Avevo trasformato ogni giorno in una prestazione
Non sapevo più riposare.
Potevo interrompere un’attività, sedermi, perfino concedermi un pomeriggio privo di impegni. Ma dentro di me la produzione continuava. Un reparto clandestino compilava l’elenco di ciò che avrei potuto fare, recuperare, anticipare.
Il corpo si fermava.
La mente timbrava un altro turno.
Ogni pausa assumeva il sapore di un’inadempienza. Non riuscivo a trascorrere un’ora senza domandarmi quale vantaggio avrei potuto ricavarne. Anche il piacere doveva presentare una giustificazione: leggere per imparare, camminare per stare bene, ascoltare musica per ritrovare concentrazione.
Nulla poteva esistere soltanto perché mi faceva bene.
Avevo trasformato la vita in un sistema di rendicontazione.
A sera compilavo consuntivi invisibili. Misuravo quanto avevo concluso, quante richieste avevo soddisfatto, quale porzione del domani ero riuscito a sottrarre al domani. Se la giornata non produceva abbastanza, la consideravo difettosa.
Non importava quanto fossi stanco.
La stanchezza non costituiva un risultato.
Era soltanto l’attrito della macchina.
Mi ero abituato a valutarmi attraverso il rendimento. Una giornata colma mi faceva sentire necessario; una giornata vuota mi esponeva a una domanda che cercavo continuamente di eludere:
Chi sono quando non servo a niente?
Non possedevo una risposta.
Sapevo essere efficiente, reperibile, risolutivo. Ero capace di sostenere turnazioni emotive che nessuno mi aveva assegnato. Raccoglievo incombenze, prevenivo contrattempi, intervenivo prima che qualcuno chiedesse.
La mia utilità precedeva sempre la mia presenza.
Entravo nei rapporti come si entra in servizio.
Osservavo ciò che mancava e lo fornivo. Individuavo una difficoltà e cercavo il rimedio. Se qualcuno soffriva, diventavo sostegno; se esitava, diventavo certezza; se cadeva, diventavo il punto dal quale rialzarsi.
Non mi domandavo più come stessi.
Mi domandavo quanto fossi ancora impiegabile.
Il meccanismo riceveva approvazione. Le persone definivano affidabilità ciò che, dentro di me, stava diventando cottimo. Più riuscivo a reggere, più aumentava la quantità di cose che mi venivano affidate.
Io accettavo.
Ogni nuova responsabilità confermava che avevo un valore.
Ogni rinuncia personale diventava una promozione senza stipendio.
Continuavo a salire in una gerarchia che esisteva soltanto nella mia testa, fino a occupare il ruolo più alto e più sterile:
quello di chi non può permettersi di cedere.
BLACKOUT
Lo spegnimento non arrivò durante una giornata difficile.
Arrivò quando non accadde nulla.
Nessuna urgenza, nessuna richiesta, nessun problema da risolvere. Avevo davanti alcune ore completamente disponibili e non provai sollievo.
Provai vertigine.
Senza compiti perdevo consistenza. Non sapevo dove collocare le mani, il pensiero, perfino il respiro. Cercai qualcosa da sistemare, una pratica dimenticata, un messaggio al quale rispondere. Avrei accettato qualunque incombenza pur di non rimanere davanti a me stesso senza una mansione.
Compresi allora che non temevo l’inoperosità.
Temevo l’irrilevanza.
Avevo costruito la mia dignità su una catena di montaggio. Per sentirmi degno dovevo produrre attenzione, risultati, soluzioni. Se il nastro si arrestava, non rimaneva un uomo stanco.
Rimaneva qualcuno che non sapeva più motivare la propria esistenza.
Quella scoperta non mi liberò.
Mi umiliò.
Per anni avevo creduto di agire per generosità, disciplina, senso del dovere. Dentro quelle qualità esisteva anche una fame più segreta: essere indispensabile per non rischiare di essere dimenticato.
Davo molto, ma una parte di quel dare era una polizza contro l’abbandono.
Se fossi stato necessario, pensavo, nessuno avrebbe potuto fare a meno di me.
Eppure essere necessari non significa essere amati.
Talvolta significa soltanto essere adoperati bene.
Dovetti imparare a distinguere chi cercava la mia persona da chi cercava la mia funzione. La differenza era sottile e dolorosa. Alcuni rimanevano anche quando non offrivo nulla. Altri riducevano la propria presenza non appena smettevo di essere utile.
Non li accusai.
Ero stato io a presentarmi come una risorsa inesauribile.
Avevo insegnato agli altri a incontrare la mia efficienza prima della mia umanità.
Cominciai a sottrarmi al cottimo con gesti minuscoli.
Lasciai una richiesta in attesa. Non intervenni in una questione che qualcuno poteva risolvere autonomamente. Consegnai un lavoro buono senza torturarlo fino alla perfezione. Mi sedetti senza attribuire a quel tempo alcuna funzione benefica.
All’inizio il riposo fu sgradevole.
Non aveva la morbidezza che gli avevo immaginato. Era ruvido, quasi offensivo. Portava in superficie tutto ciò che l’operosità aveva anestetizzato: la paura di non bastare, il bisogno di approvazione, l’imbarazzo di ricevere senza ricambiare immediatamente.
Rimasi lì.
Non ottimizzai quel disagio.
Non cercai di trasformarlo in una lezione.
Lo attraversai senza produrre niente.
Poco alla volta scoprii che esistevano parti di me prive di impiego e tuttavia vive. Una curiosità senza obiettivo. Un piacere senza utilità. Un pensiero che non doveva diventare progetto, articolo, risposta o decisione.
Potevo guardare il tempo passare senza processarlo.
Potevo concludere una giornata senza sottoporla a collaudo.
Potevo essere stanco senza considerarmi guasto.
Oggi continuo ad amare ciò che faccio. Conservo disciplina, zelo, desiderio di portare a termine. Non ho rinnegato la mia indole operosa.
Ho soltanto revocato alla produttività il diritto di stabilire quanto valgo.
Quando mi fermo, una parte antica di me continua a suggerirmi che sto sprecando tempo. La riconosco dalla fretta con cui elenca ciò che manca, dalla perizia con cui trasforma ogni quiete in colpa.
La lascio parlare.
Poi depongo gli strumenti.
Non devo completare qualcosa per meritare la sera.
Non devo risolvere qualcuno per meritare affetto.
Non devo arrivare esausto per dimostrare di aver vissuto.
Il mondo può continuare anche senza la mia vigilanza.
Io, invece, avevo bisogno che per qualche ora smettesse di continuare attraverso di me.
Adesso, quando non produco nulla, non mi sento più incompleto.
Mi sento indisponibile al consumo.
Ed è in quella temporanea, meravigliosa inutilità che torno a essere una persona.

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