Entro in libreria.
Non devo comprare niente.
È questo il problema.
Quando entro senza cercare un libro…
sono i libri che iniziano a cercare me.
…
Non ti perdere.
Ci provo.
Passo lentamente tra gli scaffali.
Sfioro i dorsi con le dita.
Non leggo i titoli.
Li ascolto.
Ogni copertina sembra dire piano:
“Apri me.”
È una strana forma di educazione.
Nessun libro alza la voce.
Aspettano.
Con una pazienza che gli esseri umani hanno dimenticato.
…
Una ragazza prende un romanzo.
Lo apre.
Non legge.
Lo avvicina al viso.
Respira.
Sorride.
Poi lo rimette al suo posto.
Esce.
…
L’hai visto?
Sì.
E continuo a chiedermi una cosa.
Che cosa aveva cercato davvero?
Una storia?
Oppure un ricordo?
Perché ci sono profumi che non appartengono alla carta.
Appartengono a un’età.
A una casa.
A qualcuno che ci leggeva prima di dormire.
…
Continuo il mio giro.
Mi fermo davanti a uno scaffale.
Prendo un libro.
Lo apro.
Dentro c’è una fotografia.
Piccola.
Sbiadita.
Due bambini.
Un cane.
Una bicicletta.
Nient’altro.
Qualcuno l’ha dimenticata lì.
Oppure…
ha scelto di lasciarla.
La guardo qualche secondo.
La rimetto esattamente dov’era.
Richiudo il libro.
Non è mia.
Eppure…
per un istante ho avuto la sensazione di aver attraversato la vita di uno sconosciuto.
…
Esco senza comprare nulla.
O almeno così credo.
Perché, da quando ho richiuso quel libro…
continuo a pensare che ogni persona che incontriamo abbia dentro fotografie che nessuno vedrà mai.
E forse è proprio questo il motivo per cui dovremmo imparare a trattarci con più delicatezza.
Non sappiamo mai quali pagine stia cercando di richiudere chi abbiamo davanti.

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