Il cartografo delle assenze

·

VI

IL NOME CHE MANCA

Elias rimase nella stanza fino a quando le fotografie smisero di sembrargli fotografie.

Dopo un certo tempo diventarono prove.

Non nel senso giuridico.

Nel senso peggiore.

Oggetti capaci di incrinare una vita senza avere bisogno di spiegarsi.

Mara le aveva disposte sul tavolo in ordine cronologico.

Poi niente.

Nadir era rimasto vicino alla porta.

Ada, invece, non era più entrata.

Stava nel corridoio.

Ferma.

Come se quella stanza avesse un confine che persino lei preferiva non oltrepassare.

Elias prese la fotografia del neonato.

La girò di nuovo.

3 aprile 1987.

Nessun nome.

Solo la data.

— Io avevo tre anni.

Mara annuì.

— Quasi quattro.

— Avrei dovuto ricordarlo.

Nessuno rispose.

Elias appoggiò l’immagine.

— Un bambino in casa. Mia madre. Mio padre. Io. Non puoi cancellare una cosa del genere dalla memoria.

Ada lo guardò dal corridoio.

— Non può?

Elias si voltò.

— Basta.

Ada non reagì.

— Basta con le risposte che sembrano sapere più di quanto dicono.

— Non sto cercando di irritarla.

— Le riesce bene comunque.

Mara lo osservò.

Lui lo sentì e abbassò subito il tono.

— Voglio capire.

Ada rimase immobile.

— Capire è diverso da recuperare.

— E io voglio entrambe le cose.

— Potrebbe non volerle quando saprà quanto costano.

Elias si alzò.

La sedia strisciò sul pavimento.

— Non mi interessa.

Ada finalmente entrò.

Due passi soltanto.

— È esattamente questa la frase che dice chi non conosce ancora il prezzo.

Silenzio.

Mara prese la lettera dal tavolo.

— Cominciamo da ciò che abbiamo.

Elias si passò entrambe le mani sul viso.

— Sì.

Mara indicò la prima riga.

— Tua madre scrive: “se un giorno troverai questa stanza”.

— Lo so.

— Quindi sapeva che la stanza poteva sparire.

— Oppure era malata.

Ada abbassò lo sguardo.

Nadir intervenne.

— O spaventata.

Elias lo guardò.

— Da cosa?

Nadir indicò il foglio.

— Da qualcosa che pensava potesse portarle via un figlio.

— Uno dei due.

— Non necessariamente.

Quella frase fermò tutti.

Elias si voltò completamente verso di lui.

— Cosa significa?

Nadir avvicinò la sedia al tavolo.

— Mio padre aveva una regola.

— Quale?

— Non segnava mai una persona sulle sue mappe.

Mara aggrottò la fronte.

— E questo dovrebbe aiutarci?

— Forse.

Nadir prese il quaderno nero.

Lo aprì.

Cercò una pagina.

Poi un’altra.

— Guardate.

Sul foglio c’era una piccola pianta di Varen.

Tre cerchi.

Una linea.

Nessun nome.

Nessuna iniziale.

Solo distanze.

11,4 m

7,2 m

23,8 m

Elias passò un dito vicino al bordo.

— Cosa sono?

— Non lo so.

— Di nuovo?

— Mio padre era un pessimo uomo da interrogare.

Mara si chinò sul quaderno.

— Però era metodico.

— Molto.

— Quindi se non scriveva mai i nomi, era intenzionale.

Nadir annuì.

Elias guardò Ada.

— Perché?

Lei abbassò gli occhi sul tavolo.

— Perché i nomi sono facili da portare via.

Elias rimase immobile.

Mara la fissò.

— Una città non porta via i nomi.

Ada la guardò.

— No.

Poi aggiunse:

— Le persone sì.


Alle due e venti del mattino la stanza scomparve.

Non successe all’improvviso.

Fu peggio.

Elias stava raccogliendo le fotografie quando notò che la finestra non era più perfettamente rettangolare.

Il lato destro sembrava più vicino.

Pensò alla stanchezza.

Poi guardò il tavolo.

Anche quello era troppo grande.

— Mara.

Lei sollevò gli occhi.

— Cosa?

— La stanza si sta restringendo.

Mara non rispose.

Misurò.

Quattordici metri quadrati.

Poi tredici e ottantuno.

Nadir prese il metro.

Tredici e cinquantasei.

Ada fece un passo indietro.

— Portate fuori tutto.

Nessuno discuté.

Mara prese le fotografie.

Nadir il quaderno.

Elias la scatola.

La lettera rimase sul tavolo.

— Quella — disse Ada.

Elias tornò indietro.

La prese.

Quando attraversò la soglia, la porta si chiuse dietro di lui.

Il muro tornò piano.

Nessun rumore.

Nessuna crepa.

Nessuna linea.

Solo intonaco bianco.

Mara misurò l’appartamento.

