XIX
LA VERSIONE IN CUI NON CI SIAMO INCONTRATI
Mara non lasciò la mano di Elias.
Fu la prima cosa che lui notò.
Non la frase di Elian.
Non la città che continuava a crescere dentro Piazza Roven.
Non Ada ancora a terra, sostenuta da Loren.
La mano.
Le dita di Mara strette alle sue.
Presenti.
Calde.
Vive.
— Nella sua, sei stato tu a ucciderla.
Elian non alzò la voce.
Non ne aveva bisogno.
Elias lo fissò.
— Ripetilo.
Mara si voltò verso di lui.
— Non serve.
— A me sì.
Elian guardò la loro mano intrecciata.
— Nella mia storia Mara Kessler è morta il 6 settembre 2008.
Mara irrigidì le dita.
Il ponte Havel.
La valigia.
Jonas.
Elias sentì il collegamento prima ancora che l’uomo continuasse.
— E tu eri lì.
— Nel 2008 avevo ventiquattro anni.
— Anch’io.
Elias fece un passo.
— Non la conoscevo.
Elian sorrise appena.
— Io sì.
Mara lasciò lentamente la mano di Elias.
Questa volta per scelta.
— Bene.
Guardò Elian.
— Partiamo dall’inizio.
L’uomo sembrò quasi sorpreso.
— Non hai paura?
— Moltissima.
— Non sembra.
— È una delle poche cose che so fare bene.
Mara indicò la piazza.
— Ma visto che stiamo ospitando una città inesistente, una bambina del 1892 e una versione alternativa dell’uomo con cui lavoro, preferirei almeno avere una cronologia.
Elias la guardò.
— L’uomo con cui lavori?
— Non è il momento.
Elian osservò Mara più a lungo del necessario.
Poi disse:
— Hai ancora lo stesso modo di nascondere le cose.
— E tu hai già cominciato a irritarmi. Quindi qualcosa in comune dobbiamo averlo avuto.
Per la prima volta Elian sorrise davvero.
Durò pochissimo.
— Sì.
— Quanto?
Elian guardò Elias.
— Abbastanza da rovinare tutto.
La città senza nome continuava a passare attraverso Varen.
Non cresceva verso l’alto.
Si sovrapponeva.
Un portico comparve davanti alla farmacia.
Una finestra si aprì dentro il muro di una banca.
Una strada stretta attraversò Piazza Roven e proseguì dentro un edificio moderno senza danneggiarlo.
Le persone urlavano.
Alcune correvano.
Altre restavano.
Elias notò qualcosa.
Le figure restituite non sembravano spaventate dalla città nuova.
La riconoscevano.
— Ada.
Lei era riuscita a rialzarsi.
— Sì?
— Quella città.
— La vedo.
— Le persone che stanno tornando sanno cos’è.
Ada guardò la folla.
Un uomo anziano aveva appena appoggiato la mano a un muro comparso dal nulla.
Piangeva.
— Alcune sì.
— Perché?
Elian rispose.
— Perché non è una città.
Mara lo guardò.
— Ancora?
— È una convergenza.
Elias chiuse gli occhi per un istante.
— Le possibilità scartate.
Elian annuì.
— Quelle che hanno avuto abbastanza conseguenze da continuare a esistere, ma non abbastanza da diventare la vostra storia.
Iris si avvicinò.
— Quindi non viene da un altro mondo.
Elian la guardò.
Il suo volto cambiò.
Non paura.
Dolore.
— No.
— Mi conosci?
Loren fece un passo davanti alla figlia.
— Rispondi.
Elian continuò a guardare Iris.
— Sì.
Loren irrigidì la mascella.
— Da dove?
— Dalla mia vita.
Iris abbassò gli occhi.
— Esisto anche lì.
— Esistevi.
Loren lo afferrò per il cappotto.
— Smettila.
Elian non oppose resistenza.
— Avevi diciassette anni anche allora.
— Allora quando?
Elian guardò lui.
— Il 17 novembre 2026.
Loren lo lasciò.
Elias sentì qualcosa cedere nella piazza.
Non un edificio.
Una possibilità.
— Cosa succede il 17 novembre nella tua storia?
Elian rispose:
— Varen scompare.
Ada chiuse gli occhi.
— No.
Elian la guardò.
— Sì.
— Non può.
— È già successo.
Mara intervenne.
— Nella tua versione.
— Esatto.
Elias si avvicinò.
— E cosa nasce al suo posto?
Elian indicò la città senza nome.
— Questa.
Elias guardò le strade sovrapposte.
— È la città che sostituisce Varen.
— Non soltanto Varen.
— Cosa significa?
Elian abbassò gli occhi sulla pavimentazione.
— Quando avete cancellato Varen, il contenitore ha avuto finalmente spazio.
— “Avete”?
Elian guardò lui.
— Tu.
Elias non disse nulla.
Mara invece sì.
— No.
Elian la ignorò.
— Il 17 novembre sei entrato nel punto di origine.
— Questo lo sappiamo.
— Hai creato la compatibilità.
— Questo lo sappiamo anche.
— E poi hai commesso l’errore.
Elias lo fissò.
— Quale?
— Hai provato a salvare tutti.
