Prima di noi

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Capitolo XIII — Il nome che mancava

La mattina del diciotto settembre, Tommaso trovò una fotografia di sé stesso a nove anni.

Non la cercava.

Era scivolata da un atlante mentre rimetteva in ordine i libri tolti dalla libreria il giorno precedente. Cadendo, aveva urtato il bordo del tavolo ed era finita sotto il divano.

Tommaso si chinò a raccoglierla.

Era seduto sui gradini del cortile di Ada, con le ginocchia sporche e un ginocchio sbucciato. Teneva in mano una biglia verde. Alle sue spalle, una donna sorrideva.

Ada.

Aveva i capelli raccolti e un vestito a piccoli fiori.

Sul retro c’era scritto:

Tommaso, estate 1995.

Lui rimase a guardarla.

Ricordava quel pomeriggio.

Ada gli aveva promesso una fetta di torta se avesse smesso di giocare con la biglia vicino alle finestre del piano terra. Lui aveva accettato, mangiato la torta e ricominciato subito dopo.

Non ricordava chi avesse scattato la fotografia.

Si sedette sul divano.

Per la prima volta da quando era tornato a Mantova, un’immagine del passato gli restituiva qualcosa che già possedeva.

Non una domanda.

Un ricordo.

La conservò nella tasca della camicia.

Viola arrivò poco dopo le dieci.

Portava una borsa di tela e due cornetti.

Tommaso le aprì.

Lei lo baciò.

Poi lo guardò con attenzione.

— Hai dormito?

— Sì.

— Quanto?

— Abbastanza da non rispondere male a questa domanda.

Viola sorrise.

Entrò.

Sul tavolo della cucina trovò due tazze già preparate.

— Stai migliorando.

— Ho messo anche lo zucchero.

Lei lo guardò.

— Ti stai innamorando di me.

Tommaso si fermò.

La frase era uscita con leggerezza, ma rimase nell’aria.

Viola abbassò gli occhi sulla tazza.

Lui le si avvicinò.

— Credo di sì.

Lei sollevò lentamente il viso.

Tommaso non aggiunse nulla.

Viola posò il cornetto.

Gli prese la mano.

— Credo anch’io.

Si baciarono.

Non fu un bacio lungo.

Ma quando si separarono, entrambi rimasero vicini.

Viola sorrise appena.

— Adesso possiamo fare colazione?

Tommaso rise.

— Adesso sì.

La porta dietro la libreria li aspettava.

Tommaso aveva lasciato il pannello appoggiato al muro e i libri impilati sul pavimento.

Viola si fermò davanti alla serratura.

— Hai trovato la chiave?

— Non ancora.

Lui le mostrò il mazzo lasciato da Ada.

C’erano sette chiavi.

Tre appartenevano all’appartamento.

Una alla cantina.

Le altre erano più piccole.

Viola le osservò.

— Proviamo.

La prima non entrò.

La seconda girò a vuoto.

La terza si fermò a metà.

Tommaso guardò la serratura.

Poi estrasse dalla tasca la chiave consegnata da Ernesto.

Quella con il simbolo inciso.

Viola lo osservò.

— Non può essere la stessa.

— Lo so.

Tommaso la inserì.

Entrò senza resistenza.

Girò.

La porta si aprì.

Dietro c’era una stanza piccola.

Molto più piccola di quella del Vicolo del Tempo.

Le pareti erano dipinte di un verde pallido. Una finestra alta dava sul cortile interno. Accanto alla parete di sinistra c’era un letto stretto, coperto da un lenzuolo bianco.

Una libreria occupava il muro opposto.

Sul comodino, un orologio da tasca.

Tommaso rimase immobile.

Viola entrò lentamente.

— È questa.

Lui guardò il letto.

La finestra.

La libreria.

La fotografia ricevuta due sere prima.

Era la stessa stanza.

Viola si avvicinò al comodino.

Prese l’orologio.

Lo aprì.

Le lancette segnavano le undici e tredici.

Tommaso estrasse dalla tasca il proprio.

Lo aprì.

Le lancette segnavano la stessa ora.

Viola guardò i due oggetti.

— Due orologi.

Tommaso annuì.

Lei li posò uno accanto all’altro.

Erano identici.

Stessa ammaccatura.

Stessa incisione.

Stesso simbolo.

Tommaso sentì un brivido.

— Non è possibile.

Viola lo guardò.

— Eppure sono qui.

