The Center Within è una rubrica concepita come un diario manoscritto. Ogni pagina nasce con un’impaginazione e una veste grafica che fanno parte dell’opera stessa.
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Per attraversare queste pagine così come sono state immaginate, puoi leggerle sul mio sito:
Buona lettura.
Tutti cercano un posto nel mondo. Pochi cercano il mondo dentro un posto.
Oggi mi sono sorpreso a compiere un gesto che non mi apparteneva.
Nulla di grave.
Nulla che un altro avrebbe potuto notare.
Ho sorriso nel momento esatto in cui avrei voluto tacere.
Fu un sorriso impeccabile.
Educato.
Puntuale.
Quasi elegante.
Ed ebbi paura.
Non per ciò che stavo nascondendo.
Per la naturalezza con cui lo nascosi.
Vi sono menzogne che pronunciamo con le parole e altre che, col trascorrere degli anni, impariamo a indossare.
Diventano postura.
Garbo.
Convenienza.
Una maniera così accurata di stare al mondo che nessuno pensa più di domandarsi quanto di noi sia rimasto davvero dentro.
Continuai la conversazione.
Annuii.
Risposi quando occorreva.
Perfino la mia voce sembrava conoscere perfettamente la parte.
Soltanto io avvertivo una distanza.
Non fra me e gli altri.
Fra me e me.
Questa idea mi accompagnò per il resto del giorno.
Cominciai a osservare i miei gesti come si osservano quelli d’un uomo incontrato per caso.
Quante cose facevo per abitudine.
Quante parole pronunciavo perché erano previste.
Quante risposte avevo imparato a dare prima ancora che qualcuno formulasse la domanda.
Mi domandai quando avessi cominciato a diventare così bravo nel somigliare a ciò che gli altri si aspettavano.
Non trovai una data.
Le trasformazioni più profonde non possiedono calendari.
Accadono per sottrazione.
Una volta rinunciamo a dire ciò che pensiamo per non ferire.
Un’altra smettiamo di chiedere ciò che desideriamo perché temiamo di sembrare esigenti.
Poi impariamo a non mostrare la stanchezza.
A non disturbare.
A non reclamare.
A non piangere nei giorni sbagliati.
E poco a poco diventiamo persone facilissime da amare.
Perché non domandiamo più quasi nulla.
Questa frase mi fece male.
Rimasi a lungo con essa.
Vi è qualcosa di terribile nell’essere apprezzati per la parte di noi che abbiamo costruito affinché nessuno dovesse sopportare quella vera.
Quante volte ci hanno detto: sei forte.
E noi abbiamo ringraziato.
Senza avere il coraggio di rispondere: no, sono soltanto diventato bravo a crollare quando non mi vede nessuno.
Quante volte ci hanno chiamati comprensivi perché avevamo smesso di spiegare ciò che ci feriva.
Generosi, perché concedevamo tutto.
Pazienti, perché rimandavamo noi stessi.
Forse esiste una forma di bontà che non nasce dall’amore.
Nasce dalla paura di perdere chi ci sta accanto.
Ed è la più pericolosa.
Perché possiede tutti i gesti della tenerezza e, intanto, divora lentamente colui che li compie.
Questa sera, rientrando, ho provato a ricordare qualcosa che desiderassi davvero.
Non qualcosa di utile.
Non qualcosa che migliorasse la mia vita.
Un desiderio inutile.
Di quelli che non possono essere difesi con la ragione.
Mi occorse tempo.
Questo mi commosse più di quanto avrei voluto.
Da bambino i desideri arrivavano prima delle spiegazioni.
Ora avevo bisogno di interrogarmi per ritrovarne uno.
Pensai allora che forse crescere non significa soltanto imparare chi siamo.
Significa anche dimenticarlo abbastanza da doverci cercare di nuovo.
E forse questa ricerca non è una sconfitta.
Forse è misericordia.
Perché vi sono uomini che attraversano tutta la propria esistenza senza accorgersi di essersi lasciati indietro.
Continuano.
Riescono.
Mantengono promesse.
Costruiscono giorni perfettamente ordinati.
E soltanto una notte, quando ormai nessuno domanda più nulla, sentono bussare da un luogo remoto.
Non è il passato.
Non è rimpianto.
Sono loro.
La parte rimasta ferma nel punto esatto in cui avevano cominciato a diventare necessari a tutti tranne che a se stessi.
Questa sera ho provato ad avvicinarmi a quella parte senza parole.
Non le ho promesso che cambierò.
Le promesse dette nel buio hanno spesso troppo coraggio.
Ho fatto qualcosa di più piccolo.
Le ho chiesto perdono.
Non per averla dimenticata.
Per averla fatta sentire superflua.
Rimasi fermo.
Non accadde nulla di straordinario.
Nessuna pace improvvisa.
Nessuna rivelazione.
Soltanto una sensazione lieve, quasi indegna d’essere raccontata.
Mi parve di tornare a occupare il mio corpo interamente.
Come se, dopo molto tempo, fossi rientrato in una stanza che portava ancora il mio nome.
Ora depongo la penna. Domani tornerò certamente a sorridere quando non ne avrò voglia, a tacere quando sarebbe più semplice spiegarmi, a essere quella parte di me che il mondo sa accogliere senza fatica. Ma da questa notte conosco il punto in cui ho lasciato l’altra. E vi sono ritorni che cominciano così: non facendo un passo, ma smettendo finalmente di fingere di non sapere dove siamo rimasti.

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