La frase arrivò senza enfasi.
Fu peggiore così.
Mara guardò Elias.
Elian continuò.
— Hai lasciato che ogni possibilità fosse riconosciuta.
— La rete.
— Sì.
— Ha funzionato.
— Perfettamente.
Iris sussurrò:
— Troppo.
Elian annuì.
— Tutto ciò che aveva avuto anche una sola conseguenza ha acquisito diritto di permanenza.
Elias guardò la città.
— E due storie incompatibili…
— Non possono occupare lo stesso posto.
— Quindi?
Elian indicò intorno.
— Il sistema ha fatto esattamente ciò che gli avevi impedito di fare fino a quel momento.
Mara comprese.
— Ha corretto.
— Sì.
Elias sentì la nausea.
— Quante?
— Cosa?
— Quante persone sono morte?
Elian rimase in silenzio.
— Dimmi il numero.
— Non esiste un numero.
— Perché?
— Perché alcune non sono morte.
— E cosa sono?
— Mai nate.
Elias lo fissò.
— Altre hanno vissuto vite diverse.
— Sì.
— Altre?
— Non hanno incontrato chi avrebbero incontrato.
— Altre?
Elian abbassò gli occhi.
— Hanno avuto figli diversi.
— Altre?
— Sono diventate persone diverse.
Mara guardava Elias.
Lui non riusciva a fermarsi.
— E tu?
Elian sollevò il viso.
— Io sono quello che è rimasto quando tu hai scelto.
Due Elias.
Non identici.
Non sovrapposti.
Uno aveva attraversato il contenitore.
Uno no.
Uno era stato bambino nel 1931.
Uno era rimasto nella propria linea.
Elias guardò gli occhi dell’altro.
Uguali.
Ma non lo erano.
C’era qualcosa di più duro.
Non cattivo.
Consumado.
— Come hai conosciuto Mara?
Mara si voltò.
— Elias.
— Voglio saperlo.
Elian la guardò.
— Ponte Havel.
La piazza sembrò perdere rumore.
— 6 settembre 2008.
Mara non respirò.
— Jonas.
— Non arrivò.
— Perché?
Elian guardò Elias.
— Perché tu lo avevi riconosciuto.
Elias sentì il significato avvicinarsi.
— Non capisco.
— Nella mia storia Jonas Ert era una delle prime restituzioni.
Mara si portò una mano al petto.
— Jonas era stato cancellato?
— Sì.
— Quando?
— 2008.
— Ma io lo ricordo prima.
— Perché eri legata a lui.
Mara scosse la testa.
— No.
— Mara.
— No.
— È successo.
— Non nella mia vita.
Elian sorrise tristemente.
— È questo il problema.
La bambina Emilie era rimasta poco distante.
Ascoltava.
Mara la guardò.
Poi Elian.
— Jonas era suo fratello.
— Sì.
— Nato quasi un secolo dopo.
— Sì.
— Come?
Elian indicò Emilie.
— La famiglia Ert ha perso una figlia nel 1892.
— Emilie.
— La sua assenza ha deformato la linea familiare.
Elias comprese.
— Come una stanza mancante.
— Esatto.
— La famiglia ha continuato a produrre conseguenze attorno a qualcosa che non ricordava.
— Sì.
Mara sussurrò:
— Jonas.
— Jonas era una di quelle conseguenze.
Emilie li guardava senza comprendere.
Mara si inginocchiò di nuovo davanti a lei.
— Jonas non è tuo fratello.
La bambina aggrottò la fronte.
— Certo che sì.
Mara la guardò negli occhi.
— Lo so.
Poi si voltò verso Elian.
— Continua.
L’uomo esitò.
— Il 6 settembre 2008 Jonas sarebbe dovuto venire al ponte.
— Sì.
— Tu volevi partire con lui.
— Sì.
— Ma quel pomeriggio la rete lo ha riconosciuto per ciò che era.
— Una conseguenza di Emilie.
— Sì.
Elias disse:
— E quindi?
Elian lo guardò.
— È stato restituito alla linea originale.
Mara non capì.
— Cosa significa?
— Che Jonas Ert ha cessato di esistere nella forma che conoscevi.
Mara chiuse gli occhi.
La fotografia del ponte.
Jonas.
La valigia.
Poi niente.
— Ecco perché non è arrivato.
Elian annuì.
— Sì.
— E io?
— Sei andata comunque.
Mara lo guardò.
— Al ponte?
— Sì.
— E hai trovato te.
Elian annuì.
Elias si sentì fuori posto dentro la propria faccia.
— Perché eri lì?
— Cercavo Jonas.
— Lo conoscevi?
— No.
— Allora?
Elian indicò lui.
— Perché ero già il cartografo.
Elias aggrottò la fronte.
— Tu?
— Non sei l’unica versione di noi che sa disegnare ciò che manca.
La frase ebbe qualcosa di intimo e irritante.
Elias non riuscì a decidere quale delle due cose gli desse più fastidio.
Mara quasi sorrise.
— Questo spiega parecchio.
Entrambi la guardarono.
— Cosa?
— Niente. Continuate pure a competere per chi ha il trauma più geometricamente elegante.