68,4 m².

Elias guardò il punto in cui un minuto prima c’era stata una stanza.

— È tornato come prima.

Ada scosse la testa.

— No.

— La misura sì.

— La misura non è la stessa cosa.

Elias la fissò.

— Cos’è cambiato?

Ada indicò ciò che teneva tra le mani.

La scatola.

Le fotografie.

La lettera.

— Adesso qualcosa è rimasto fuori.


Alle nove e dieci del mattino Elias era seduto nella sala anagrafica del municipio.

Non aveva dormito.

Mara nemmeno.

Nadir era tornato all’Archivio.

Ada era sparita prima dell’alba.

La donna allo sportello si chiamava Sofia Renner.

Aveva circa cinquant’anni e il genere di precisione che Elias riconobbe subito come professionale.

Non cercava le informazioni.

Le pretendeva dai documenti.

— Nome dei genitori?

Elias glieli diede.

Sofia digitò.

— Data di nascita sua?

— 18 maggio 1984.

Digitò ancora.

— Figlio unico.

Elias appoggiò le mani sulle ginocchia.

— È sicura?

Sofia lo guardò sopra il monitor.

— Non ancora. Per essere sicura devo controllare il registro storico.

Si alzò.

Scomparve dietro una porta.

Mara si chinò verso Elias.

— Respira.

— Sto respirando.

— Male.

— È il massimo che posso offrire stamattina.

Mara non sorrise.

Sofia tornò con un registro grande, rilegato in tela verde.

Lo aprì.

Aprile.

Passò il dito sulle righe.

Si fermò.

Poi tornò indietro.

— Curioso.

Elias sentì lo stomaco chiudersi.

— Cosa?

— La numerazione.

Mara si avvicinò.

— Che ha?

Sofia ruotò il registro.

Le nascite erano registrate progressivamente.

Elias fissò il salto.

— Manca il 415.

Sofia annuì.

— Esatto.

— È normale?

Lei esitò.

— Può capitare.

— Quanto spesso?

— Poco.

— Perché?

— Errore di trascrizione, annullamento, pagina rimossa, duplicazione.

Elias indicò lo spazio.

— Qui non c’è un errore.

Sofia passò il pollice sul bordo interno del volume.

La carta era stata tagliata.

Non strappata.

Tagliata.

Una porzione sottilissima mancava tra due pagine.

La donna si irrigidì.

— Questo non è normale.

Mara guardò Elias.

— Possiamo sapere cosa conteneva?

Sofia chiuse il registro.

— Se esisteva una copia parallela.

— Dove?

— Archivio sanitario. O parrocchiale, se la famiglia aveva registrato il battesimo.

Elias si fermò.

Battesimo.

Una parola semplice.

Eppure qualcosa dentro di lui reagì.

Non un ricordo.

Un odore.

Cera.

Legno.

Fiori bianchi.

E una mano piccola stretta nella sua.

Chiuse gli occhi.

— Elias?

Mara gli toccò il gomito.

— Sto bene.

Mentì.

Di nuovo.


La chiesa di San Jeron era chiusa.

Un foglio sulla porta indicava lavori di manutenzione fino alla settimana successiva.

Elias rimase sotto il portico.

— Naturalmente.

Mara guardò il foglio.

— Non credo faccia parte del mistero.

— Ormai sospetto anche dei ponteggi.

Una voce arrivò alle loro spalle.

— Fate bene.

Si voltarono.

Una donna stava salendo i gradini con una busta della spesa.

Capelli grigi raccolti male.

Un mazzo di chiavi in mano.

— Cercate qualcuno?

Mara indicò la porta.

— L’archivio parrocchiale.

La donna li osservò.

— Perché?

Elias le mostrò una fotografia.

Quella del bambino.

La donna la prese.

La guardò.

Poi Elias.

Poi di nuovo la foto.

Il suo volto cambiò.

— Dove l’ha trovata?

Elias sentì il cuore accelerare.

— Lo conosce?

La donna non rispose.

— Signora?

Lei gli restituì lentamente la fotografia.

— Entrate.


Si chiamava Elena Vos.

Non era una suora.

Non era una sacerdotessa.

Non era neppure dipendente della chiesa.

— Sono quella che sa dove sono le cose.

Fu così che si presentò.

Aprì una porta laterale.

Attraversarono un corridoio.

L’odore arrivò subito.

Cera.

Legno.

Fiori secchi.

Elias si fermò.

Mara lo guardò.

— Lo conosci?

— Non lo so.

Elena si voltò.

— È una risposta interessante.

— Perché?

— Perché di solito le persone dicono sì oppure no.

Proseguì.

L’archivio era una stanza stretta.

Registri.

Scatole.

Fotografie.

Elena prese un volume del 1987.

— Data?

— Tre aprile.

Lei sfogliò.

— Battesimo non significa nascita.

— Lo so.