La stanza era pulita.

Nonostante la polvere accumulata sui libri, il letto era rifatto e il pavimento non mostrava segni di abbandono.

Viola passò una mano sul lenzuolo.

— Qualcuno è stato qui.

Tommaso guardò la finestra.

Era chiusa dall’interno.

La porta dietro la libreria sembrava l’unico accesso.

Viola si avvicinò alla parete.

C’erano fotografie.

Molte.

Piccole.

Disposte in file ordinate.

La prima mostrava Tomaso e Violetta davanti alla Rotonda di San Lorenzo.

La seconda, Ada giovane nel cortile.

La terza, una bambina con un vestito giallo.

Viola.

Tommaso si avvicinò.

La quarta fotografia mostrava lui.

Aveva circa nove anni.

Era seduto sui gradini del cortile.

Teneva in mano una biglia verde.

La stessa fotografia che aveva trovato quella mattina.

Ma c’era una differenza.

Accanto ad Ada, sullo sfondo, compariva un’altra donna.

Il volto era sfocato.

Indossava un vestito chiaro.

Viola si avvicinò.

— Chi è?

Tommaso scosse la testa.

— Non lo so.

Lei prese la fotografia.

La girò.

Sul retro c’era scritto:

Tommaso, estate 1995.

Sotto, una seconda frase.

La prima volta che lo ha visto.

Tommaso rimase immobile.

— Chi?

Viola guardò la parete.

Le fotografie successive mostravano momenti diversi della sua infanzia.

Una festa di compleanno.

Una gita al lago.

Una mattina davanti alla scuola.

In ciascuna compariva la stessa donna.

Sempre ai margini.

Sempre leggermente fuori fuoco.

Viola sollevò una fotografia.

Mostrava Tommaso a dodici anni.

La donna era dietro di lui.

Gli appoggiava una mano sulla spalla.

Tommaso sentì il respiro fermarsi.

Vicino al pollice sinistro, la cicatrice.

Viola guardò la propria mano.

Poi la fotografia.

— È lei.

Tommaso si sedette sul letto.

Viola rimase davanti alla parete.

Per qualche minuto nessuno parlò.

Poi lui disse:

— Non ricordo questa donna.

Viola si voltò.

— Potresti averla vista senza farci caso.

— In tutte queste fotografie?

Lei non rispose.

Tommaso guardò la stanza.

— Ada sapeva.

Viola annuì.

— Sapeva che qualcuno ti seguiva.

Lui abbassò gli occhi.

— E non me l’ha mai detto.

Viola si sedette accanto a lui.

— Non sappiamo perché.

Tommaso prese la fotografia del 1995.

La osservò.

Ada sorrideva.

L’altra donna era appena visibile.

Lui aveva una biglia in mano.

— Mia zia mi ha lasciato una casa piena di cose che non conosco.

Viola gli prese la mano.

— E di cose che conosci.

Tommaso la guardò.

Lei indicò la fotografia.

— Questa mattina ti sei ricordato della torta.

Lui sorrise appena.

— Come fai a saperlo?

— Me l’hai raccontato mentre mangiavamo il cornetto.

Tommaso abbassò gli occhi.

Viola gli sfiorò la guancia.

— Non lasciare che questa stanza ti porti via anche quello che ricordi.

Sulla libreria c’erano libri di medicina.

Fotografia.

Storia locale.

E un volume rilegato in tela grigia.

Tommaso lo prese.

Non aveva titolo sul dorso.

Lo aprì.

Le pagine erano bianche.

Tranne la prima.

Una sola frase.

Ogni assenza ha bisogno di un testimone.

Viola si avvicinò.

Tommaso voltò pagina.

Una fotografia.

Tomaso e Violetta.

Seduti su una panchina.

Sotto, una data.

3 dicembre 1962.

La pagina successiva mostrava Violetta da sola.

Stessa panchina.

Stesso giorno.

Sul retro della fotografia, una frase.

La prima volta che è rimasta.

Tommaso voltò ancora.

Un’altra immagine.

Tomaso da solo.

Stessa panchina.

Stesso giorno.

La prima volta che se n’è andato.

Viola si sedette accanto a lui.

— Non capisco.

Tommaso continuò a sfogliare.

Le fotografie si susseguivano.

Tomaso.

Violetta.

Ada.

La madre di Viola.

La piccola Viola.

Tommaso bambino.

Ogni immagine aveva una data.