Iris abbassò il viso per nascondere una risata.
Elian tornò serio.
— Ti ho incontrata sul ponte.
Guardò Mara.
— Pioveva.
— Sì.
— Avevi una valigia blu.
Mara impallidì.
— Era verde.
Elian la fissò.
— No.
— Verde.
— Blu.
— La mia era verde.
Elias intervenne.
— Due versioni.
Mara guardò entrambi.
Elian comprese.
— Nella mia storia era blu.
— Nella mia verde.
Un dettaglio.
Minuscolo.
Ma era la prima prova concreta che Elian non proveniva dal loro passato.
Proveniva da una conseguenza diversa.
— E poi? — chiese Mara.
Elian la guardò.
— Ti ho detto che Jonas non sarebbe arrivato.
— Mi hai creduto?
— No.
— Bene.
— Mi hai dato uno schiaffo.
Mara inclinò il capo.
— Ancora meglio.
— Poi ti ho mostrato una fotografia.
Elias guardò il telefono che Mara stringeva ancora.
— Quale?
— Quella in cui Jonas non c’era.
Mara smise di scherzare.
— E siamo rimasti sul ponte.
— Fino all’alba.
— Poi?
Elian guardò Elias.
— Poi tutto ciò che tu e Mara avete vissuto adesso…
Una pausa.
— …noi l’abbiamo vissuto diciotto anni prima.
Elias non avrebbe voluto provare gelosia.
Era assurdo.
Era una versione di se stesso.
In una storia che non era accaduta.
Mara non era la stessa Mara.
O forse sì.
Era esattamente il tipo di pensiero che avrebbe preferito non avere mentre una città inesistente attraversava Piazza Roven.
Mara lo guardò.
Capì comunque.
— Non farlo.
— Cosa?
— Qualunque pensiero stupido tu stia facendo.
— Non sto facendo nessun pensiero stupido.
— Allora è peggio del previsto.
Elian li osservava.
Quella volta il dolore nel suo volto era evidente.
— Quanto siamo stati insieme? — chiese Mara.
Elias la guardò.
Lei non si voltò.
Elian rispose:
— Diciotto anni.
Mara inspirò.
— Fino a quando sono morta.
— Sì.
— Come?
Elian guardò Elias.
— Per colpa sua.
Elias fece un passo.
— Mia?
— Sua.
Indicò Mara.
— Della versione di te che hai davanti.
Mara scosse la testa.
— Non ha senso.
— Lo avrà.
— Spero sinceramente di no.
Elian si avvicinò.
— Il 17 novembre 2026, nella mia storia, lui è entrato nel contenitore.
— Tu no.
— No.
— Perché?
— Perché avevamo trovato un’altra soluzione.
Elias lo fissò.
— Quale?
— Ancorare ogni restituzione a una persona viva.
Elias sentì il parallelismo.
La loro rete.
— Relazioni.
— Sì.
Mara guardò Elias.
— Quello che stiamo facendo noi.
Elian annuì.
— Esattamente.
Il gelo non venne dalla temperatura.
— E ha fallito.
Elian guardò la città.
— Ha funzionato.
Elias aggrottò la fronte.
— Hai appena detto che Varen è scomparsa.
— Sì.
— Allora non ha funzionato.
— Ha restituito tutti.
— E ha cancellato Varen.
— Perché la rete aveva bisogno di un centro.
Elias sentì il pensiero fermarsi.
— Una persona.
Elian guardò Mara.
— Sì.
Mara non arretrò.
— Io.
— Tu.
Elias si mise davanti a lei.
Il gesto fu immediato.
Elian lo guardò.
— Lo feci anch’io.
Elias non si mosse.
— Spiegati.
— La rete non può esistere senza un punto che sia collegato a tutti gli altri.
— Perché?
— Perché le relazioni hanno bisogno di una continuità.
— Non necessariamente una sola.
— Lo pensavo anch’io.
Elian si toccò il petto.
— Abbiamo distribuito i legami.
Famiglie.
Amici.
Archivi.
Nomi.
Ricordi.
— Proprio quello che state facendo.
— Sì.
— E?
— Quando la restituzione è iniziata, ogni nodo ha generato nuove biforcazioni.
— Possibilità.
— Migliaia al secondo.
Iris capì.
— La rete si è frammentata.
— Sì.
— E ha cercato qualcosa che fosse collegato a Elias.
— Non a Elias.
Elian guardò Mara.
— A me.
Elias seguì la logica.
Elian.
Cartografo.
Centro del processo.
La persona con più connessioni alle restituzioni.
E Mara…
— Era collegata a te.
— Più di chiunque altro.
— Quindi il sistema l’ha scelta come stabilizzatore.
— Sì.
Mara parlò con voce stranamente calma.
— Cosa mi è successo?
Elian non rispose subito.
— Hai cominciato a ricordare tutte le versioni.
Mara lo fissò.
— Tutte?
— Quelle legate alla nostra rete.
— Quante?
— Alla fine non riuscivamo più a contarle.
— Cosa significa ricordare una vita che non hai vissuto?
Elian la guardò.
— All’inizio piccoli dettagli.
— Come la valigia blu.
— Sì.
— Poi?
