversa.
E adesso l’aria normale le sembra troppo stretta.
—
A mezzogiorno, Elia è in macchina.
Deve spostarsi da un punto all’altro.
Una via.
Un vicolo.
Una piazzetta.
E Spello, oggi, è piena di sole.
Il sole rende tutto più nitido.
Anche i pensieri.
Elia guida.
Si ferma.
Una donna attraversa.
Ha una molletta tra i capelli.
Un gesto semplice.
Ma quella molletta, in quell’istante, gli fa un effetto strano.
Elia non sa perché.
Non la riconosce.
Non può.
È troppo lontana.
È un dettaglio.
Eppure quel dettaglio gli stringe lo stomaco.
Elia rallenta.
Poi riparte.
E mentre riparte, sfiora l’elastico nel taschino.
—
Viola, alle 12:16, esce dall’ufficio.
Non ha bisogno.
Non è pausa pranzo.
È fuga.
Cammina.
Va verso la panetteria.
Non perché vuole il pane.
Perché vuole l’odore.
Perché vuole un gesto che non sia pensiero.
Entra.
Compra.
Esce.
E mentre esce, sente qualcuno dietro.
Non una presenza vaga.
Qualcuno.
Viola si irrigidisce.
Non si gira subito.
Poi si gira.
È un uomo.
Non quello.
Non il volto che non ha visto.
È Riccardo.
Riccardo sorride.
Non troppo.
«Ciao.»
Viola non sorride.
«Ciao.»
Riccardo fa un gesto piccolo.
«Come stai?»
Viola lo guarda.
E dentro sente una cosa feroce:
perché mi chiedi sempre come sto, se non ti interessa davvero?
Ma non lo dice.
Viola risponde con eleganza.
«Bene.»
Riccardo annuisce.
Poi, con una delicatezza che lui non sapeva di avere:
«Ieri ti ho vista in giro… eri strana.»
Viola si irrigidisce.
«Dove mi hai vista?»
Riccardo alza le spalle.
«Assisi.»
Viola resta ferma.
Il sangue le sale.
Non perché lui l’ha vista.
Perché qualcuno l’ha vista.
Perché Assisi, per lei, è una stanza privata.
E Riccardo ci è entrato senza bussare.
Viola stringe il sacchetto.
«Sono andata da mia madre.»
Riccardo annuisce.
«Capisco.»
E poi dice una frase che, senza volerlo, la colpisce.
«Quando torni da certi posti… ti cambia l’aria.»
Viola lo guarda.
Per un secondo, quel pensiero le sembra impossibile.
Perché non è Assisi che le ha cambiato l’aria.
È stata quella cosa.
Quella presenza.
Quell’uomo.
Ma lei non lo sa.
E proprio perché non lo sa, le fa paura.
Viola fa un passo indietro.
«Devo andare.»
Riccardo non insiste.
La guarda andare via.
E in quello sguardo, per la prima volta, non c’è desiderio.
C’è una domanda.
—
Nel pomeriggio, Elia riceve un messaggio dalla ex moglie.
“Marta ha la febbre. Puoi restare qui stanotte?”
Elia risponde subito.
“Sì.”
Poi, senza pensarci, aggiunge:
“Vengo subito.”
Il lavoro può aspettare.
Marta no.
Elia chiude la cartellina.
Esce.
Cammina veloce verso la macchina.
E in quel camminare veloce c’è una cosa nuova:
oggi, Elia ha bisogno di una certezza.
E l’unica certezza che ha è sua figlia.
—
Viola, alle 17:08, chiude l’ufficio.
Giada le scrive.
“Aperitivo?”
Viola guarda il telefono.
Potrebbe dire sì.
Ma oggi no.
Oggi Viola sente che se si siede con qualcuno, esplode.
Risponde:
“Non ce la faccio.”
Giada risponde subito.
“Ok. Vieni da me. Non parliamo.”
Viola guarda quel messaggio.
E per un attimo sente gratitudine.
Poi sente una cosa più grande:
stanchezza.
Viola risponde:
“Domani.”
E quella parola — domani — le sembra una promessa.
—
La sera, Elia viaggia verso Spello.
Il cielo è chiaro.
La primavera, quando scende la sera, sembra una cosa fragile.
Elia pensa a Marta.
Pensa alla febbre.
Pensa al letto.
Pensa al modo in cui Marta si stringe quando non sta bene.
E poi, senza motivo, pensa a quella figura vista ad Assisi.
A quel profilo.
A quel gesto.
A quel battito.
Elia stringe il volante.
E sente che il cuore gli fa male.
Non di dolore.
Di possibilità.
—
Viola è a casa.
Si siede sul divano.
Apre il quaderno.
Lo guarda.
Non scrive.
Poi, improvvisamente, prende la penna.
Scrive una frase.
Non la frase rituale.
Un’altra.
Una frase che non è una poesia.
È un dato.
“Ieri ho sentito qualcosa.”
Viola si ferma.
Rilegge.
Poi chiude il quaderno.
Come se avesse paura di andare oltre.
E resta lì.
Con il silenzio.
E con una presenza che ormai non è più un’ombra.
È un’eco.

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