E una frase.

La prima volta che ha dimenticato.

La prima volta che ha ricordato.

La prima volta che ha scelto.

La prima volta che ha rinunciato.

Poi arrivarono a una pagina vuota.

Sul margine inferiore, una data.

18 settembre 2026.

Quel giorno.

Viola guardò Tommaso.

Lui voltò pagina.

Un’altra fotografia.

Li mostrava seduti sul letto della stanza.

Esattamente come in quel momento.

Tommaso sentì il sangue gelarsi.

Viola si alzò.

Guardò intorno.

Nessuna macchina fotografica.

Nessuna finestra aperta.

Nessuno.

Poi un rumore.

Un click.

Proveniva dalla libreria.

Tommaso si voltò.

Un piccolo sportello si aprì tra due ripiani.

Dietro, una macchina fotografica.

Vecchia.

Montata su un supporto metallico.

L’obiettivo era rivolto verso il letto.

Viola si avvicinò.

— È una macchina a scatto automatico.

Tommaso la guardò.

— Come funziona?

Lei esaminò il meccanismo.

— C’è un sensore. Qualcuno l’ha collegata a un sistema che si attiva quando una persona si siede sul letto.

Tommaso guardò la fotografia nel libro.

— Quindi qualcuno ci ha fotografati.

Viola annuì.

— Sì.

Lui osservò la macchina.

— Ma la fotografia era già nel libro.

Viola rimase immobile.

Poi guardò il volume.

La pagina.

L’immagine.

— Non era lì prima.

Tommaso la fissò.

— Cosa?

Lei indicò la pagina.

— Quando hai aperto il libro, questa pagina era vuota.

Tommaso ripensò al gesto.

Alla fotografia.

Alla data.

Non era certo.

Viola si avvicinò al tavolo.

Prese il volume.

Lo sfogliò lentamente.

Le pagine sembravano normali.

Poi notò qualcosa.

La fotografia era ancora umida.

La sfiorò.

Una traccia d’inchiostro rimase sul polpastrello.

Viola sollevò gli occhi.

— È stata stampata adesso.

Tommaso esaminò la libreria.

Dietro il pannello della macchina fotografica c’era un piccolo vano.

Un cavo correva lungo la parete e scompariva sotto il pavimento.

Viola seguì il filo.

Arrivava a una scatola metallica nascosta dietro il comodino.

Dentro c’era una stampante fotografica compatta.

Un dispositivo recente.

Tommaso la guardò.

— Qualcuno ha costruito tutto questo.

Viola annuì.

— E lo ha fatto da poco.

Lui indicò il libro.

— Ma le altre fotografie?

Viola sfogliò le pagine.

— Alcune sono vecchie. Altre sono copie recenti.

Tommaso guardò la stanza.

Per la prima volta, la sensazione di essere osservato non proveniva da qualcosa che non riusciva a comprendere.

Proveniva da una macchina.

Da un cavo.

Da un dispositivo che qualcuno aveva installato.

— Ada non avrebbe potuto farlo da sola.

Viola lo guardò.

— Non sappiamo quando sia stato montato.

Tommaso indicò la stampante.

— Questo modello non esisteva quando ero bambino.

Lei annuì.

— Qualcuno è entrato qui dopo.

Tommaso si avvicinò alla finestra.

La aprì.

Sotto c’era il cortile.

Una scala di servizio correva lungo il muro.

Arrivava fino a una piccola porta laterale.

Tommaso la osservò.

— C’è un altro ingresso.

Viola gli si avvicinò.

— Lo conoscevi?

— No.

Lui guardò la porta.

— Ma qualcuno sì.

Scoprirono il passaggio dietro un armadio.

La porta laterale conduceva a una scala stretta, utilizzata un tempo per raggiungere la soffitta senza attraversare l’appartamento principale.

Il meccanismo era semplice.

Una serratura.

Un chiavistello.

Una chiave.

Niente che richiedesse spiegazioni straordinarie.

Tommaso scese i gradini.

Viola lo seguì.

Arrivarono nel cortile.

La porta esterna era nascosta dietro un vecchio rampicante.

Tommaso la aprì.

Dava su un vicolo secondario.

Viola guardò la strada.

— Chiunque avesse la chiave poteva entrare nella stanza senza passare da casa tua.

Tommaso annuì.

— E fotografarci.

Lei si voltò verso di lui.

— O lasciare fotografie.

Rimasero in silenzio.

Poi Viola disse:

— Dobbiamo parlare con Ernesto.

Tommaso guardò la porta.

— Sì.

La legatoria era aperta.

Ernesto stava sistemando alcuni libri su uno scaffale.

Quando li vide entrare, sorrise.

— Avete trovato la stanza.

Tommaso si fermò.

Viola lo guardò.

L’anziano abbassò lentamente il libro che teneva in mano.

— Lo sapevi — disse Tommaso.

Ernesto annuì.

— Sapevo che esisteva.

— E sapevi della macchina fotografica?

L’anziano aggrottò la fronte.

— Quale macchina?

Tommaso gli mostrò le fotografie scattate nella stanza.

Ernesto le osservò.

Il suo volto cambiò.

— Questa non c’era.

Viola si avvicinò.

— Quando sei entrato l’ultima volta?

Ernesto guardò Tommaso.

— Molti anni fa.

— Con Ada?

L’anziano annuì.

— Sì.

Tommaso rimase immobile.

— Perché non me ne hai parlato?

Ernesto posò le fotografie.

— Perché Ada mi aveva chiesto di non farlo.

— Ada è morta.

L’anziano abbassò gli occhi.

— Lo so.

Tommaso si avvicinò al bancone.

— Ernesto, qualcuno entra in quella casa. Qualcuno ci fotografa. Qualcuno conosce cose della nostra vita che noi stessi non ricordiamo.

L’anziano rimase in silenzio.

Tommaso continuò:

— Se sai qualcosa, devi dircelo.

Ernesto si tolse gli occhiali.

Li pulì lentamente.

Poi guardò Viola.

— Tua madre veniva spesso da Ada.

Lei annuì.

— Lo abbiamo scoperto.

— Non veniva soltanto per parlare.

Viola si irrigidì.

— Cosa faceva?

Ernesto esitò.

— Fotografava.

Tommaso guardò Viola.

L’anziano continuò:

— Aveva un progetto. Voleva ricostruire la storia di sua madre attraverso le immagini.

Viola rimase immobile.

— Non me ne ha mai parlato.

— Non lo portò a termine.

— Perché?

Ernesto guardò le fotografie.

— Perché cominciò a trovare immagini che non ricordava di aver scattato.

Il silenzio si allargò.

Tommaso appoggiò entrambe le mani sul bancone.

— E cosa fece?

Ernesto guardò Viola.

— Smise di fotografare.

Lei abbassò gli occhi.

Sua madre aveva continuato a portare con sé una macchina fotografica per tutta la vita.

Ma Viola non ricordava di averla mai vista usarla.

Ernesto li condusse nel retro della bottega.

Aprì un armadio.

Estrasse una scatola di legno.

La posò sul tavolo.

— Tua madre me la lasciò qualche mese prima di morire.

Viola si avvicinò.

— Perché non me l’hai data?

Ernesto abbassò gli occhi.

— Mi chiese di aspettare.

Tommaso sentì la rabbia tornare.

Ma Viola gli sfiorò il braccio.

— Aspettare cosa?

L’anziano guardò lei.

— Che tu tornassi a Mantova con Tommaso.

Viola rimase immobile.

— Lo conosceva?

Ernesto annuì.

— Conosceva il suo nome.

Tommaso guardò la scatola.

— Da quanto?

— Dal giorno in cui Ada le mostrò una fotografia.

Viola sollevò gli occhi.

— Quale fotografia?

Ernesto aprì la scatola.

Dentro c’era un album.

Copertina marrone.

Angoli rinforzati.

Sul davanti, una scritta.

PRIMA DI NOI.

Tommaso sentì il respiro fermarsi.

Lo stesso titolo del libro visto nella fotografia.

Viola lo guardò.

Ernesto aprì l’album.

La prima pagina conteneva una fotografia di Tomaso e Violetta.

La seconda, una fotografia di Ada.

La terza, una fotografia della madre di Viola.

Poi immagini di Tommaso bambino.

Di Viola bambina.

Delle loro famiglie.

Luoghi.

Oggetti.

Case.

Sulla prima pagina, una dedica.

Per chi verrà dopo di noi.

Viola sfiorò la copertina.

— Chi lo ha fatto?

Ernesto indicò una firma.

In fondo alla pagina.

Elena Sereni.

Viola rimase immobile.

Sua madre.

Sfogliarono l’album.

Le fotografie erano disposte con cura.

