Se

·

La canzone intera

La canzone è cominciata mentre sparecchiavamo.

Non l’avevo scelta. Arrivava dalla televisione accesa nell’altra stanza, bassa abbastanza da confondersi con il rumore dei piatti.

Lei aveva le mani nell’acqua.

Quando ha riconosciuto le prime note, ha smesso di lavare.

Soltanto per un istante.

Le dita sono rimaste ferme sul bordo di un bicchiere, la schiuma intorno ai polsi, il viso leggermente inclinato verso la musica.

Poi ha ripreso.

Io ero dietro di lei con due piatti tra le mani.

Conoscevo quella canzone.

Conoscevo anche il movimento che un tempo avrebbe fatto: si sarebbe voltata, avrebbe asciugato in fretta le dita e me ne avrebbe tesa una.

Questa sera non è accaduto.

Ha continuato a lavare.

La canzone è finita.

E se avessi compreso che le persone smettono di chiedere molto prima di smettere di desiderare, avrei posato i piatti e l’avrei raggiunta.

Le avrei tolto lentamente il bicchiere dalle mani.

Non serviva sapere ballare.

Non serviva nemmeno lasciare la cucina.

Bastava stringerla nel poco spazio tra il tavolo e il lavello, poggiare il viso vicino al suo e muoversi abbastanza piano da non dover seguire il ritmo.

Invece ho aspettato il gesto che non faceva più.

Come se spettasse ancora a lei riportarmi dentro qualcosa dalla quale ero uscito ogni volta.

Ci sono inviti che non vengono ritirati. Smettono soltanto di essere consegnati.

All’inizio ballavamo ovunque.

In casa, scalzi, mentre aspettavamo che l’acqua bollisse. In automobile, soltanto con le spalle, fermi a un semaforo. Alle feste, quando il pavimento era pieno e nessuno badava al modo in cui ci muovevamo.

Lei non seguiva i passi.

Seguiva me.

Mi tirava verso di sé quando provavo ad allontanarmi, rideva se sbagliavo direzione, appoggiava la fronte sul mio petto durante le canzoni lente.

Io dicevo che non sapevo ballare.

— Non importa — rispondeva. — Rimani qui.

Non chiedeva eleganza.

Chiedeva presenza.

Non avevo ancora imparato quanto sarebbe diventato difficile offrirla senza una ragione.

Con gli anni cominciai a rifiutare.

Mai con durezza.

— Sono stanco.

— Ci guardano.

— Questa canzone non mi piace.

Ogni volta trovavo una motivazione abbastanza piccola da non sembrare un no.

Lei insisteva sorridendo.

Mi prendeva per entrambe le mani e arretrava verso il centro della stanza. Io opponevo una resistenza giocosa, convinto che quel contrasto facesse parte del nostro rito.

Alla fine cedevo.

Ma cedevo tardi.

Dopo averle fatto sentire che raggiungerla richiedeva uno sforzo.

E se avessi saputo che anche i gesti felici si consumano quando devono implorarci, non l’avrei costretta a trascinarmi.

Mi sarei alzato alla prima nota.

L’avrei sorpresa prima che tendesse la mano. Avrei protetto la leggerezza con cui mi invitava, invece di usarla per nascondere il peso dei miei rifiuti.

Ballare sarebbe rimasto una cosa nostra.

Non una concessione che le facevo.

Una sera eravamo a una festa.

La sala era affollata, le luci basse, i tavoli pieni di bicchieri abbandonati. Quando partì una canzone che amava, lei mi guardò.

Non disse niente.

Fece soltanto quel piccolo movimento con le sopracciglia che significava: vieni?

Io scossi la testa.

— Dopo.

— Questa mi piace.

— La rimetteranno.

Non la rimisero.

Lei aspettò alcuni secondi, poi si alzò da sola. Raggiunse un gruppo di persone e cominciò a ballare con loro.

La osservai dal tavolo.

Era bellissima.

Pensai che si stesse divertendo anche senza di me e provai sollievo.

Non vidi il momento in cui, nel mezzo della canzone, cercò il nostro tavolo con gli occhi.

Io stavo guardando il telefono.

La libertà di chi amiamo non dovrebbe diventare la scusa per lasciarlo solo in ciò che vorrebbe condividere con noi.

Quando tornò a sedersi, aveva il respiro corto e alcune ciocche attaccate alla fronte.

— Ti sei divertita?

— Sì.

Le versai dell’acqua.

Ero convinto di averle dato spazio.

Lei mi aveva chiesto compagnia.

E se avessi sollevato lo sguardo un minuto prima, l’avrei vista cercarmi.

Avrei attraversato la sala.

Non per salvarla dalla solitudine. Era capace di stare al centro senza di me.

Sarei andato perché, tra tutte le persone presenti, aveva scelto il mio corpo come luogo in cui far arrivare quella musica.

Ma rimasi seduto.

Il giorno seguente, in automobile, la canzone passò alla radio.

Lei alzò il volume.

— Era quella di ieri.

— Quale?

Abbassò subito la mano.

— Niente.

Non ricordavo.

Per lei era stata una canzone persa.

Per me soltanto un suono tra altri.

Dopo quella sera cominciò a invitarmi meno.

Io non me ne accorsi.

Quando ballavamo, accadeva durante le occasioni previste: matrimoni, compleanni, ricorrenze. Non più in cucina. Non mentre piegavamo i vestiti. Non nel corridoio, con i bambini che ridevano vedendoci passare.

Il ballo aveva perso l’imprevisto.

Era diventato un comportamento da eseguire quando la circostanza lo richiedeva.

Mi sembrava normale.

Non avevo capito che l’amore non perde intensità soltanto quando finiscono i sentimenti.

La perde quando i gesti smettono di accadere senza appuntamento.

E se avessi contato le volte in cui non mi tendeva più la mano, avrei visto la rinuncia crescere.

Prima aspettava l’inizio della canzone.

Poi soltanto il ritornello.

Infine non aspettava più.

Una sera eravamo soli in casa.

Aveva messo della musica mentre sistemava il soggiorno. Io lavoravo al tavolo, piegato sul computer.

Passando accanto a me, si fermò.

— Questa è bella.

— Sì.

Rimase lì.

Io continuai a scrivere.

Dopo alcuni secondi riprese a camminare.

Terminò di sistemare la stanza, abbassò il volume e andò a dormire.

Soltanto ora comprendo che quello era stato il suo ultimo invito.

Non aveva teso la mano.

Aveva lasciato una canzone aperta tra noi e aspettato che fossi io ad attraversarla.

Non lo feci.

E se quella sera avessi chiuso il computer, avremmo ballato senza sapere che stavamo proteggendo qualcosa.

Avrei sentito il suo corpo appoggiarsi al mio, il respiro rallentare, le dita fermarsi dietro la nuca.

Il lavoro sarebbe rimasto sul tavolo.

La canzone no.

Durava meno di quattro minuti.

Avevo davanti una notte intera e non trovai spazio per lei.

Questa sera, dopo aver lavato l’ultimo bicchiere, ha asciugato le mani ed è uscita dalla cucina.

Ho aspettato che cominciasse un altro brano.

Non è arrivato.

Allora ho cercato quella canzone sul telefono.

L’ho fatta ripartire.

Lei è tornata sulla porta.

Le ho teso la mano.

Per qualche secondo l’ha guardata, come se quel gesto appartenesse a una lingua che un tempo conoscevamo entrambi.

Poi si è avvicinata.

L’ho stretta.

— Ti ricordi? — le ho domandato.

— Tutto.

Ha appoggiato il viso sul mio petto.

Abbiamo ballato lentamente, senza parlare.

La canzone era la stessa.

Noi no.

Quando sono arrivate le ultime note, ho sentito le sue dita allentarsi dietro la mia schiena, preparandosi a lasciarmi.

Avrei voluto chiedere alla musica di ricominciare.

Ma SE non serve a ripetere una canzone.

Serve a comprendere perché, quando potevamo viverla intera, siamo rimasti seduti aspettando il ritornello.

Per anni avevo creduto che lei volesse soltanto ballare.

Questa sera ho capito che mi tendeva la mano per domandarmi una cosa molto più semplice:

quando la vita smette di guardarci, vuoi ancora scegliere me?

Lei continuò a chiedermelo finché ebbe la forza di sopportare i miei no.

Non aveva smesso di amare la musica.

Aveva smesso di credere che io volessi abitarla con lei.

3 risposte a “Se”

  1. 🎀 Leggendoti noto la tua attitudine a cercare la “mancanza”, il “difetto” su di te ~ Io credo che in un rapporto le aspettative e le dazioni dovrebbero empaticamente confluire ~ Non credo nell’adattarsi e non credo nel richiedere ~ Credo nel “venirsi incontro” ~ Entrambi ~ “Venirsi incontro” richiede la volonta’ amorosa di “fare spazio” e “dare spazio” per potersi dare la mano e camminare insieme ~ Nessuno e’ perfetto ~ Non esistono colpe senza la volonta’, (incompatibile con il sentimento), di produrle o di assegnarle ~ Buona giornata!

  2. Struggente malinconia condita da una scrittura perfetta che suona come una musica languida.
    Il più bel brano da parecchio tempo in qua.
    ml

    1. Un commento così, ha un peso particolare. Sapere che le parole non siano state soltanto lette, ma abbiano trovato persino una loro musica dentro chi le ha incontrate, è uno dei complimenti più belli che la scrittura possa ricevere. Grazie davvero

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