— Case in cui non eri mai stata.
Persone che non avevi mai conosciuto.
Figli che non avevamo mai avuto.
— Noi avevamo figli?
Elian abbassò gli occhi.
Elias vide la risposta.
Mara la vide anche.
— Avevamo?
— In alcune versioni.
Mara chiuse gli occhi.
Elian continuò.
— In altre ci eravamo lasciati.
In altre non ci eravamo mai incontrati.
In una mi odiavi.
— Sensata.
Elian sorrise.
— Molto.
Poi il sorriso svanì.
— In un’altra eri morta a diciassette anni.
Mara riaprì gli occhi.
— E io ricordavo tutto.
— Sì.
Elias sentì qualcosa di insopportabile nella possibilità.
Non dolore fisico.
Non follia nel senso semplice.
Una persona costretta a portare ogni versione di sé.
Ogni amore.
Ogni perdita.
Ogni figlio avuto e non avuto.
Ogni morte.
Ogni scelta.
Infinite nostalgie per cose mai accadute.
— Quanto è durato?
Elian rispose:
— Undici minuti.
Mara lo fissò.
— Solo?
— Per te.
— E per me?
Elian abbassò la voce.
— Mi hai detto che erano passati secoli.
Elias non riuscì a guardarla.
Mara invece guardava lui.
Non Elian.
Lui.
— E come sono morta?
Elian chiuse gli occhi.
— Me l’hai chiesto tu.
— Cosa?
— Di interrompere il legame.
Elias sentì la frase.
— Tu l’hai fatto?
— No.
— Allora chi?
Elian guardò lui.
— Tu.
Elias scosse la testa.
— Io non ero lì.
— Eri dentro il contenitore.
— Non potevo…
— Potevi vedere tutte le linee.
Elian si avvicinò.
— Ti ho chiesto di tagliare la connessione tra me e Mara.
— Per salvarla.
— Sì.
— E?
— L’hai fatto.
Elias guardò Mara.
Elian disse piano:
— La rete ha interpretato il taglio come assenza di conseguenze.
Mara comprese prima di Elias.
— Sono diventata cancellabile.
Elian annuì.
— Zero.
— E sono sparita.
— Sì.
— Morta?
Elian esitò.
— Non lo so.
Mara sorrise amaramente.
— Quindi tecnicamente non puoi dire che mi ha uccisa.
— Ho passato diciotto anni a cercarti.
— Questo non trasforma una teoria in un certificato di morte.
Elias la guardò.
Mara si voltò verso lui.
— E tu smettila.
— Cosa?
— Di guardarmi come se fosse già successo.
Lui non si accorse di averle preso la mano di nuovo.
Solo quando lei la strinse.
— Non succederà.
Elian disse:
— Lo dissi anch’io.
Elias si voltò.
— Tu non sei me.
La frase uscì netta.
Elian lo guardò.
— Lo sono abbastanza.
— No.
— Abbiamo gli stessi ricordi.
— No.
— Lo stesso modo di pensare.
— No.
— La stessa paura.
Elias si avvicinò.
— Hai diciotto anni che io non ho vissuto.
Elian rimase fermo.
— E io ho persone che tu hai perso.
Indicò Mara.
— Questa Mara non è la tua.
Elian abbassò lentamente lo sguardo.
La frase aveva colpito.
— Lo so.
— Allora smetti di parlarle come se lo fosse.
Mara si voltò verso Elias.
— Grazie.
— Di cosa?
— Era necessario.
Elian fece qualche passo indietro.
Guardò la città senza nome.
— Questo è il motivo per cui sono qui.
Elias lo fissò.
— Per Mara?
— No.
— Allora?
— Per impedire che ripetiate la mia soluzione.
Iris si avvicinò.
— Ma sei uscito da quella città insieme a essa.
— Sì.
— Come?
Elian indicò il punto bianco sulla mappa.
— Una possibilità riconosciuta può attraversare.
— Qualcuno ti ha ricordato.
— No.
Elian guardò Elias.
— Lui mi ha immaginato.
Elias rimase immobile.
— Quando?
— Poco fa.
— Non ti ho mai immaginato.
— Hai pensato a ciò che saresti stato se non fossi tornato nel 1984.
Elias ricordò.
Il dubbio.
Chi avrebbe potuto essere.
Quale vita gli era stata tolta.
Solo un pensiero.
Una possibilità.
— Basta quello?
— Qui sì.
Mara guardò Elias.
— Quindi da questo momento evitiamo accuratamente di immaginare versioni peggiori di noi stessi.
Iris disse:
— Io stavo pensando a una me con un jet privato.
Loren la guardò.
— Non aiuti.
— Potrebbe attraversare.
— Peggio.
Ada si avvicinò a Elian.
— Conosci me?
L’uomo la guardò.
— Sì.
— Sono sopravvissuta?
— No.
Ada annuì.
Come se se lo aspettasse.
— Armand?
— No.
— Noa?
— È tornata.
— Samuel?
Elian esitò.
— È uscito.
Noa, lontana sotto il municipio, non poteva sentirlo.
Elias invece sì.
— E?
Elian guardò la città.
— È stato l’inizio della fine.
Il rumore della piazza cambiò.