Ogni immagine aveva una data.

Un luogo.

Una breve annotazione.

Non c’erano profezie.

Non c’erano frasi misteriose.

Soltanto una storia.

La storia di una famiglia.

Di due famiglie.

Viola riconobbe la casa della propria infanzia.

Tommaso riconobbe il cortile di Ada.

Poi arrivarono a una fotografia scattata nel 1998.

Mostrava due bambini davanti a una fontana.

Una bambina con un vestito giallo.

Un bambino con una camicia azzurra.

Viola si avvicinò.

— Sono io.

Tommaso guardò.

Il bambino aveva i capelli scuri.

Un sorriso incerto.

Una biglia verde in mano.

Lui.

Rimase immobile.

— Non me lo ricordo.

Viola scosse la testa.

— Nemmeno io.

Sul retro, la madre di Viola aveva scritto:

17 maggio 1998. Il giorno in cui si sono incontrati.

Tommaso guardò Viola.

Lei lo guardò.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi Viola sorrise.

Un sorriso piccolo.

Incredulo.

— Ci siamo già conosciuti.

Tommaso abbassò gli occhi sulla fotografia.

— Sì.

Viola gli prese la mano.

— E non ce lo ricordavamo.

Lui sorrise.

— A quanto pare.

Ernesto li osservava.

Non disse nulla.

Tornarono a casa di Ada nel tardo pomeriggio.

Portarono con sé l’album.

Tommaso lo posò sul tavolo.

Viola si sedette accanto a lui.

Sfogliarono le pagine lentamente.

A un certo punto lei si fermò.

Una fotografia mostrava la stanza dietro la libreria.

Il letto.

La finestra.

Il comodino.

Sul retro, una data.

17 maggio 1998.

Viola guardò Tommaso.

Lui osservò l’immagine.

Sul letto c’erano due bambini.

Dormivano.

La piccola Viola.

Il piccolo Tommaso.

Accanto a loro, sul comodino, un orologio da tasca.

Viola sentì un brivido.

— La stessa stanza.

Tommaso annuì.

Lei voltò pagina.

Una fotografia più recente.

La stanza.

Il letto.

Due adulti.

Loro.

La data era quella del giorno precedente.

17 settembre 2026.

Tommaso rimase immobile.

Viola guardò l’immagine.

Era la stessa fotografia ricevuta nella busta.

Stessa posizione.

Stesso letto.

Stesso orologio.

Ma adesso c’era una differenza.

Nell’album, sul comodino, accanto all’orologio, era visibile un secondo oggetto.

Una piccola scatola.

Tommaso si avvicinò.

La riconobbe.

Era la scatola di velluto color prugna trovata nella stanza del Vicolo del Tempo.

Viola sollevò gli occhi.

— Non era nella fotografia che hai ricevuto.

Tommaso scosse la testa.

Lei guardò la pagina.

Poi lui.

— Dobbiamo tornare nella stanza.

Tommaso rimase in silenzio.

Viola gli prese la mano.

— Non per cercare il futuro.

Lui la guardò.

— Per cercare quella scatola.

La stanza dietro la libreria era ancora aperta.

Entrarono.

La luce del tramonto attraversava la finestra.

Il letto era rifatto.

Sul comodino c’erano i due orologi.

Tommaso si avvicinò.

Viola guardò sotto il letto.

Niente.

Aprì il cassetto del comodino.

Vuoto.

Tommaso esaminò la libreria.

Poi il pavimento.

Nessuna scatola.

Viola si sedette sul letto.

— Non c’è.

Tommaso guardò la fotografia nell’album.

La scatola era accanto all’orologio.

Lui si avvicinò al comodino.

Sollevò uno dei due orologi.

Sotto, una piccola incisione nel legno.

Il simbolo della chiave.

Tommaso lo sfiorò.

Il piano del comodino cedette leggermente.

Un cassetto nascosto si aprì.

Dentro c’era la scatola.

Viola si alzò.

Tommaso la prese.

Era rivestita di velluto color prugna.

La stessa.

La aprì.

Dentro c’era una fotografia.

Una donna.

Capelli scuri.

Occhi chiari.

Una piccola cicatrice vicino al pollice sinistro.

Sul retro, un nome.

Violetta Bernardi.

Sotto, una data.

17 maggio 1998.

Viola guardò la fotografia.

— È mia nonna.

Tommaso annuì.

Poi vide un secondo foglio.

Ripiegato.

Lo aprì.

Una sola frase.

Non cercate chi è rimasto.

Cercate chi è tornato.

Viola sollevò gli occhi.

Tommaso guardò la fotografia.

La donna.

Il volto.

La cicatrice.

Poi la data.

1998.

Trentasei anni dopo la scomparsa di Tomaso.

Ventiquattro anni dopo il ritorno di Violetta.

Viola sussurrò:

— Mia nonna era qui.

Tommaso annuì.

Lei guardò la stanza.

Il letto.

La finestra.

La libreria.

— E ci ha visti dormire.

Tommaso sentì il respiro rallentare.

La donna che compariva nelle fotografie della sua infanzia.

La donna che aveva il volto di Violetta.

La donna che, nel ricordo di Viola, le aveva preso la mano.

Era stata lì.

Con loro.

Viola si sedette sul letto.

Teneva la fotografia tra le mani.

Tommaso le si avvicinò.

— Cosa pensi?

Lei guardò l’immagine.

— Che mia nonna mi conosceva.

— Sì.

— Mi conosceva davvero.

Tommaso annuì.

Viola sorrise appena.

— Non soltanto come una bambina che sarebbe nata.

Abbassò gli occhi.

— Mi ha vista crescere.

Tommaso si sedette accanto a lei.

Viola gli appoggiò la testa sulla spalla.

Rimasero in silenzio.

Poi lei disse:

— Vorrei sapere cosa le piaceva.

Tommaso la guardò.

— A tua nonna?

— Sì.

Viola osservò la fotografia.

— Che cosa mangiava a colazione. Se le piaceva il mare. Se rideva forte oppure piano.

Tommaso le prese la mano.

— Possiamo scoprirlo.

Lei sorrise.

— Da chi?

Tommaso guardò l’album.

— Da chi l’ha conosciuta.

Viola annuì.

Poi gli sfiorò il viso.

— E possiamo anche smettere di cercare per oggi.

Lui sorrise.

— Mi sembra un’ottima idea.

Uscirono dalla stanza.

Tommaso richiuse la porta.

Viola rimise il pannello al suo posto.

Poi si fermò.

— Tommaso.

Lui si voltò.

— Sì?

Lei indicò la libreria.

— Non rimettiamo i libri.

Tommaso la guardò.

— Perché?

Viola sorrise.

— Perché una porta non deve essere nascosta per forza.

Lui rimase in silenzio.

Poi annuì.

Lasciarono il pannello appoggiato al muro.

La porta visibile.

Chiusa.

Ma visibile.

Quella sera cenarono insieme.

Viola preparò la pasta.

Tommaso apparecchiò.

Parlarono della fotografia del 1998.

Del giorno in cui si erano incontrati senza ricordarlo.

Di come sarebbero stati da bambini.

— Io ero insopportabile — disse Viola.

— Lo sei ancora.

Lei gli lanciò un tovagliolo.

Tommaso rise.

Poi le mostrò la fotografia trovata nell’atlante.

Lui bambino.

Ada.

La biglia verde.

Viola la osservò.

— Eri carino.

— Ero?

Lei sorrise.

— Non esageriamo.

Tommaso le prese la mano.

Rimasero a guardarsi.

Poi Viola si avvicinò.

Lo baciò.

Più tardi, quando Viola si addormentò sul divano, Tommaso rimase seduto accanto a lei.

L’album era sul tavolo.

Lo aprì.

Tornò alla fotografia del 1998.

I due bambini davanti alla fontana.

Viola.

Tommaso.

La madre di Viola aveva scritto:

Il giorno in cui si sono incontrati.

Lui osservò la data.

Poi guardò Viola addormentata.

Non ricordava quel giorno.

Non ricordava di averle parlato.

Non ricordava il suo sorriso.

Ma adesso sapeva che, molto prima di incontrarla da adulto, l’aveva già avuta davanti.

Una bambina con un vestito giallo.

Una fontana.

Una biglia verde.

Tommaso sorrise.

Chiuse l’album.

Spense la luce.

E per la prima volta, da quando era tornato a Mantova, non sentì il bisogno di sapere cosa sarebbe accaduto il giorno successivo.

Gli bastava sapere che Viola era lì.

Che dormiva.

Che, quando si sarebbe svegliata, avrebbero potuto raccontarsi qualcosa che ancora non conoscevano.

Il resto avrebbe avuto il proprio tempo.

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