Alcune eredità non si dividono:
si attraversano.
CAPITOLO XXII – Le parole che restano
(Giorno Ventidue — La sera del ritorno)
Rientrarono che era quasi buio.
Il cielo di Vicenza aveva il colore del ferro, e la casa li accolse come se sapesse che qualcosa si era spostato.
Martino accese una sola lampada nel salone: la luce tagliava la stanza in due, lasciando un lato nel buio.
Il Libro delle Mani era sul tavolo.
A nessuno venne voglia di toccarlo.
Restarono lì, in piedi, come dopo un funerale a cui non si sa cosa dire.
Fu Virginia, come sempre, la prima a rompere il silenzio.
— Sembrava vivo, oggi. L’ho sentito dappertutto, perfino nell’odore del metallo.
Enea annuì, sedendosi. — Sì, ma non capisco a cosa serva tutto questo.
— Forse a capire noi stessi.
— No, Virginia. — La voce di Roberto tagliò la stanza. — Serve a capire lui. E io non so se voglio ancora capirlo.
Martino non parlò. Sapeva che quella sera doveva lasciarli soli.
Restò in disparte, ma vicino abbastanza da sentire.
— Tu non lo capirai mai, Roberto. — disse Enea, piano. — Perché cerchi un padre perfetto, e quello non lo è stato.
— Non lo è stato? — ribatté Roberto, accendendosi una sigaretta che non aveva intenzione di fumare. — Era un tiranno. Ha costruito tutto per sé, e adesso finge di averlo fatto per noi.
— Non finge — intervenne Virginia. — Forse non sapeva come farlo diversamente.
— Ti stai lasciando ingannare dalle lettere — disse Roberto. — È facile amare un morto, non ti risponde.
Il silenzio che seguì pesava come vetro.
Enea si alzò, camminò fino alla finestra.
— Forse ha ragione — disse. — Io non riesco a perdonarlo, ma non riesco più neanche a odiarlo.
— E allora cosa vuoi? — Roberto alzò la voce. — Una redenzione poetica?
— No. Voglio solo non pensarlo più ogni volta che respiro.
Virginia lo guardò.
— Lui vive in noi, anche se non lo vogliamo.
— No — rispose Roberto. — Vive in questa casa, nei suoi orologi, nei suoi segreti. Noi non siamo che un riflesso.
Enea si voltò verso di lui, lo fissò a lungo.
— Ti sei mai chiesto perché non sei riuscito a staccarti davvero da tutto questo?
— Perché qualcuno doveva restare lucido.
— No, perché qualcuno doveva restare ferito. E tu ti sei offerto volontario.
Roberto si irrigidì.
Virginia, seduta accanto al tavolo, posò una mano su Il Libro delle Mani.
— Guardalo. Ogni nome lì dentro è una persona che lui ha ringraziato.
— E allora? —
— Allora anche noi potremmo esserci, un giorno.
— Io non voglio esserci — rispose Roberto, ma la voce si incrinò. — Io volevo solo un padre che mi chiamasse, non che mi educasse con un testamento.
Martino si mosse lentamente verso il tavolo.
La sua voce arrivò come una carezza.
— A volte le lettere arrivano troppo tardi, ma non per questo smettono di essere vere.
— E tu che ne sai? — chiese Roberto. — Tu lo difendi perché ti ha lasciato una parte.
Martino lo fissò, calmo.
— Non mi ha lasciato nulla. Mi ha affidato un compito. C’è differenza.
— E qual era il tuo compito, allora?
— Tenere viva la sua voce finché qualcuno fosse disposto ad ascoltarla.
Un lungo silenzio seguì.
Virginia guardava Martino come si guarda un uomo che porta dentro di sé una memoria troppo grande.
Enea si sedette, esausto.
— Io l’ho odiato, sai — disse. — Da ragazzo. Perché non era come gli altri padri, perché non veniva mai agli spettacoli, perché non aveva mai tempo.
Martino annuì. — Lo so.
— Ma oggi, nel laboratorio, ho pensato a quante persone lui ha messo al mondo con le mani, non solo con il sangue.
— È quello che voleva farvi capire. —
Roberto si alzò. Camminò fino alla vetrata, guardando il giardino buio.
— Io non so se riesco a perdonarlo. Ma da stamattina ho smesso di odiarlo con la stessa intensità. È già qualcosa.
— È moltissimo — disse Martino.
Virginia si avvicinò a Roberto. — E se provassimo a finire quello che lui ha cominciato?
— Cosa intendi?
— Questi luoghi. Il laboratorio, la mensa, la casa dello studente… Non dovevano essere solo eredità. Erano una mappa. Forse ogni luogo nasconde un pezzo di lui.
— Una caccia al tesoro? — ironizzò Enea.
— No. — rispose lei. — Una caccia alla verità.
Roberto la guardò, poi sorrise appena, per la prima volta.
— Hai il suo modo di parlare.
— No. — disse lei. — Ho il mio. Ma adesso voglio usarlo per capirlo.
Martino chiuse il Libro delle Mani con un gesto lento.
— Domani vi porterò in un altro posto. Un luogo che nessuno di voi conosce.
— Cos’è? — chiese Enea.
— È la parte che non ha mai voluto mostrare a nessuno. — rispose Martino. — Il laboratorio segreto.
Il silenzio si allungò ancora.
Poi Virginia disse piano:
— Allora domani si ricomincia.
Quella notte, Martino scrisse con le mani tremanti, come se temesse di rompere il silenzio nuovo che si era creato.
Diario di Martino – Giorno 22
Stasera ho visto i tre fratelli parlarsi per la prima volta.
Le loro parole erano pesanti, ma vere, come pietre che finalmente trovano il suolo dopo anni di caduta.
Roberto ha cominciato a perdere la rabbia, Enea il disincanto, Virginia ha trovato la sua voce.
Io ho solo ascoltato, come si ascolta la musica di un orologio che torna a ticchettare dopo anni di silenzio.
Forse Damiano non voleva essere capito.
Forse voleva solo essere ascoltato nel modo giusto.
E stanotte, credo, lo abbiamo fatto.

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