— Quindi devo cercare nei mesi successivi.

Passò a maggio.

Giugno.

Luglio.

Agosto.

Poi si fermò.

Un dito sulla pagina.

— Eccolo.

Elias si avvicinò.

Mara rimase accanto a lui.

Elena lesse.

— 23 agosto 1987.

Scese di una riga.

Silenzio.

— Cosa c’è scritto? — chiese Elias.

Elena non rispose.

Gli porse il registro.

Lui guardò.

Nome del padre.

Nome della madre.

Entrambi corretti.

Poi:

Secondogenito maschio.

Elias sentì il petto stringersi.

Sotto c’era uno spazio.

Il nome del bambino era stato cancellato.

Non con una riga.

Con qualcosa di più violento.

La carta era raschiata.

Quasi scavata.

Mara avvicinò il volto.

— Si può recuperare?

Elena scosse la testa.

— Forse con una luce radente. Dipende da quanto hanno inciso.

Elias passò il dito vicino alla superficie.

Non la toccò.

— Chi può averlo fatto?

Elena chiuse lentamente il registro.

— Qualcuno che non voleva che quel nome rimanesse.

— Quando?

— Non posso saperlo.

Elias guardò la donna.

— Prima ha riconosciuto la fotografia.

Elena non rispose.

— Lo ha riconosciuto.

Lei si sedette.

Per la prima volta sembrò stanca.

Molto.

— Non il bambino.

— Allora cosa?

Elena indicò il bordo della fotografia.

Elias guardò.

C’era una piccola coperta.

Bianca.

Ricamata.

Un motivo quasi invisibile.

Tre linee curve dentro un cerchio.

Lo stesso simbolo della filigrana.

Elias sentì il sangue raffreddarsi.

— Varga.

Elena lo guardò.

— Non è una cartiera.

— Ilse ha detto…

— Sì.

Elena abbassò la voce.

— Lo dicevano tutti.

Mara si irrigidì.

— Cosa significa?

Elena si alzò.

Andò verso uno scaffale.

Prese una scatola di legno.

La posò sul tavolo.

Dentro c’erano fotografie.

Certificati.

Lettere.

Elena ne estrasse una.

Una foto di gruppo.

Otto persone.

Uomini e donne.

Davanti a un edificio industriale.

Sul retro:

Varga & Figli — 1929

Elena indicò tre volti.

— Nessuno di loro lavorava con la carta.

Elias la guardò.

— E cosa facevano?

— Cercavano famiglie.

— Perché?

Elena fece una pausa.

— Perché a Varen certe assenze non accadevano da sole.

Mara si fece più vicina.

— Sta dicendo che qualcuno le provocava?

Elena non rispose direttamente.

Prese un altro documento.

Una lista.

Quattordici nomi.

Alcuni cancellati.

Altri no.

In fondo, una data.

17 novembre 1931.

Elias sentì la stanza inclinarsi appena.

Ada.

Vicolo Orsa.

La morte.

La mappa.

Tutto ancora lì.

Elena indicò uno dei nomi.

Holt, Ada.

Poi un altro.

Venn, Elias.

Elias smise di respirare.

Mara afferrò il foglio.

— No.

— Questo è impossibile — disse Elias.

Elena lo guardò.

— Sì.

— Io sono nato nel 1984.

— Lo so.

— Questo documento è del 1931.

— Lo so.

Elias la fissò.

— Allora non può essere il mio nome.

Elena non disse niente.

Gli occhi andarono più in basso.

Elias seguì lo sguardo.

Sotto il proprio nome ce n’era un altro.

Quasi cancellato.

Rimanevano soltanto alcune lettere.

…ren Venn

Elias sentì qualcosa muoversi dentro di sé.

Un suono.

Una sillaba.

Un ricordo senza immagine.

Mara lo guardò.

— Elias?

Lui non rispose.

Avvicinò il foglio.

Le lettere erano incomplete.

Ma abbastanza.

…ren Venn

Poi accadde.

Non una visione.

Non una voce.

Qualcosa di molto più piccolo.

E proprio per questo più terribile.

La sua bocca formò un nome prima che lui decidesse di pronunciarlo.

— Loren.

Silenzio.

Mara lo fissò.

Elena chiuse gli occhi.

Elias guardò entrambe.

— Perché ho detto Loren?

Nessuno rispose.

Poi, dal corridoio, arrivò il rumore di passi.

Lenti.

Regolari.

Qualcuno si fermò davanti alla porta.

Tre colpi.

Elena impallidì.

— Non aprite.

Mara la guardò.

— Perché?

Elena abbassò la voce.

— Perché se ha ricordato il nome…

Un altro colpo.

Più forte.

Elena guardò Elias.

— …qualcuno adesso saprà che sta tornando.

Rispondi

Il mio Blog

Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

Iscriviti

Scopri di più da Silenzio Letteraio - Nel Silenzio del Tempo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere