Capitolo XI — La misura di un’assenza
Tommaso non dormì nella camera di Ada.
Rimase in cucina fino a quando la notte cominciò a schiarire dietro le persiane, con la fotografia sul tavolo e l’orologio da tasca chiuso nel palmo.
Ogni tanto lo apriva.
Le lancette erano ferme sulle undici e tredici.
Lo richiudeva.
Aspettava.
Poi ricominciava.
Alle cinque e quaranta si accorse che stava facendo esattamente ciò che si era ripromesso di non fare: concedere a un oggetto il potere di decidere come avrebbe trascorso le proprie ore.
Posò l’orologio.
Prese la fotografia.
La osservò ancora una volta.
Viola dormiva su un letto che non conosceva. Accanto a lei c’era un uomo con il suo volto. Sul comodino, l’orologio. Una finestra alta, una coperta chiara, una parete color salvia.
La stessa stanza nella quale avevano letto la lettera della madre di Viola?
Non ne era certo.
Nella fotografia, il muro accanto al letto era occupato da una libreria. Nella stanza del vicolo non c’era nessuna libreria.
Tommaso si avvicinò alla finestra della cucina.
La città cominciava a svegliarsi.
Un furgone si fermò davanti al forno all’angolo. Il conducente scese, aprì il portellone e scaricò due cassette di pane.
Tommaso lo guardò lavorare.
Quell’uomo non sapeva niente di Violetta.
Non aveva mai visto la porta numero tredici.
Probabilmente sarebbe tornato a casa la sera, avrebbe cenato, si sarebbe lamentato di qualcosa e sarebbe andato a dormire senza domandarsi se il giorno successivo fosse già stato fotografato.
Tommaso provò un’invidia improvvisa.
Poi prese il telefono.
Scrisse a Viola.
Buongiorno. Oggi vorrei vederti.
Rilesse.
Era una frase semplice.
Non conteneva alcun mistero.
La inviò.
Viola arrivò alle otto e mezza.
Aveva gli occhi segnati da una notte breve e un sacchetto di carta stretto sotto il braccio.
Tommaso le aprì.
Lei lo guardò.
— Hai una faccia orribile.
— Buongiorno anche a te.
— Hai dormito?
— Poco.
Viola entrò, posò il sacchetto sul tavolo e si tolse il cappotto.
— Ho portato il pane.
— Hai deciso che devo ingrassare?
— Ho deciso che devi mangiare.
Lui la guardò.
Viola si fermò.
— C’è qualcosa.
Tommaso non rispose subito.
Poi le mostrò la fotografia.
Lei la prese.
Il sorriso le scomparve dal viso.
Per qualche secondo non disse nulla.
Si avvicinò alla finestra, cercando una luce migliore.
— È stata scattata in una stanza.
— Questo l’avevo intuito.
— Tommaso.
— Scusa.
Viola guardò ancora l’immagine.
— Non riconosco il letto.
— Nemmeno io.
— La data?
Lui le indicò il retro.
Viola lesse.
17 settembre 2026.
Poi la frase.
La stanza esiste già.
Rimase immobile.
— Domani.
— Sì.
Lei tornò a guardare la fotografia.
— E noi dovremmo fare cosa? Cercarla?
Tommaso prese due piatti dalla credenza.
— No.
Viola sollevò gli occhi.
— No?
— Prima facciamo colazione.
— Tommaso…
— E poi andiamo a trovare Ernesto.
Lei posò la fotografia.
— Per chiedergli della stanza?
— Per chiedergli di mia zia.
Viola lo osservò.
— Ada?
Tommaso annuì.
— Continuiamo a leggere le lettere di Tomaso e Violetta. Continuiamo a entrare nei luoghi che qualcuno ci indica. Eppure siamo nella casa di Ada da giorni e non sappiamo ancora perché abbia lasciato tutto proprio a me.
Viola si sedette.
— Era tua zia.
— Era anche la sorella di un uomo scomparso. E conosceva tua madre.
Lui tagliò il pane.
— Voglio sapere che vita ha avuto dopo il 1962.
Viola lo guardò per qualche secondo.
Poi prese una fetta.
— Questa è una domanda migliore.
Ernesto non era in bottega.
Un cartello scritto a mano, appeso all’interno della vetrina, annunciava che avrebbe riaperto alle undici.
Tommaso guardò l’orologio.
Le nove e venti.
— Abbiamo tempo.
Viola indicò la strada.
— C’è un posto dove vorrei portarti.
Camminarono fino a una piccola piazza lontana dalle vie più frequentate.
Sul lato meridionale sorgeva un edificio basso, con un portone verde e due finestre al piano superiore. L’intonaco era stato rifatto da poco, ma lungo il basamento restavano visibili pietre più antiche.
Viola si fermò davanti all’ingresso.
— Qui abitava mia madre da bambina.
Tommaso guardò il portone.
— Con Violetta.
— Con una delle due.
La frase uscì senza esitazione.
Viola sembrò accorgersene soltanto dopo averla pronunciata.
Si avvicinò alla parete.
— Quando ero piccola venivamo qui ogni tanto. Mia madre mi diceva che aveva imparato ad andare in bicicletta in questo cortile.
— Ti faceva entrare?
— Mai.
Tommaso guardò il campanello.
— Conosci qualcuno che abita ancora qui?
Viola scosse la testa.
Poi indicò la finestra a sinistra.
— Quella era la cucina.
— Come lo sai?
— Me la descriveva sempre. Diceva che dalla finestra vedeva un albero e che, quando pioveva, le foglie battevano contro il vetro.
Tommaso alzò gli occhi.
L’albero non c’era più.
Restava una piccola aiuola quadrata, circondata da mattoni.
Viola la guardò.
— L’hanno tagliato.
Lui le si avvicinò.
— Ti dispiace?
— Non l’ho mai visto.
— Non era quello che ti ho chiesto.
Viola sorrise appena.
— Sì. Mi dispiace.
Rimasero davanti al portone.
Poi si aprì una finestra al primo piano.
Una donna anziana si affacciò con un panno in mano.
— Cercate qualcuno?
Viola sollevò il viso.
— Mi scusi. Qui abitava una famiglia di nome Bernardi?
La donna la osservò.
— Quando?
— Molti anni fa.
— Qui sono passate parecchie famiglie.
Viola esitò.
— Una donna che si chiamava Violetta. Aveva una figlia.
L’anziana smise di scuotere il panno.
Lo ripiegò lentamente.
— Tu chi sei?
— Sua nipote.
La donna guardò Tommaso.
Poi di nuovo Viola.
— Aspettate lì.
Richiuse la finestra.
Si chiamava Teresa Malaguti.
Aveva ottantadue anni e abitava nello stesso palazzo dal giorno del proprio matrimonio.
Li fece entrare in una cucina stretta, piena di piante e fotografie di bambini.
Sul tavolo c’era una tovaglia a quadri.
Teresa indicò le sedie.
— Accomodatevi.
Viola si sedette.
Tommaso rimase in piedi ancora qualche secondo, osservando la finestra.
Da lì si vedeva l’aiuola vuota.
Teresa se ne accorse.
— Cercate il gelso?
Viola annuì.
— Mia madre me ne parlava.
— È caduto durante un temporale. Sono passati più di vent’anni.
La donna aprì una credenza.
Prese tre bicchieri.
— Come si chiamava tua madre?
— Elena Bernardi. Dopo il matrimonio, Sereni.
Teresa si fermò.
Guardò Viola.
— Elena.
Pronunciò quel nome con una delicatezza che fece abbassare gli occhi alla ragazza.
— La ricorda?
— Certo che la ricordo.
Si sedette di fronte a lei.
— Aveva sempre le ginocchia sbucciate. Sua madre le comprava vestiti bellissimi e lei riusciva a rovinarli prima di arrivare in cortile.
Viola sorrise.
— Questo non me l’ha mai raccontato.
— Non era una bambina facile da tenere ferma.
Teresa si sporse appena.
— E tu le somigli.
Viola abbassò gli occhi.
Tommaso vide le sue dita stringersi intorno al bicchiere.
— Conosceva anche mia nonna?
Teresa annuì.
— Violetta.
— Che donna era?
L’anziana rimase pensierosa.
— Gentile. Ma non nel modo in cui lo si dice di una persona che non si conosce bene.
Viola attese.
— Quando qualcuno parlava, lei ascoltava fino alla fine. Anche se sapeva già cosa avrebbe risposto.
Teresa sorrise.
— A me sembrava una forma di rispetto.
Tommaso si sedette.
— Ricorda qualcosa di insolito accaduto nel 1974?
Teresa lo guardò.
— Perché proprio quell’anno?
— Abbiamo trovato alcune lettere di famiglia.
La donna abbassò gli occhi.
Per un istante sembrò valutare se quella spiegazione le bastasse.
Poi disse:
— Nel 1974 Violetta partì.
Viola si irrigidì.
— Partì?
— Sì. Per qualche tempo.
— Quanto?
Teresa scosse la testa.
— Non ricordo. Ero occupata con i miei figli. So che Elena rimase qui con una parente.
Tommaso si sporse.
— Quando Violetta tornò, le sembrò diversa?
L’anziana lo osservò a lungo.
— In che senso?
— Nell’aspetto. Nel comportamento.
Teresa si tolse gli occhiali.
— Perché mi fate queste domande?
Viola guardò Tommaso.
Lui non intervenne.
Fu lei a rispondere.
— Mia madre mi ha lasciato una lettera. Dice che nel 1974 accadde qualcosa che non riuscì mai a spiegare.
Teresa abbassò lentamente gli occhiali sul tavolo.
— Elena era una bambina molto fantasiosa.
— Non mi sembra una risposta.
L’anziana guardò Viola.
— No. Hai ragione.
Si alzò.
Andò verso un mobile basso, vicino alla porta.
Aprì un cassetto.
Ne estrasse una scatola di latta.
Tornò al tavolo.
— Io non ho mai visto due Violette.
Viola trattenne il respiro.
Tommaso rimase immobile.
Teresa aprì la scatola.
Dentro c’erano fotografie, biglietti e piccoli fogli ripiegati.
— Ma una volta Elena mi disse che sua madre era tornata e che quella che era rimasta con lei non voleva più uscire di casa.
Viola si portò una mano al viso.
Teresa continuò:
— Aveva undici anni. Io pensai che stesse parlando di un litigio tra adulti.
— E poi?
— Poi mi chiese se una persona potesse ricordare cose accadute a qualcun altro.
Tommaso guardò Viola.
Teresa estrasse una fotografia.
— Le dissi che i ricordi si possono raccontare. E che, quando li ascoltiamo abbastanza spesso, a volte ci sembra di averli vissuti.
Posò la fotografia sul tavolo.
Mostrava un cortile.
Il gelso.
Una bambina in piedi accanto a una bicicletta.
Dietro di lei, una donna.
Viola prese l’immagine.
— È mia madre.
Teresa annuì.
— E Violetta.
Sul retro era annotato:
Giugno 1974.
Viola guardò il volto della donna.
Era quello di sua nonna.
Lo stesso della fotografia del 1962.
Ma c’era qualcosa di diverso.
Non sembrava più giovane.
Sembrava stanca.
Profondamente stanca.
Tommaso si avvicinò.
— Posso vedere?
Viola gli porse la fotografia.
Lui la osservò.
Poi notò un dettaglio.
Sul polso della donna c’era un orologio.
Piccolo.
Con il cinturino chiaro.
Non quello da tasca.
Un normale orologio da donna.
Ma sul quadrante, appena visibile, le lancette segnavano le undici e tredici.
Tommaso sentì il bisogno di distogliere lo sguardo.
Non lo fece.
— Teresa, questa fotografia l’ha scattata lei?
— Mio marito.
— Ricorda l’occasione?
L’anziana sorrise.
— Era tornata a casa.
— Violetta?
— Sì.
Teresa guardò Viola.
— Elena volle una fotografia perché diceva che, stavolta, sua madre doveva rimanere.
Uscirono poco prima di mezzogiorno.
Viola teneva la fotografia nella borsa.
Teresa gliel’aveva regalata.
— Appartiene più a te che a me — aveva detto.
Adesso camminavano lungo una strada silenziosa.
Tommaso non parlava.
Viola nemmeno.
Arrivati sotto un portico, lei si fermò.
— Mia madre ha vissuto tutta la vita con questa cosa.
Tommaso annuì.
— Sì.
— Ha cresciuto me. Ha lavorato. Ha riso. Si è innamorata di mio padre.
Guardò la fotografia.
— E dentro di lei c’era una domanda alla quale nessuno sapeva rispondere.
Tommaso le sfiorò la mano.
Viola non la prese subito.
— Ho passato anni a pensare che mia madre fosse una persona malinconica.
Alzò gli occhi.
— Non sempre. Soltanto in certi momenti. Quando sentiva una canzone. Quando guardava una fotografia troppo a lungo.
Inspirò lentamente.
— Adesso mi domando quante volte stesse ricordando qualcosa che non poteva raccontarmi.
Tommaso la guardò.
— Potresti non saperlo mai.
Viola annuì.
— Lo so.
Poi gli prese la mano.
— Ma voglio sapere abbastanza da smettere di aver paura di ciò che mi ha lasciato.
Ernesto era tornato in bottega.
Quando li vide entrare, posò il pennello con il quale stava distribuendo la colla sul dorso di un libro.
— Avete trovato qualcosa?
Tommaso guardò Viola.
Lei estrasse la fotografia.
Ernesto la prese.
La osservò.
— Teresa.
— La conoscevi? — domandò Viola.
— Conoscevo quasi tutti in quel cortile.
— Perché non ci hai mai parlato di lei?
Ernesto restituì la fotografia.
— Perché non sapevo cosa ricordasse.
Viola rimase immobile.
— E tu cosa ricordi?
L’anziano guardò Tommaso.
— Ho bisogno di mostrarvi una cosa.
Li condusse nel retro.
Aprì un armadio e ne estrasse un registro rilegato in tela verde.
Lo posò sul tavolo.
— Mio padre annotava tutti i lavori. Riparazioni, restauri, ordinazioni. Non buttava via niente.
Sfogliò le pagine.
1961.
1962.
Si fermò.
— Ecco.
Tommaso si chinò.
Una riga riportava:
4 dicembre 1962 — Rinaldi, Tomaso. Riparazione cerniera, orologio da tasca.
Viola guardò Tommaso.
Lui estrasse l’orologio.
Ernesto lo prese con cautela.
Lo aprì.
Le lancette erano ancora ferme.
— È questo?
— Sì.
Ernesto annuì.
— Me lo ricordo.
Tommaso indicò il registro.
— Il quattro dicembre.
— Sì.
— Tomaso era già entrato nel vicolo?
Ernesto rimase in silenzio.
— Secondo la lettera, ci entrò il tre.
L’anziano abbassò gli occhi.
— Le lettere non raccontano sempre gli eventi nell’ordine in cui sono accaduti.
Viola si irrigidì.
— Che cosa significa?
Ernesto sfogliò ancora.
Si fermò su una pagina successiva.
— Guardate.
Un’altra riga.
13 dicembre 1962 — Rinaldi, Tomaso. Restituzione orologio.
Tommaso osservò il registro.
— Quindi lo ritirò il tredici.
Ernesto annuì.
— L’ultimo giorno in cui lo vidi.
Viola guardò l’orologio.
— E perché era nella stanza?
— Non lo so.
Tommaso indicò la riga.
— Chi lo aveva portato a riparare?
— Tomaso.
— E cosa aveva che non andava?
Ernesto esitò.
Poi aprì un cassetto.
Estrasse una piccola busta di carta.
La svuotò sul tavolo.
Ne cadde una minuscola vite.
— Mio padre la conservò.
Tommaso la guardò.
— Perché?
— Perché quando aprì l’orologio, trovò qualcosa che non avrebbe dovuto esserci.
Viola si avvicinò.
— Cosa?
Ernesto aprì nuovamente il coperchio.
Con un piccolo utensile sollevò delicatamente il fondello interno.
Sotto, nascosta tra il meccanismo e la cassa, c’era una sottile striscia di carta.
Tommaso smise di respirare.
Ernesto la estrasse.
La posò sul tavolo.
Era ingiallita.
Ripiegata più volte.
Sul davanti, in una grafia minuta, c’era scritto:
Per Ada.
Tommaso non la toccò subito.
Guardò il nome della zia.
Poi Ernesto.
— Sapevi che era qui.
L’anziano annuì.
— Sì.
— Da quanto?
— Dal 1962.
Tommaso si alzò.
La sedia strisciò sul pavimento.
— Hai avuto sessantaquattro anni per consegnargliela.
Ernesto abbassò gli occhi.
— Lo so.
— E non l’hai fatto.
— No.
Tommaso si allontanò dal tavolo.
Viola rimase seduta.
Non intervenne.
Ernesto parlò piano.
— Tuo zio mi chiese di aspettare.
Tommaso si voltò.
— Aspettare cosa?
— Che Ada smettesse di cercarlo.
Tommaso lo fissò.
— Non è una risposta.
— È l’unica che posso darti.
Viola guardò la striscia di carta.
— Ada non ha mai smesso.
Ernesto chiuse gli occhi.
— No.
Tommaso tornò al tavolo.
Prese il foglio.
Lo aprì.
La grafia era quella di Tomaso.
La riconobbe immediatamente.
Lesse.
Ada,
se Ernesto ti consegnerà queste parole, significa che non sono riuscito a tornare.
Non cercare la stanza.
Non cercare la porta.
Non cercare me.
Ho fatto una scelta che non posso chiederti di comprendere.
Violetta è tornata a casa.
Io no.
Tommaso si fermò.
Viola sollevò gli occhi.
Lui continuò.
Non perché qualcuno me lo abbia impedito.
Perché ho incontrato una persona che non avrei dovuto conoscere.
Un uomo.
Aveva il mio volto.
Mi disse di essere tornato per impedirmi di commettere il suo stesso errore.
Non gli credetti.
Poi mi mostrò una fotografia.
Tu eri anziana.
Io non c’ero.
Tommaso sentì le mani diventare fredde.
La lettera continuava.
Mi disse che avevo già vissuto una vita nella quale ero scomparso e che, se fossi rimasto nella stanza, avrei potuto restituire a Violetta tutto il tempo che le avevo sottratto.
Gli chiesi dove fosse lei.
Mi rispose che mi stava aspettando.
Non capii che parlava di un’altra Violetta.
Tommaso abbassò il foglio.
Viola lo guardava.
Ernesto rimase immobile.
Lui riprese.
Ada, ho creduto che amare significasse non lasciare mai andare.
Adesso so che esiste una forma d’amore che diventa una prigione proprio quando pretende di durare per sempre.
Se un giorno qualcuno della nostra famiglia troverà questa lettera, digli di non cercare di salvarmi.
Digli di vivere.
Digli che il tempo non è ciò che ci porta via le persone.
È ciò che ci permette di averle incontrate.
Perdonami.
Tuo fratello,
Tomaso.
Tommaso rimase seduto.
La lettera era aperta davanti a lui.
Non guardava Ernesto.
Non guardava Viola.
Guardava il nome.
Tuo fratello.
Ada aveva aspettato quell’uomo per tutta la vita.
Aveva conservato la sua fotografia.
Le sue lettere.
La chiave.
Aveva lasciato a Tommaso una casa piena di tracce.
Eppure la sola cosa che Tomaso aveva chiesto era di non essere cercato.
Tommaso sentì salire una rabbia improvvisa.
Non contro Ernesto.
Non contro Ada.
Contro quell’uomo che aveva scritto digli di vivere dopo aver sottratto alla sorella la possibilità di sapere se fosse vivo.
— Non aveva il diritto — disse.
Ernesto sollevò gli occhi.
— Chi?
— Tomaso.
Viola rimase immobile.
Tommaso guardò la lettera.
— Non aveva il diritto di chiedere a sua sorella di smettere di cercarlo senza dirle dove fosse.
Ernesto abbassò lo sguardo.
— No.
La risposta lo sorprese.
Tommaso lo fissò.
— E tu non avevi il diritto di decidere che non dovesse leggere questa lettera.
L’anziano annuì.
— Nemmeno io.
Rimasero in silenzio.
Poi Ernesto disse:
— Ada mi odiò per molti anni.
Tommaso lo guardò.
— Sapeva della lettera?
— Sapeva che Tomaso mi aveva lasciato qualcosa. Non sapeva cosa.
— E tu non glielo dicesti.
— No.
Ernesto si passò una mano sul viso.
— Avevo ventidue anni. Mio padre mi disse che alcune promesse vanno mantenute anche quando fanno male.
Guardò Tommaso.
— Ho impiegato una vita a capire che non tutte le promesse meritano di esserlo.
Viola abbassò gli occhi.
Tommaso ripiegò la lettera.
La mise nella tasca interna del cappotto.
— Questa viene con me.
Ernesto annuì.
— È tua.
Uscirono dalla legatoria poco dopo le due.
Viola camminava accanto a Tommaso senza parlare.
Attraversarono Piazza delle Erbe.
Un gruppo di turisti seguiva una guida sotto i portici. Un bambino correva dietro ai piccioni. Davanti a un bar, due uomini discutevano di una partita.
Tommaso osservò quella vita ordinaria con una stanchezza che non riusciva a spiegare.
Viola si fermò.
— Vuoi tornare a casa?
Lui annuì.
Lei gli prese la mano.
Camminarono fino all’appartamento di Ada.
Tommaso aprì le finestre.
Viola posò la borsa sul divano.
Per qualche minuto nessuno parlò.
Poi lui andò allo scrittoio.
Prese la fotografia del 1962.
Violetta alla finestra.
La girò.
Ci siamo incontrati troppo presto.
Tommaso la guardò a lungo.
Poi prese la lettera appena ricevuta.
La mise accanto alla fotografia.
Viola gli si avvicinò.
— Cosa cerchi?
— Ada.
Lei guardò il tavolo.
— In che senso?
Tommaso indicò la fotografia.
— Tutto questo è cominciato con una fotografia che lei ha lasciato in un cassetto chiuso.
Poi la lettera.
— E con una promessa che Ernesto non ha mantenuto.
Viola rimase in silenzio.
Tommaso guardò lo scrittoio.
— Ada non mi ha lasciato soltanto una casa.
Si chinò.
Esaminò i cassetti.
Le giunture.
La parte inferiore del piano.
Viola lo osservò.
— Pensi ci sia altro?
— Penso che mia zia conoscesse molto bene il valore delle cose nascoste.
Tommaso passò le dita sotto il bordo del mobile.
Sentì una piccola irregolarità.
Un incastro.
Premette.
Niente.
Provò di nuovo.
Il legno cedette appena.
Un pannello sottile scivolò di lato.
Dietro c’era uno scomparto.
Viola trattenne il respiro.
Tommaso estrasse una busta.
Era spessa.
Sul davanti, nella grafia di Ada, c’era scritto:
A Tommaso. Quando avrai smesso di cercare Tomaso.
Tommaso rimase immobile.
Viola gli sfiorò il braccio.
— Aprila.
Lui annuì.
La busta conteneva un quaderno.
Copertina grigia.
Angoli consumati.
Sulla prima pagina, Ada aveva scritto:
Non ti ho lasciato questa casa perché tu trovassi mio fratello.
Te l’ho lasciata perché un giorno tu potessi capire perché io non ho mai smesso di cercarlo.
Tommaso si sedette.
Viola accanto a lui.
Cominciò a leggere.
Quando Tomaso scomparve, avevo ventisei anni.
Per molto tempo pensai che il dolore fosse una stanza dalla quale sarei uscita soltanto quando lui fosse tornato.
Mi sbagliavo.
Il dolore non aveva pareti.
Mi seguiva al mercato, al lavoro, durante le feste, nelle giornate in cui ridevo senza volerlo.
Mi sposai.
Ebbi una figlia.
La persi.
Tommaso smise di leggere.
Non sapeva che Ada avesse avuto una figlia.
Viola gli prese la mano.
Lui continuò.
Per anni credetti che ogni perdita mi riportasse a quella precedente.
Poi compresi che non era così.
Ogni persona lasciava un’assenza diversa.
E nessuna poteva essere riempita da un’altra.
Tommaso sentì qualcosa stringergli il petto.
Continuai a cercare mio fratello.
Non perché credessi davvero di ritrovarlo.
Ma perché smettere avrebbe significato ammettere che non avrei mai conosciuto l’uomo che sarebbe diventato.
Non avrei saputo se gli piaceva ancora il caffè amaro.
Se aveva imparato a chiedere scusa.
Se avrebbe avuto figli.
Se, invecchiando, avrebbe cominciato a somigliare a nostro padre.
Mi mancava anche tutto ciò che non era ancora accaduto.
Viola abbassò gli occhi.
Tommaso continuò.
Quando sei nato, tua madre mi chiese di tenerti qualche giorno.
Avevi mani piccolissime e una quantità sorprendente di capelli.
Ti portai in questa casa.
Dormisti nella stanza accanto alla mia.
Una notte ti svegliasti piangendo.
Ti presi in braccio e cominciai a camminare.
Passai davanti allo scrittoio.
La fotografia di Tomaso era sul tavolo.
Tu allungasti una mano verso di lui.
E io ebbi paura.
Tommaso sollevò lentamente il viso.
Ebbi paura che la mia attesa potesse diventare la tua.
Che un giorno ti avrei consegnato tutte le domande alle quali non ero riuscita a rispondere.
Per questo chiusi la fotografia nel cassetto.
E per molti anni non te ne parlai.
Tommaso guardò il mobile.
La fotografia.
La busta.
Viola gli strinse la mano.
Lui riprese.
Poi, quando avevi nove anni, trovasti una biglia verde.
La nascondesti nella nicchia delle scale, accanto alla Madonna senza un dito.
Mi dicesti che era il tuo tesoro e che, se un giorno fossi tornato, avresti saputo dove cercarlo.
Ti guardai.
E compresi che custodire qualcosa non significa necessariamente rimanerne prigionieri.
Tu nascondesti quella biglia e poi uscisti a giocare.
Non passasti il resto dell’infanzia a sorvegliare il muro.
Tommaso sorrise.
Una lacrima gli scivolò lungo il viso.
Non la asciugò.
Vorrei averti insegnato meglio questa differenza.
Non so se ci sono riuscita.
Ma se stai leggendo queste parole, significa che sei tornato.
E che hai trovato la fotografia.
Adesso devi sapere una cosa.
Tommaso si fermò.
Viola si avvicinò.
Lui voltò pagina.
La porta numero tredici non conduce sempre nello stesso luogo.
Non perché cambi la stanza.
Perché cambia ciò che chi entra desidera ritrovare.
Io ci sono entrata una volta sola.
Ho rivisto mio fratello.
Era giovane.
Mi chiamò per nome.
Mi chiese perché fossi diventata così vecchia.
Gli risposi che lo avevo aspettato.
Lui pianse.
Tommaso abbassò gli occhi.
Avrei potuto rimanere.
Non so per quanto.
Non so cosa sarebbe accaduto fuori.
Ma avevo una vita.
Una casa.
Persone che mi aspettavano.
E compresi che, se fossi rimasta con Tomaso, avrei fatto a loro ciò che lui aveva fatto a me.
Gli dissi addio.
Non fu una guarigione.
Fu una scelta.
Viola appoggiò la testa sulla spalla di Tommaso.
Lui continuò.
Quando uscii, la porta scomparve.
Non la cercai più.
Ma conservai la chiave.
Non per tornarci.
Per ricordarmi che avrei potuto farlo e avevo scelto di non farlo.
Tommaso guardò la chiave sul tavolo.
Il simbolo inciso.
La curva.
La linea verticale.
Se un giorno incontrerai Viola, non chiederle di diventare la risposta alla nostra storia.
Non so chi sia per te.
Non so se vi amerete.
So soltanto che sua madre mi chiese di lasciarti questa casa.
Tommaso si immobilizzò.
Viola sollevò il viso.
Mi disse che un giorno avresti avuto bisogno di un luogo nel quale fermarti.
Non mi spiegò come potesse saperlo.
Le credetti perché, quando me lo disse, aveva negli occhi la stessa stanchezza che avevo visto in quelli di mio fratello.
E perché mi chiese una cosa che non avevo mai avuto il coraggio di chiedere a nessuno.
Mi chiese di non lasciare sola sua figlia, se un giorno fosse tornata a Mantova.
Tommaso guardò Viola.
Lei aveva le labbra socchiuse.
Non disse nulla.
Lui tornò al quaderno.
L’ultima pagina conteneva soltanto poche righe.
Tommaso,
non so quale vita ti aspetti.
Non posso proteggerti da tutte le sue perdite.
Posso soltanto lasciarti una casa con le finestre che si aprono.
Non trasformarla in una stanza senza domani.
Con affetto,
Ada.
Viola pianse senza nascondersi.
Tommaso la tenne stretta.
Non sapeva quanto tempo fosse passato.
La luce si spostò lentamente sul pavimento.
Dal cortile arrivò il rumore di un secchio trascinato sulle pietre.
Una finestra si aprì.
Qualcuno chiamò un bambino.
La vita continuava.
Tommaso guardò il quaderno.
Poi Viola.
— Mia zia ti aspettava.
Lei annuì.
— E mia madre sapeva che saremmo arrivati qui.
Tommaso abbassò gli occhi.
— Non so come.
Viola si asciugò il viso.
— Nemmeno io.
Rimasero in silenzio.
Poi lei sorrise appena.
— Tua zia doveva essere una donna straordinaria.
Tommaso guardò il vaso blu sul mobile.
La crepa riparata.
I segni della propria altezza sul muro.
La biglia verde.
— Lo era.
Viola gli prese la mano.
— Mi dispiace non averla conosciuta.
Tommaso la guardò.
— Credo che ti avrebbe adorata.
— Perché?
Lui sorrise.
— Perché mi contraddici continuamente.
Viola rise piano.
— Allora sì. Ci saremmo capite.
Nel tardo pomeriggio uscirono.
Non andarono al vicolo.
Non cercarono Ernesto.
Camminarono fino al lago.
Il cielo era chiaro e il vento muoveva appena la superficie dell’acqua.
Viola si fermò davanti a una panchina.
La stessa della fotografia.
Tommaso la guardò.
Poi guardò lei.
— Ci sediamo?
Viola sorrise.
— Non abbiamo già stabilito che non dobbiamo evitare le panchine?
Si sedettero.
Tommaso appoggiò il quaderno di Ada accanto a sé.
Viola gli prese la mano.
Per qualche minuto rimasero in silenzio.
Poi lei parlò.
— Mia madre diceva che le persone che abbiamo amato continuano a vivere nel modo in cui trattiamo gli altri.
Tommaso la guardò.
— È una cosa bella.
— Io pensavo fosse soltanto una frase per consolarmi.
Viola osservò l’acqua.
— Adesso capisco cosa intendeva.
Tommaso le sfiorò il dorso della mano.
— Cosa?
Lei si voltò.
— Che non devo diventare lei per portarla con me.
Tommaso sorrise.
Viola appoggiò la testa sulla sua spalla.
Rimasero così.
Poi lui disse:
— Vorrei mostrarti una cosa.
— Cosa?
Tommaso estrasse dalla tasca la fotografia ricevuta durante la notte.
Quella della stanza.
Del letto.
Di loro due.
Viola la guardò.