Un grido.
Poi altri.
Una donna indicava una delle strade sovrapposte.
Le persone restituite cominciavano a muoversi.
Non verso i parenti.
Verso la città senza nome.
Come se qualcuno le stesse chiamando.
Emilie guardò oltre Mara.
— Mamma.
Mara si voltò.
Una donna stava in fondo alla nuova strada.
Non era Noa.
Non era la bambina della fotografia.
Era adulta.
Circa trent’anni.
Stesso volto.
Un’altra versione di Emilie.
La bambina sussurrò:
— Quella sono io.
Elias guardò Elian.
— Cosa sta succedendo?
— La convergenza accelera.
— Perché?
— Perché la vostra rete è già attiva.
— Abbiamo capito questo.
— No.
Elian scosse la testa.
— Non capite cosa sta riconoscendo.
Iris aprì la mappa.
Linee rosse ovunque.
Elias vide qualcosa di nuovo.
Ogni persona non aveva più un nome solo.
Aveva varianti.
EMILIE ERT — 1892
Sotto:
EMILIE ERT — 1907
Poi:
EMILIE BERN — 1934
Poi ancora.
Cinque vite.
Dodici.
Venti.
— Sta riconoscendo tutte le possibilità della stessa persona.
Elian annuì.
— Sì.
Mara fissò le proprie mani.
— Quante versioni ho?
Elian non rispose.
— Quante?
— Qui?
— Sì.
— Centinaia.
Elias intervenne.
— Non guardarle.
Mara lo fissò.
— Non sono ancora comparse.
— Ma potrebbero.
— Elias.
— Non voglio che tu…
Si fermò.
La frase di Elian.
Undici minuti.
Secoli.
Mara gli toccò il viso.
— Non sono lei.
Elias chiuse gli occhi.
Solo un secondo.
— Lo so.
— Dillo meglio.
Lui li riaprì.
— Tu non sei la Mara di Elian.
— Ancora.
— Sei tu.
Mara sorrise appena.
— Ecco.
La mappa di Iris emise un piccolo strappo.
Non si lacerò.
Si aprì.
Come se dentro la carta ce ne fosse un’altra.
Poi un’altra.
Decine di fogli sottilissimi.
Su ogni pagina una Varen diversa.
Iris lasciò quasi cadere tutto.
— Elias.
Lui ne prese una.
Piazza Roven.
Nessuna farmacia.
Un cinema.
Un’altra.
Il fiume attraversava il centro.
Un’altra.
San Jeron non esisteva.
Un’altra.
Nessun municipio.
Un’altra.
Via Celan terminava in un bosco.
Migliaia di città.
Tutte Varen.
Nessuna Varen.
— Non possiamo riconoscerle tutte.
Elian lo guardò.
— Adesso capisci.
— Se le ignoriamo vengono cancellate.
— Sì.
— Se le riconosciamo tutte entrano.
— Sì.
Mara sussurrò:
— Quindi non esiste una soluzione quantitativa.
Elias la guardò.
— No.
— Dobbiamo cambiare la regola.
La frase immobilizzò Elian.
Elias lo vide.
— Non ci hai mai provato.
— Certo che sì.
— No.
— Elias.
— Hai provato a trovare un modo migliore per rispettarla.
Elian smise di parlare.
— Hai cercato un equilibrio.
— Non avevamo scelta.
— Hai costruito una rete.
— Sì.
— Hai creato un centro.
— Sì.
— Hai tagliato ciò che diventava incompatibile.
Elian abbassò gli occhi.
Elias indicò la figura che non era più in piazza ma che sapevano ancora sotto il municipio.
— Hai continuato a fare esattamente ciò per cui quella cosa è stata creata.
— Tu credi di poter fare diversamente?
— Sì.
— Come?
Elias guardò Mara.
Poi Iris.
Loren.
Ada.
Emilie.
Le persone restituite.
Le versioni.
Le strade sovrapposte.
— Non lo so ancora.
Elian rise.
Amaro.
— Allora siamo allo stesso punto.
— No.
Elias lo guardò.
— Io so quale soluzione non usare.
Un urlo arrivò dalla folla.
Emilie adulta aveva raggiunto la bambina.
Si guardarono.
Stesso volto.
Due età impossibili.
La donna si inginocchiò.
La bambina le toccò la cicatrice sul mento.
— Sei me?
L’adulta sorrise.
— Sì.
— Sono diventata grande?
— In una storia.
La bambina sembrò felice.
— Ho avuto figli?
La donna abbassò gli occhi.
— Due.
— Come si chiamano?
L’adulta aprì la bocca.
Nessuna parola uscì.
Il suo corpo tremò.
Poi cominciò a diventare trasparente.
Mara corse.
— Cosa succede?
Elian gridò:
— Non fatele domande sulle conseguenze!
Troppo tardi.
La donna svanì.
La bambina rimase con la mano alzata.
Nel punto in cui un secondo prima c’era il proprio volto adulto.
Mara si voltò verso Elian.
— Perché?
— Perché ha provato a collegare due vite incompatibili.
— I figli.
— Se Emilie del 1892 resta qui, la linea in cui quei figli esistono può non accadere.
— Quindi li ha dimenticati.
