Prima di noi

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Capitolo XVII — Le tre righe che mancavano

Le tre righe rimasero sul tavolo fino alle sette e ventitré del mattino.

Non perché Tommaso e Viola avessero deciso di ignorarle.

Semplicemente, la sera precedente avevano trovato qualcosa di più urgente del passato.

Avevano parlato.

A lungo.

Senza fotografie davanti.

Senza quaderni.

Senza nomi morti da decenni convocati per giustificare ogni paura.

Viola gli aveva raccontato cosa significasse, per lei, chiedergli di tornare a Milano.

Non era una prova.

Non voleva misurare quanto l’avrebbe desiderata nella distanza.

Voleva soltanto togliere Mantova dall’equazione.

La casa di Ada.

La stanza.

La ricerca.

L’accelerazione innaturale di quei giorni.

— Non voglio diventare importante perché siamo chiusi dentro qualcosa di straordinario — gli aveva detto.

Tommaso l’aveva guardata.

— Sei importante proprio perché, quando siamo insieme, riesco a dimenticare che lo straordinario esiste.

Viola aveva sorriso.

— Questa era bella.

— Lo so.

— L’avevi preparata?

— Da almeno tre ore.

Lei gli aveva tirato un cuscino.

Poi avevano parlato di Milano.

Del lavoro di Tommaso.

Degli appuntamenti rimandati.

Della casa che lo aspettava.

Del fatto che prima o poi avrebbe dovuto decidere cosa fare dell’appartamento di Ada.

Ma non quella sera.

Quella sera avevano lasciato il futuro in un angolo della stanza e si erano addormentati senza chiedergli niente.


La mattina fu Viola a trovare la lettera ancora aperta.

Era entrata in cucina scalza.

Indossava una maglietta di Tommaso troppo larga e aveva i capelli raccolti male.

Mise l’acqua sul fuoco.

Poi vide il foglio.

— Abbiamo dimenticato la fine.

Tommaso comparve sulla porta.

— Di cosa?

Viola indicò la lettera di Tomaso.

— Tre righe.

Lui si avvicinò.

— Le leggiamo?

Viola lo guardò.

— Prima il caffè.

— Finalmente cominci a stabilire priorità sensate.

— Non abituarti.

Prepararono due tazze.

Viola mise lo zucchero in quella di Tommaso.

Lui la guardò.

— Quello era per te.

— Sto ampliando i tuoi orizzonti.

— I miei orizzonti stavano benissimo.

Si sedettero.

Tommaso prese la lettera.

Rilesse l’ultima frase della sera precedente.

Chiedile cosa vuole.

Sotto c’erano le tre righe.

Continuò.

E quando ti avrà risposto, credile.

Le persone perdono una quantità enorme di vita tentando di interpretare parole che erano già abbastanza chiare.

Io l’ho fatto.

Tommaso rimase con il foglio tra le mani.

Viola bevve il caffè.

— Mi piace tuo zio.

— Adesso?

— Adesso sì.

— Ieri sera?

— Troppo drammatico.

Tommaso sorrise.

Viola gli prese la lettera.

Sul fondo c’era ancora qualcosa.

Una firma.

Tomaso Rinaldi

E sotto, più piccolo:

17 maggio 1998

Viola si fermò.

— Lo stesso giorno.

Tommaso annuì.

Il giorno in cui si erano incontrati da bambini.

Il giorno della fotografia.

Il giorno in cui Ada, Violetta, la madre di Viola e Riccardo avevano lasciato nella casa una quantità di tracce che, ventotto anni dopo, loro avrebbero interpretato come un disegno.

Tommaso prese il quaderno blu.

Lo aprì.

Per alcuni secondi osservò le due categorie che Viola aveva creato.

Cose accadute a noi.

Cose accadute a loro.

Poi prese una penna.

Tracciò una linea sotto entrambe.

Scrisse:

Cose che abbiamo creduto collegate.

Viola lesse.

— Questa sezione diventerà molto lunga.

— Temo di sì.

— Cominciamo?

Tommaso indicò la biglia.