— L’hai portata con te.
— Sì.
— Perché?
Tommaso la osservò.
— Perché voglio che tu sappia una cosa.
Viola attese.
Lui le mostrò il retro.
17 settembre 2026.
— Domani questa fotografia dovrebbe esistere.
— Sì.
— Ma non voglio cercare quella stanza.
Viola sollevò gli occhi.
Tommaso continuò:
— Non voglio entrarci soltanto perché qualcuno ha deciso che dobbiamo farlo.
Lei rimase in silenzio.
— Se un giorno dormirai accanto a me, voglio che sia perché lo desideri.
Viola abbassò gli occhi.
Poi sorrise.
— E se lo desiderassi già?
Tommaso sentì il respiro fermarsi.
Lei lo guardò.
Non c’era ironia.
Non c’era esitazione.
Soltanto una domanda.
Tommaso le sfiorò la guancia.
— Allora vorrei che fosse in una stanza che scegliamo noi.
Viola sorrise.
Gli si avvicinò.
Lo baciò.
Lentamente.
Quando si separarono, lei appoggiò la fronte alla sua.
— Mi piace questa risposta.
Quella sera Viola rimase a cena.
Mangiarono in cucina.
Parlarono di Ada.
Della madre di Viola.
Di Ernesto.
Poi di cose diverse.
Di libri.
Di fotografie.
Di un viaggio che Tommaso aveva sempre desiderato fare e continuava a rimandare.
— Dove?
— In Portogallo.
— Perché non ci sei mai andato?
Lui ci pensò.
— Non lo so.
Viola sorrise.
— Allora andiamoci.
Tommaso la guardò.
— In Portogallo?
— Sì.
— Adesso?
— Non adesso. Un giorno.
Lui rimase in silenzio.
Viola abbassò gli occhi.
— Ho detto qualcosa di sbagliato?
Tommaso scosse la testa.
— No.
Le prese la mano.
— Hai detto un giorno.
Lei lo guardò.
— E allora?
Tommaso sorrise.
— Mi piace.
Alle undici Viola si alzò.
Tommaso la accompagnò alla porta.
Lei si infilò il cappotto.
Poi si voltò.
— Domani.
Lui annuì.
— Domani.
Viola gli diede un bacio.
Poi un altro.
Rimase vicina.
— Tommaso.
— Sì?
— Non voglio che tu abbia paura di quella fotografia.
Lui la guardò.
— Non ho paura della fotografia.
— E di cosa?
Tommaso le sfiorò i capelli.
— Di desiderare qualcosa che non so ancora come chiederti.
Viola rimase immobile.
Poi gli prese la mano.
La portò alle labbra.
— Non devi chiedermi tutto stasera.
Lui sorrise.
Lei uscì.
Tommaso rimase sulla soglia fino a quando non sentì il portone richiudersi.
Quando tornò in soggiorno, trovò il quaderno blu aperto sul tavolo.
Quello di Viola.
Non il quaderno di Ada.
La prima pagina era rimasta com’era.
Cose accadute a noi.
Sotto, le frasi scritte nei giorni precedenti.
Tommaso lo prese.
Lo sfogliò.
La seconda pagina.
Cose accadute a loro.
In fondo, una nuova annotazione.
Questa volta riconobbe la grafia.
Era quella di Ada.
Non cercate la stanza.
La stanza vi troverà quando smetterete di averne bisogno.
Tommaso rimase immobile.
Poi chiuse il quaderno.
Lo posò sul tavolo.
Guardò la fotografia del giorno successivo.
La stanza.
Il letto.
Viola addormentata.
L’orologio.
Per la prima volta notò un dettaglio che gli era sfuggito.
Sul comodino, accanto all’orologio, c’era un libro.
La copertina era rivolta verso l’obiettivo.
Tommaso ingrandì la fotografia con il telefono.
L’immagine era sfocata.
Ma il titolo si leggeva.
PRIMA DI NOI.
Sotto, in caratteri più piccoli:
Francesco Cacciola.
Tommaso fissò quelle parole.
Non conosceva quel libro.
Non conosceva quell’autore.
Eppure, per un istante, ebbe la sensazione assurda che qualcuno stesse scrivendo la sua vita mentre lui tentava disperatamente di viverla.
Chiuse gli occhi.
Poi spense il telefono.
La fotografia rimase sul tavolo.
La casa era silenziosa.
Fuori, Mantova continuava a respirare.
E Tommaso comprese che la cosa più difficile non sarebbe stata scoprire chi avesse scritto quella storia.
Sarebbe stata continuare a vivere senza chiedere a nessuno come sarebbe finita.

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