— No.
Elian scosse la testa.
— Li ha persi mentre li ricordava.
Mara guardò la bambina.
Emilie non piangeva.
Non poteva sapere cosa aveva appena perso.
Elias invece sì.
Il problema non era soltanto restituire senza sostituire.
Era più crudele.
Ogni possibilità salvata poteva cancellarne un’altra.
Iris fissava le mappe.
— Serve qualcosa che permetta alle possibilità di esistere senza diventare realtà.
Elias si voltò.
— Cosa?
— Ada lo ha detto.
La ragazza raccolse una delle mappe alternative.
— Possiamo sapere che esistono senza viverle.
Mara guardò la carta.
— Memoria.
Iris scosse la testa.
— Non soltanto memoria.
— Allora?
Iris guardò Elias.
— Racconto.
Elias rimase fermo.
Una storia non sostituisce ciò che esiste.
Non pretende di diventare realtà.
Ma conserva una possibilità.
Le dà forma.
Conseguenze dentro chi la ascolta.
Senza obbligare il mondo a riscriversi.
Mara capì.
— Se una possibilità viene raccontata…
— Viene riconosciuta — disse Iris.
— Ma non deve accadere.
— Esatto.
Loren guardò la figlia.
— Stai dicendo che dobbiamo raccontare milioni di vite?
Iris scosse la testa.
— No.
Guardò Elias.
— Lui deve costruire una mappa che non sia una mappa.
Elias sentì un ricordo.
Nove anni.
Un foglio.
Una casa.
Un albero.
Due bambini.
ADA DICE CHE SE DISEGNO LE COSE NON VANNO VIA.
Avevano sbagliato solo una cosa.
Disegnare non serviva a trattenere.
Serviva a testimoniare.
— Non devo disegnare dove sarebbero state.
— No — disse Iris.
— Devo raccontare che avrebbero potuto esserci.
Mara sorrise.
— Il Cartografo delle Assenze.
Elias la guardò.
Per la prima volta il nome non sembrò un soprannome.
Sembrò il titolo di qualcosa che doveva ancora fare.
Elian scosse la testa.
— Non funzionerà.
Elias lo guardò.
— Perché?
— Perché una storia non è una conseguenza reale.
Mara intervenne.
— Sei sicuro?
— Sì.
— Io bevo il caffè amaro per un uomo che forse non è mai esistito nella forma in cui lo ricordo.
Elian tacque.
— Una storia mi ha cambiata.
Indicò Emilie.
— Una bambina del 1892 ha appena cambiato quello che penso della mia vita.
Guardò Elias.
— Tu sei stato cambiato da ricordi che forse non sono nemmeno tuoi.
Poi tornò a Elian.
— Cos’è una conseguenza reale, esattamente?
Elian non rispose.
Il telefono di Sofia vibrò.
Lei lo aveva quasi dimenticato.
Guardò il display.
— Abbiamo un problema.
Mara sorrise stancamente.
— Specifica.
— I messaggi sono migliaia.
— Dalla città?
— Sì.
Sofia scorse.
— Persone che ricordano cose diverse.
— Che tipo?
— Vie che non esistono.
Parenti.
Scuole.
Negozi.
Intere infanzie.
Alzò gli occhi.
— E stanno pubblicando tutto.
Elias comprese.
— Stanno raccontando.
Iris sorrise.
— La rete sta facendo da sola ciò che ci serve.
Elian intervenne:
— No.
La sua voce era cambiata.
Paura.
— Fermateli.
Elias lo guardò.
— Perché?
— Perché non stanno raccontando possibilità.
— Cosa allora?
— Le stanno scegliendo.
Sofia gli mostrò il telefono.
Video.
Post.
Fotografie.
Persone che dicevano:
Io ricordo questa strada.
Io avevo una sorella.
Questa era casa mia.
Qui c’era un cinema.
Io sono sicuro che mio padre si chiamava così.
Ogni dichiarazione.
Ogni certezza.
Una linea.
La città reagiva.
Un edificio cambiava.
Una persona compariva.
Un’altra svaniva.
Mara capì.
— Non basta raccontare.
Elias annuì.
— Bisogna raccontare senza pretendere che una versione sia quella vera.
Elian lo guardò.
— È impossibile.
— Perché?
— Le persone hanno bisogno di sapere cosa è successo.
Elias osservò la piazza.
— Forse è proprio questo che ci ha portati qui.
Una sirena.
Poi un’altra.
Varen si stava svegliando.
La notte non avrebbe contenuto ancora a lungo quello che accadeva.
Elias guardò Sofia.
— Dobbiamo arrivare a San Jeron.
— Perché?
— Elena Vos.
— L’archivio della chiesa?
— Varga è nato dopo che i bambini hanno cominciato a disegnare le assenze.
Ada annuì.
— Sì.
— Ma qualcuno deve aver capito come conservarle senza riportarle indietro.
Elian lo fissò.
— Non esiste un metodo.
Elias guardò lui.
— Nella tua storia.
Mara si avvicinò.
— E lui?
Indicò Elian.
Elias lo guardò.
Una possibilità.
Una vita alternativa.
Diciotto anni con una Mara che non era questa.