— Biglia verde.

Viola scrisse:

Probabilmente lasciata da Tommaso nel 1998.

— La nicchia — disse lei.

Tommaso aggiunse:

Viola l’aveva vista da bambina.

— Riccardo.

Fotografo reale. Amico della famiglia.

— L’uomo al lago.

Paolo Valenti. Idiota.

Viola scoppiò a ridere.

— Non puoi scriverlo.

— Perché?

— È un documento storico.

Tommaso aggiunse:

Idiota documentato.

Viola gli tolse la penna.

— Dammi qua.

Scrisse:

Fotografie recenti: Paolo + sistema installato da Ada.

Poi:

Data 22 settembre 2026: aggiunta su riproduzione successiva. Non appartiene al negativo originale del 1998.

Si fermò.

Guardò Tommaso.

— La porta.

Lui annuì.

Viola scrisse:

Non spiegata.

— Il corridoio.

Non spiegato.

— La frase sulla targa che gli altri non vedevano.

Tommaso la guardò.

— Non sappiamo nemmeno se davvero non la vedessero.

Viola aggrottò la fronte.

— L’uomo ha detto che non c’era scritto niente.

— Un uomo che passava e al quale hai fatto una domanda improvvisa.

— Quindi?

— Potrebbe non aver guardato bene.

Viola lo fissò.

— Sei fastidiosamente razionale stamattina.

— È lo zucchero.

Lei scrisse:

Da verificare.

Poi chiuse il quaderno.

— Ne restano poche.

Tommaso annuì.

Ed era strano.

Per giorni avevano avuto la sensazione di vivere all’interno di qualcosa che violava le regole del mondo.

Adesso quasi tutto aveva recuperato materia.

Carta.

Persone.

Macchine fotografiche.

Errori.

Coincidenze.

Memorie dimenticate.

Restavano alcune schegge.

E forse potevano permettersi di non strapparle immediatamente alla pelle.


Paolo arrivò alle dieci e quattro.

Senza cappotto grigio.

Viola aprì la porta.

Lo guardò.

— Entri.

— Grazie.

— Non significa che l’abbia perdonata.

— Lo immaginavo.

— Bene.

Paolo portava una cassetta degli attrezzi e un computer.

Tommaso lo accompagnò nella stanza dietro la libreria.

Quella mattina sembrava ancora più piccola.

Più ordinaria.

Paolo indicò il sensore nascosto nella cornice superiore.

— Questo rileva il movimento.

Poi aprì un pannello.

— Qui passa il cavo.

Tommaso lo seguì con lo sguardo.

Dietro la parete correva un’intercapedine.

Paolo spostò una scaffalatura.

Comparve una piccola apertura di servizio.

— Dove porta?

— Alla scala posteriore.

Viola lo guardò.

— Quindi poteva entrare senza passare dall’appartamento.

Paolo annuì.

— Sì.

— E l’ha fatto.

— Sì.

— Quante volte?

— Tre.

Viola serrò le labbra.

— Tre volte è un numero molto alto per qualcuno che sostiene di essersi accorto troppo tardi di stare interferendo.

Paolo abbassò gli occhi.

— Ha ragione.

Niente giustificazioni.

Viola sembrò quasi infastidita dalla facilità con cui lui accettava l’accusa.

Tommaso osservò il sistema.

Stampante fotografica compatta.

Router.

Batteria.

Una configurazione semplice.

Perfettamente contemporanea.

— Ada aveva predisposto le fotografie?

— Alcune.

Paolo aprì il computer.

Mostrò una cartella.

File numerati.

Scansioni di fotografie vecchie.

Frasi.

Istruzioni.

Tommaso riconobbe la grafia di Ada nei documenti digitalizzati.

Se Tommaso torna, lasciare la fotografia del 1962 nel cassetto.

Non intervenire subito.

Aspettare.

Più sotto:

Se Viola dovesse comparire, non dire nulla.

Viola indicò lo schermo.

— Questo non mi piace.

Paolo annuì.

— Nemmeno a me.

— Eppure l’ha fatto.

— Sì.

