Quei cinque secondi

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Quei cinque secondi

Non so quando abbiano cominciato a esistere.

So soltanto che, a un certo punto della mia vita, ho iniziato ad accorgermene.

Arrivano senza chiedere il permesso.

Mentre il caffè sale nella moka.

Mentre il semaforo trattiene il traffico.

Mentre una porta deve ancora aprirsi.

Mentre l’ascensore decide il piano su cui fermarsi.

Succedono sempre così.

Nel punto esatto in cui non posso fare altro che aspettare.

       *Fermati.*


Per anni ho creduto che fossero semplici pause.

Quei piccoli ritardi che separano un gesto da quello successivo.

Poi ho capito che non stavo aspettando.

Stavo riemergendo.

È difficile raccontarlo.

È come quando rimani sott’acqua abbastanza a lungo da dimenticare il suono del tuo respiro.

Poi risali.

Non è soltanto aria quella che entra nei polmoni.

È il mondo che ritorna.

       *Respira.*


Durante il giorno mi capita di vivere senza attraversarmi davvero.

Rispondo.

Lavoro.

Sorrido.

Ascolto.

Parlo.

Perfino i pensieri sembrano aver imparato la strada da soli.

E, senza accorgermene, divento la somma delle cose che devo fare.

Mai delle cose che sono.

       *Non correre davanti a te stesso.*


Poi arrivano loro.

Cinque secondi.

Così brevi che nessuno li ricorda.

Così vasti da riuscire a contenere una vita intera.

In quei pochi istanti qualcosa si ricompone.

Un ricordo trova finalmente il coraggio di tornare.

Una frase ascoltata anni prima cambia significato.

Un dolore smette di chiedere spiegazioni.

Una gioia dimenticata bussa senza fare rumore.

Non succede niente.

Eppure cambia tutto.

       *Guarda meglio.*


Ho compreso una cosa che continuo a trovare disarmante.

Non sono gli avvenimenti a costruire ciò che diventiamo.

Gli avvenimenti ci attraversano.

Sono questi intervalli, invece, a rimettere ordine.

Come se qualcuno, dentro di noi, approfittasse di quel varco per riportare ogni cosa al proprio posto.

Non prendo decisioni.

Le decisioni verranno dopo.

Prima accade qualcosa di molto più raro.

Riconosco.

Riconosco ciò che avevo smesso di ascoltare.

Riconosco ciò che avevo lasciato indietro.

Riconosco me.

       *Eccoti.*


Forse è per questo che nessuno parla mai di quei cinque secondi.

Sono troppo brevi per essere raccontati.

Troppo silenziosi per essere fotografati.

Troppo veri per fare rumore.

Eppure continuo a pensare che la nostra esistenza cambi proprio lì.

Non mentre il mondo ci chiede di andare.

Ma nell’unico istante in cui smette, finalmente, di trascinarci.

       *Proteggili.*


Queste pagine nascono da quel luogo.

Non per raccontare ciò che accade.

Ma per restare, ogni volta, dentro quei cinque secondi.

Perché è lì che la vita, senza avvisare, torna ad avere il nostro stesso passo.

7 risposte a “Quei cinque secondi”

  1. Una nuova rubrica credo? E che forse avrà anche parecchio da insegnarmi…

    1. Insegnarti no…tu sei una grande anima …direi che possiamo ritrovarci in queste pagine come simili, come appassionati dello stesso concetto che ci intrappola in differenti pensieri…non posso insegnare a chi conosce già la profondità delle cose…grazie di cuore

      1. Ma grazie a te per questo concetto che hai di me.

  2. La poesia con cui hai descritto quei secondi, quel rivedersi, ritrovarsi… Non sarei di certo mai riuscita a realizzarla, ma ti assicuro che mi sono rivista in quell’attimo di respiro

    1. Onorato del tuo commento. Grazie infinite

  3. 🎀 Comprendo ~ E’ la coscienza dell’ATTIMO ~ E’ un affaccio mentale, direi intellettivo (da “INTELLETTO”, energia discernente che non va confusa con l’intelligenza) ~ E’ l’affaccio sul Varco metafisico ~ 🎀 Significa acquisire la cognizione dello scarto minimo e significante tra il prima e il dopo ~ In tale “frazione” si intravedono le importanze e si reincontra l’identita’ ~ 🎀 Molto bello …

    1. Mi piace molto questa tua lettura. Anch’io penso che esista quello scarto infinitesimale tra il prima e il dopo, ma credo che, più che un luogo da comprendere, sia un luogo da abitare.

      Un attimo in cui il pensiero rallenta abbastanza da lasciare passare qualcosa che normalmente resta invisibile. Non cambia il mondo intorno a noi, cambia il modo in cui torniamo a guardarlo.

      È proprio lì che ritroviamo la nostra identità. Non perché scopriamo qualcosa di nuovo, ma perché, per un istante, smettiamo di essere distratti da tutto ciò che nuovo non è.

      Ti ringrazio davvero.

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