Una Varen già perduta.
— Viene con noi.
Elian scosse la testa.
— Non posso.
— Perché?
— Più resto vicino a te, più diventiamo compatibili.
Elias ricordò Loren.
Zero metri.
Sovrapposizione.
— Quanto siamo?
Elian sorrise amaramente.
— Vuoi davvero misurarlo?
Elias quasi rise.
— No.
— Bene.
— Ma Iris può vederlo.
Lei aveva già aperto la mappa.
Guardò.
Il sorriso scomparve.
— Elias.
— Dimmi.
— Siete a…
Si fermò.
— Quanto?
Iris sollevò gli occhi.
— Zero virgola quattro.
Loren si avvicinò.
— E quando arrivate a zero?
Elian rispose:
— Una delle due versioni resta.
Mara guardò Elias.
— Allontanatevi.
Entrambi fecero un passo in direzioni opposte.
Iris guardò.
— Zero virgola tre.
— Sta diminuendo comunque.
Elian annuì.
— Perché non è una distanza fisica.
Elias comprese.
— Stiamo diventando più simili.
— Sì.
— Ogni cosa che mi racconti della tua vita…
— Diventa una conseguenza che condividiamo.
Mara guardò Elian.
— Quindi devi smettere di raccontare.
L’uomo la fissò.
— Se smetto, Elias ripeterà i miei errori.
— Se continui, uno dei due sparisce.
Elian sorrise.
— Problema elegante.
Elias lo guardò.
— Molto meno quando ci sei dentro.
— Anche questa frase la dicevo.
Iris abbassò la mappa.
— Zero virgola due.
Elias guardò Elian.
Stesso modo di stringere la mascella.
Stessa mano sinistra leggermente chiusa.
Stessa inclinazione del capo davanti a un problema.
Più lo osservava, più lo riconosceva.
Più lo riconosceva, più diventavano uguali.
— Non guardarlo — disse Mara.
Elias distolse gli occhi.
— Non basta.
Elian lo sapeva.
— Devi dimenticarmi.
Elias si voltò.
— No.
— È l’unico modo.
— Abbiamo appena passato diciotto capitoli a capire che dimenticare è il problema.
Mara lo guardò.
— Diciotto cosa?
Elias aggrottò la fronte.
— Non lo so.
Iris lo fissò.
— Hai appena detto una cosa stranissima.
— Lo so.
Elian sorrise.
Per la prima volta, quasi divertito.
— Alcune crepe arrivano molto lontano.
Zero virgola uno.
Iris non dovette dirlo.
La mappa lo mostrò da sola.
0,1
Elian cominciò a perdere contorno.
Elias guardò le proprie mani.
Anche le sue sembravano meno definite.
Mara afferrò Elias.
— Dimmi qualcosa che lui non ha vissuto.
— Cosa?
— Una conseguenza diversa.
Loren capì.
— Come con Iris e me.
Mara annuì.
— Serve qualcosa che renda Elias distinto.
Iris gridò:
— Adesso!
Elias cercò.
Sua madre?
Elian aveva una Miriam.
Loren?
Anche.
Ada?
Anche.
Il lavoro.
Varen.
Le mappe.
Tutto troppo simile.
Mara lo guardò.
— Elias.
Lui capì.
— Tu.
Elian chiuse gli occhi.
— No.
Elias prese il volto di Mara tra le mani.
Non la baciò.
Non serviva.
La guardò.
— La prima volta che ti ho vista avevi una cartellina rossa.
Mara batté le palpebre.
— Grigia.
— Era rossa.
— Era grigia.
— Ti ricordi male.
— Era mia.
— Eri arrabbiata perché qualcuno aveva spostato i fascicoli del Distretto Est.
Mara sorrise.
— Tu.
— Non lo sapevi ancora.
— Lo scoprii dopo.
— Mi dicesti che chi archiviava in quel modo doveva avere un’infanzia irrisolta.
Mara rise.
— L’ho detto davvero.
Elias continuò.
— E io ho pensato che fossi insopportabile.
— Questo non è romantico.
— Non sto cercando di esserlo.
— Male.
Elias sorrise.
— Due giorni dopo hai lasciato un caffè sulla mia scrivania.
— Amaro.
— Orribile.
— Lo bevvi comunque.
— Perché?
Elias la guardò.
— Perché era tuo.
La mappa cambiò.
0,2
Iris quasi urlò.
— Sta salendo!
Elian aprì gli occhi.
Il suo corpo tornò nitido.
Elias continuò.
— Quella cosa non è successa a te.
Elian scosse la testa.
— No.
— Non hai conosciuto Mara in ufficio.
— No.
— Non ti ha portato quel caffè.
— No.
— Non hai pensato che fosse insopportabile davanti a una cartellina rossa.
Mara intervenne:
— Grigia.
— Non rovinare il momento.
La distanza salì.
0,8
Poi:
1,4
Elian respirò.
Elias guardò Mara.
Quello era il punto.
Non serviva una grande differenza.
Serviva una cosa che fosse accaduta soltanto a loro.
Una conseguenza privata.
Non esportabile.
Non misurabile prima.
— Le storie ci distinguono.
Iris annuì.