Tommaso continuò a scorrere.

Poi trovò una nota diversa.

Datata 2025.

Non continuare il gioco oltre questo punto.

Si fermò.

— Paolo.

L’uomo guardò.

Tommaso indicò.

— Questa è di Ada?

Paolo annuì.

— Sì.

Viola si avvicinò.

— Quindi lei le aveva detto di fermarsi.

Paolo rimase in silenzio.

— E lei non si è fermato.

— No.

— Perché?

Paolo chiuse gli occhi per un istante.

— Perché Ada è morta prima di vedere se Tommaso sarebbe tornato.

Guardò lui.

— E io ho pensato che finire quello che aveva iniziato fosse un modo per mantenerle una promessa.

Tommaso osservò l’uomo.

— Ma non era una promessa.

— No.

— Era un limite.

Paolo annuì.

— L’ho capito.

Viola incrociò le braccia.

— Dopo averci pedinati.

— Sì.

— Fotografati.

— Sì.

— Spaventati.

— Sì.

Viola inspirò.

Poi indicò la macchina.

— La tolga.

Paolo prese il cacciavite.

— Subito.


Ci vollero quaranta minuti.

Alla fine sul tavolo c’erano una fotocamera, due sensori, una piccola stampante e diversi metri di cavo.

Viola li osservò.

— Tutto qui?

Paolo annuì.

— Tutto.

Tommaso guardò la stanza.

Senza il sistema sembrava diversa.

Non vuota.

Liberata.

Paolo raccolse gli attrezzi.

Prima di andare si fermò.

— C’è una cosa che dovete vedere.

Viola lo guardò con sospetto.

— Un’altra?

— Questa non l’ho fatta io.

Aprì il computer.

Inserì la scheda di memoria consegnata il giorno precedente.

— La telecamera registrava soltanto quando rilevava movimento.

Fece scorrere i file.

— Questo è il primo giorno in cui siete entrati insieme.

Video.

Tommaso e Viola apparvero sullo schermo.

Entravano nella stanza.

Si muovevano.

Parlavano.

Niente di particolare.

Paolo avanzò.

— Guardate l’orario.

18:42:11

Poi:

18:42:12

18:42:13

A 18:42:14 l’immagine diventava nera.

Tommaso si avvicinò.

— Interruzione?

— Pensavo.

Paolo fece avanzare.

Il video riprendeva.

18:49:38

Viola guardò Tommaso.

— Sette minuti.

— Circa.

Paolo annuì.

— Il sistema non si è spento.

— Come lo sa?

— Perché i sensori hanno continuato a registrare.

Mostrò i dati.

Movimento.

Temperatura.

Connessione.

Tutto attivo.

Soltanto nessuna immagine.

— Qualcuno ha coperto l’obiettivo? — domandò Tommaso.

— Possibile.

— Lei?

— No.

Viola guardò lo schermo.

— Cosa stavamo facendo in quei sette minuti?

Nessuno dei due lo ricordava.

Tommaso provò a ricostruire.

La stanza.

Le fotografie.

Il libro.

La porta.

Poi qualcosa gli attraversò la memoria.

— Il corridoio.

Viola lo guardò.

— Era quel giorno?

— Credo di sì.

Paolo aggrottò la fronte.

— Quale corridoio?

Viola non rispose.

Tommaso fece ripartire il video.

Appena prima del nero, Viola si voltava verso la parete.

Indicava qualcosa.

Tommaso la raggiungeva.

Poi l’immagine spariva.

Sette minuti dopo erano nuovamente visibili.

Nello stesso punto.

Come se non si fossero mossi.

Viola sentì un brivido.

— Quanto pensavamo di essere rimasti là dentro?

Tommaso ci pensò.

— Più di sette minuti.

— Molto di più.

Paolo li guardava senza capire.

Viola chiuse il computer.

— Basta.

Tommaso la fissò.

— Sicura?

— Sì.

— Potremmo analizzare…

— Lo faremo.

Lei guardò la stanza.

— Ma non adesso.

Tommaso annuì.

Stava imparando.

Non ogni domanda pretendeva immediatamente una risposta.


Dopo che Paolo se ne fu andato, Viola spalancò la finestra.

L’aria entrò nella stanza.

— Voglio cambiare questo posto.

Tommaso la guardò.

— Come?

— Non lo so.

Lei osservò le pareti.

— Ma non voglio più che sembri un mausoleo.

— È casa mia.

— Tecnicamente.

Tommaso sorrise.

— Questa l’hai già usata.

— Funziona ancora.

Viola si mise al centro della stanza.

— Potremmo togliere metà delle fotografie.

— Metà?

— Tre quarti.

— Sono un restauratore.

— Appunto. Dovresti sapere quando qualcosa ha bisogno di spazio.

Tommaso la guardò.

— Cosa mettiamo al loro posto?

Viola ci pensò.

— Niente.

La risposta gli piacque.

Pareti.

Luce.

Aria.

Spazio per ciò che non era ancora successo.

— Va bene.

Cominciarono.

Tolsero cornici.

Scatole.

Vecchie riproduzioni.

Non buttarono nulla.

Riponevano.

Catalogavano.

Conservavano senza esporre.

A un certo punto Viola prese la fotografia di Tomaso e Violetta del 1962.

— Questa?

Tommaso la guardò.

— Via.

Lei annuì.

Poi prese quella della spiaggia.

Violetta con sua figlia.

— Questa?

Tommaso sorrise.

— Quella resta.

Viola la appoggiò sul piccolo mobile vicino alla finestra.

— Perché?

— Perché stanno ridendo.

Lei lo guardò.

— Risposta corretta.


Nel primo pomeriggio trovarono un secondo fondo nella scatola di Lucia.

Non era nascosto.

Era semplicemente coperto dai quaderni.

Sotto c’era una busta di carta marrone.

Sopra:

1998 — NON PER L’ARCHIVIO

Viola si sedette sul pavimento.

Tommaso accanto a lei.

Dentro c’erano dodici fotografie.

Il 17 maggio 1998.

Loro bambini.

Tommaso riconobbe se stesso con un’immediatezza quasi comica.

Maglietta troppo larga.

Ginocchia sporche.

Capelli impossibili.

Viola aveva due codini.

Lei guardò la fotografia.

— No.

Tommaso rise.

— Cosa?

— Nessuno deve vedere questa.

— Sei adorabile.

— Sembro un’antenna televisiva.

Nella seconda fotografia litigavano.

Tommaso indicava qualcosa nella mano di Viola.

Lei lo teneva dietro la schiena.

— La biglia — dissero insieme.

Risero.

Fotografia successiva.

Viola correva.

Tommaso la inseguiva.

Poi il cortile.

La fontana.

Ada sullo sfondo.

La madre di Viola seduta accanto a Violetta.

Riccardo dietro una macchina fotografica montata su cavalletto.

Tutto era lì.

Non un rito.

Non un esperimento.

Un pomeriggio di maggio.

Nell’ultima fotografia Tommaso e Viola erano seduti a terra.

Stanchi.

Lei aveva la biglia in mano.

Lui un gelato.

Sul retro Riccardo aveva scritto:

Alla fine lei gli restituì la biglia. Lui le diede metà del gelato. Pace raggiunta alle 17:12.

Viola rise.

— Ecco la nostra grande predestinazione.

Tommaso indicò la fotografia.

— Ti ho dato metà gelato.

— Avevi già un debole per me.

— Avevo dodici anni.

— Appunto.

Tommaso la guardò.

— Tu mi avevi rubato una biglia.

— Strategie seduttive primitive.

Lui rise.

Poi qualcosa cadde dalla busta.

Un foglio piegato.

Non una lettera.

Un elenco.

Grafia di Riccardo.

Prima di noi — ultima sequenza.

Sotto, dodici numeri.

Ogni numero corrispondeva a una fotografia.

Tommaso lesse.

  1. Quelli che vengono dopo non devono riparare nulla.
  2. Devono soltanto sapere.
  3. Poi dimenticare abbastanza.
  4. Vivere abbastanza.

Viola seguì le righe.

Fino alla dodicesima.

L’ultima diceva:

Il futuro non è la continuazione del nostro album.

Viola appoggiò il foglio sulle ginocchia.

— Riccardo aveva capito tutto.

— Cosa?

— Che prima o poi qualcuno avrebbe trasformato queste fotografie in una storia.

Tommaso guardò le immagini sparse sul pavimento.

— Noi.

— Anche Ada.

— Soprattutto Ada.

Viola rimase pensierosa.

— Tua zia voleva conservare.

— E ha finito per costruire un percorso.

— Sì.

Tommaso osservò la stanza alleggerita.

— Succede anche restaurando.

Viola lo guardò.

— Cosa?

— Se intervieni troppo, a un certo punto non stai più conservando l’opera.

Prese una vecchia fotografia.

— La stai riscrivendo.


Alle quattro Tommaso chiamò Milano.

Viola era sul balcone.

Non ascoltò volontariamente.

Sentì soltanto frammenti.

— Sì.

— Lo so.

— Posso rientrare.

Pausa.

— Dopodomani.

Viola smise di muoversi.

Non si voltò.

Tommaso continuò a parlare.

Questioni di lavoro.

Documenti.

Un restauro fermo.

Una consegna.

Quando chiuse, rimase qualche secondo in soggiorno.

Poi raggiunse il balcone.

— Dopodomani.

Viola annuì.

— Bene.

— Bene?

— È quello che ti ho chiesto.

Tommaso si appoggiò alla ringhiera.

— Potrei restare ancora.

— Lo so.

— Potrei lavorare da qui.

— Lo so.

— Non vuoi?

Viola lo guardò.

— Moltissimo.

La sincerità lo disarmò.

Lei continuò:

— Ed è esattamente per questo che devi andare.

Tommaso abbassò gli occhi.

— Mi sembra una logica discutibile.

— Voglio sapere chi siamo quando non passiamo dodici ore al giorno insieme a cercare fantasmi familiari.

— Non erano fantasmi.

— Peggio. Erano parenti.

Lui rise.

Poi tornò serio.

— E se a Milano cambia qualcosa?

Viola gli si avvicinò.

— Cambierà.

— Molto rassicurante.

— Deve cambiare.

Gli prese la mano.

— Tu tornerai nella tua vita dopo tutto questo. Io resterò nella mia dopo tutto questo.

Pausa.

— Se continuiamo a volerci dentro, allora cominceremo davvero.

Tommaso la guardò.

— E quello che è successo finora?

Viola sorrise.

— Prologo.

— Un prologo piuttosto lungo.

— Sei un uomo lento.

Tommaso la attirò verso di sé.

— E tu insopportabile.

— Però tornerai.

Lui non rispose.

Viola sollevò un sopracciglio.

— Non era una domanda.

— Avevo capito.

La baciò.


Quella sera uscirono.

Niente archivio.

Niente Ernesto.

Niente Teresa.

Camminarono per Mantova senza cercare luoghi già fotografati.

Viola impose una regola.

— Ogni volta che riconosciamo un posto presente nell’album cambiamo strada.

— È impossibile.

— Allora ci perderemo.

— Conosci Mantova.

— Posso impegnarmi.

Finirono in una strada che nessuno dei due ricordava.

Mangiarono seduti fuori da un locale.

Viola ordinò qualcosa che non le piacque e passò metà della cena a rubare dal piatto di Tommaso.

— Potevi ordinare questo.

— Non volevo questo.

— Lo stai mangiando.

— Perché è tuo.

— Cosa cambia?

— Moltissimo.

Tommaso rinunciò.

Più tardi camminarono senza fretta.

A un certo punto Viola si fermò davanti a una vetrina.

— Guarda.

Una macchina fotografica analogica.

Vecchia.

Nera.

Tommaso la guardò.

— No.

— Cosa?

— Non compriamo una macchina fotografica.

— Perché?

— Abbiamo appena trascorso due settimane traumatizzati dalle fotografie.

Viola sorrise.