— Non solo le relazioni.
Mara sorrise.
— Le versioni specifiche delle relazioni.
Elias guardò Elian.
— Questo è ciò che ci mancava.
L’uomo lo fissò.
— Cosa?
— Non dobbiamo impedire alle possibilità di esistere.
Guardò la città sovrapposta.
— Dobbiamo dare a quella che viviamo abbastanza particolari da non essere confondibile con le altre.
Elian non rispose.
Elias capì dal suo volto.
Non ci aveva mai pensato.
Ada si avvicinò.
— Elias.
— Sì?
Indicò la città.
— Guarda.
Le strade sovrapposte avevano smesso di avanzare.
Solo per qualche secondo.
Ma si erano fermate.
La farmacia restava farmacia.
Il portico antico rimaneva visibile dietro, senza sostituirla.
Due possibilità.
Distinte.
Presenti.
Non incompatibili.
Mara sussurrò:
— Ha funzionato.
Elian guardò la mappa.
— Localmente.
— Sempre allegro.
— È la verità.
— E adesso?
Elias guardò San Jeron in fondo alla via.
— Adesso scopriamo se qualcuno prima di noi aveva già capito la stessa cosa.
Partirono.
Elias davanti.
Mara accanto.
Ada con Sofia.
Loren e Iris.
Elian qualche metro dietro.
Una distanza voluta.
Non fisica.
Narrativa.
Ogni tanto Iris controllava la mappa.
1,4.
1,5.
1,7.
Bastava.
Per ora.
Attraversarono una Varen che non aveva mai avuto così tante vite.
Un negozio chiuso da quarant’anni appariva accanto a quello presente.
Una donna riconosceva un balcone che non aveva mai visto.
Un uomo raccontava a sua figlia di un parco che secondo ogni documento non era mai esistito.
Elias ascoltava.
Non correggeva.
Non chiedeva quale versione fosse vera.
Era questa la parte più difficile.
Lasciare che due cose incompatibili potessero entrambe avere dignità senza obbligare il mondo a scegliere.
Quando arrivarono davanti a San Jeron, trovarono Elena Vos ad aspettarli.
Non sembrava sorpresa.
Aveva il cappotto sopra la camicia da notte.
In mano teneva una scatola di legno.
— Siete in ritardo.
Mara guardò Elias.
— È la seconda persona che ce lo dice stanotte. Comincio a pensare che abbiamo problemi organizzativi.
Elena fissò Elian.
Il volto le si svuotò.
— No.
Elias si voltò.
— Lo conosci?
Elena fece un passo indietro.
— Non lui.
Indicò la scatola.
— Il suo nome.
Elian smise di respirare.
— Quale nome?
Elena aprì la scatola.
Dentro c’era un foglio.
Vecchio.
Molto più vecchio di Varga.
In alto:
REGISTRO DELLE VARIANTI
Sotto, una serie di nomi.
Elias.
Elian.
Elio.
Eli.
Altri.
Decine.
Tutti seguiti dallo stesso cognome.
Venn.
Elias guardò Elena.
— Cos’è?
Lei sollevò gli occhi.
— La ragione per cui Varga ha smesso di disegnare persone.
— Quando?
— Nel 1932.
Ada sussurrò:
— Dopo di noi.
Elena annuì.
Poi indicò l’ultima riga del foglio.
Una sola annotazione.
NON CONSERVARE PIÙ LE VERSIONI.
Sotto:
UNA DI LORO HA IMPARATO A GUARDARE INDIETRO.
Mara si voltò lentamente verso Elian.
Lui non stava guardando il foglio.
Guardava qualcosa alle loro spalle.
Elias seguì il suo sguardo.
Dall’altra parte della strada c’era un uomo.
Stesso volto.
Stessi occhi.
Un’altra versione di lui.
Poi ne comparve un secondo.
Un terzo.
Un quarto.
Nessuno sorrideva.
Elian sussurrò:
— Troppo tardi.
Elias guardò le proprie versioni disposte lungo la strada.
Una aveva una cicatrice sul collo.
Una portava gli occhiali.
Una era molto più anziana.
Una indossava una divisa che non riconosceva.
L’ultima aveva circa nove anni.
Il bambino fece un passo avanti.
Elias lo riconobbe.
Se stesso.
Ma il bambino guardò Elian.
Non lui.
E disse:
— Quello non doveva uscire.
Elias si voltò verso Elian.
— Chi?
Il bambino indicò la chiesa.
Non uno degli Elias.
Dietro Elena Vos, dentro San Jeron, qualcuno aveva appena acceso una luce.
Una sagoma apparve oltre il portone.
Alta.
Sottile.
Volto perfettamente visibile.
Elias lo ricordò immediatamente.
Non era la figura senza volto.
Era peggio.
Perché quella volta sapeva esattamente chi stava guardando.
L’uomo portava il suo stesso volto.
Ma molto più vecchio.
Quasi ottant’anni.
E sul petto aveva appuntata una targhetta ingiallita.
VARGA & FIGLI
Il vecchio Elias sorrise.
— Finalmente avete smesso di cercare l’origine.
Si avvicinò alla porta.
— Adesso possiamo parlare di chi l’ha costruita.

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