— Proprio per questo.

Entrò.

Uscì dieci minuti dopo con la macchina.

— Funziona?

— Pare.

— Quanto l’hai pagata?

— Non vuoi saperlo.

— Dopo le scarpe?

— Non vuoi davvero saperlo.

Gli porse la macchina.

— Fotografami.

Tommaso la guardò.

— Adesso?

— Adesso.

Viola si mise in mezzo al marciapiede.

Nessuna posa.

Capelli mossi dal vento.

Un sorriso appena accennato.

— Cosa devo fare?

— Niente.

Tommaso portò la macchina all’occhio.

Viola lo guardava attraverso l’obiettivo.

Per la prima volta nessuno stava fotografando ciò che era stato.

Nessuno cercava di conservare una prova.

Nessuno preparava un messaggio per il futuro.

Tommaso premette.

Click.

Abbassò la macchina.

— Fatto.

Viola si avvicinò.

— Come sono venuta?

— Non lo sapremo finché non sviluppiamo il rullino.

Lei sorrise.

— Perfetto.

— Perché?

Viola gli prese il braccio.

— Perché per una volta una fotografia dovrà aspettare noi.


Rientrarono tardi.

Prima di dormire Tommaso passò dalla stanza dietro la libreria.

La porta era aperta.

Entrò.

La fotografia della spiaggia era ancora sul mobile.

Tutto il resto era stato riposto.

Tommaso guardò la parete sulla quale, secondo la riproduzione, Ada aveva avuto alle spalle la data del 22 settembre 2026.

Mancavano due giorni.

Si avvicinò.

Passò una mano sull’intonaco.

Niente.

Stava per uscire quando vide un piccolo segno vicino al battiscopa.

Si abbassò.

Non era una scritta.

Una fessura.

Inserì le dita.

Una sottile tavoletta di legno si mosse.

Dietro c’era una cavità.

Tommaso rimase immobile.

— Viola.

Lei arrivò dalla camera.

— Cosa hai rotto?

— Niente.

— Quando dici niente…

Poi vide.

Tommaso infilò la mano nella cavità.

Estrasse una busta.

Molto vecchia.

Polvere sui bordi.

Nessuna scritta.

Viola si inginocchiò accanto a lui.

— Paolo?

Tommaso scosse la testa.

— Non credo. Questa è qui da molto tempo.

Aprì.

Dentro c’era una fotografia.

Una sola.

Mantova.

Una panchina.

Due persone anziane sedute una accanto all’altra.

Tomaso.

Violetta.

Non ridevano.

Non si guardavano.

Osservavano davanti a sé.

Sul retro:

17 maggio 1998.

Sotto, grafia di Violetta.

Ci siamo incontrati troppo presto.

Tommaso sentì Viola avvicinarsi.

C’era una seconda frase.

Ci siamo ritrovati abbastanza tardi da non avere più bisogno di appartenerci.

Viola rimase a lungo senza parlare.

Poi sorrise.

— Ecco.

— Cosa?

— La fine.

Tommaso guardò la fotografia.

— Della loro storia?

Viola scosse la testa.

— No.

Prese la sua mano.

— Della parte in cui pensavamo che la loro storia dovesse spiegare la nostra.

Tommaso guardò ancora Tomaso e Violetta.

Due persone anziane.

Due vite trascorse altrove.

Un amore che non aveva vinto.

Non aveva perso.

Aveva semplicemente smesso di pretendere un finale.

Ripose la fotografia nella busta.

Questa volta non la misero sul tavolo.

Non la aggiunsero all’album.

Tommaso la sistemò nella scatola insieme alle altre.

Poi spense la luce.

Viola lo aspettò sulla soglia.

— Vieni?

— Sì.

Chiuse la porta.

Nel corridoio lei gli prese la mano.

Mancavano due giorni al ventidue settembre.

Una settimana prima quella data sarebbe sembrata una minaccia.

Adesso era soltanto martedì.

E la cosa più sorprendente era che nessuno dei due sentiva più il bisogno di sapere in anticipo cosa sarebbe successo.

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