Capitolo XXI — Tutto quello che accade mentre non ci siamo
Il secondo giorno Tommaso non chiamò Viola fino alle undici e quarantadue.
Non per strategia.
Non voleva verificare se lei lo avrebbe cercato.
Non stava applicando nessuna delle teorie sentimentali che Marta gli aveva elencato quella mattina mentre lavoravano su una legatura ottocentesca.
Semplicemente aveva lavorato.
Quando finalmente guardò il telefono trovò tre messaggi.
Il primo, alle sette e diciannove:
Sono sveglia. È già un problema.
Il secondo, alle otto e quattro:
Una fotografia.
Una tazza di caffè accanto alla finestra.
Nient’altro.
Il terzo, alle dieci e ventisei:
Ho appena spiegato a una signora che restaurare un album non significa ringiovanirlo. Mi sono sentita te. È stato terribile.
Tommaso sorrise.
Scrisse:
Buongiorno.
Poi aggiunse:
Ho trovato una cosa.
Cancellò.
Guardò il computer.
La cartella dell’Archivio Valenti era ancora aperta dalla sera precedente.
La lettera di Giulio.
La fotografia del 1998.
Avrebbe potuto mandarle tutto.
Non lo fece.
Chiamò.
Viola rispose immediatamente.
— Finalmente.
— Stavo lavorando.
— Questa scusa l’abbiamo già litigata ieri.
— Non è una scusa.
— Lo so.
Tommaso sentì rumori dietro di lei.
— Dove sei?
— Fuori.
— Dove?
— Mantova.
— Informazione molto precisa.
— Vuoi le coordinate?
— No.
— Peccato. Sarebbe stato romantico.
Tommaso si appoggiò allo schienale.
— Ho trovato Giulio.
Silenzio.
Il rumore dei passi di Viola cessò.
— Come sarebbe hai trovato Giulio?
— Nell’archivio digitalizzato di Riccardo.
— Vivo?
— Viola, avrebbe quasi novant’anni.
— Ernesto ne ha ottantasei.
— Non intendevo quello.
— Allora specifica.
Tommaso sorrise.
— Ho trovato una sua lettera del 1962.
— A Violetta?
— Sì.
Viola rimase in silenzio.
— E?
— Era diverso da come lo avevamo immaginato.
— Quanto?
Tommaso guardò la scansione.
— Abbastanza da farmi sentire in colpa.
— Per cosa?
— Per averlo trasformato nel personaggio sbagliato.
Viola riprese a camminare.
— Non sapevamo niente di lui.
— Appunto.
— Cosa dice?
Tommaso esitò.
— Che non voleva più che Violetta scegliesse lui.
Viola smise di nuovo di camminare.
— Leggimela.
Tommaso aprì il documento.
Non lesse tutto.
Le raccontò.
La famiglia che pretendeva una scelta.
Tomaso che ne pretendeva un’altra.
Giulio che aveva capito di fare esattamente la stessa cosa.
Le raccontò della frase sulla libertà.
Del fatto che Giulio non avrebbe aspettato Violetta.
Non perché non l’amasse.
Perché non voleva costruire la propria esistenza intorno alla decisione di un’altra persona.
Quando finì, dall’altra parte rimase soltanto il rumore della città.
— Viola?
— Ci sono.
— Tutto bene?
— Sì.
Pausa.
— È fastidioso.
— Cosa?
— Che un uomo del 1962 sia arrivato alla nostra stessa conclusione prima di noi.
Tommaso rise.
— Non esattamente.
— Quasi.
— C’è altro.
— Naturalmente.
Tommaso aprì la fotografia.
— Nel 1998 Giulio era a casa di Ada.
— Quel giorno?
— Quel giorno.
— Con Tomaso e Violetta?
— Sì.
— Tutti insieme?
— Tutti.
Viola non disse nulla.
Tommaso descrisse l’immagine.
Ada.
Riccardo.
Tomaso.
Violetta.
Elena.
Giulio.
Un tavolo.
Piatti.
Bottiglie.
Persone che parlavano.
— Mandamela.
Tommaso lo fece.
Aspettò.
Passarono alcuni secondi.
Poi Viola disse:
— Guarda mia nonna.
Tommaso ingrandì.
Violetta aveva una mano sulla spalla di Giulio.
— La vedo.
— Sta ridendo.
— Sì.
— E Tomaso non la sta nemmeno guardando.
— Sta parlando con Ada.
— Sono diventati normali.
Tommaso sorrise.
— Credo sia la seconda volta in due giorni che usi “normale” come complimento.
— Sto invecchiando.
Rimasero entrambi davanti alla stessa fotografia in due città diverse.
Viola parlò piano.
— Sai cosa mi fa impressione?
— Cosa?
— Nel 1962 sembrava che qualunque scelta avessero fatto avrebbe deciso tutto.
Tommaso guardò quei volti trentasei anni dopo.
— E invece non ha deciso quasi niente.
— Ha deciso qualcosa.
— Certo.
— Ma non tutto.
Tommaso annuì.
Viola non poteva vederlo.
— Riccardo ha scritto qualcosa sul retro?
— Sì.
— Cosa?
Tommaso glielo disse.
Abbiamo trascorso metà della vita credendo che alcune scelte fossero definitive.
Poi la seconda frase.
Per fortuna la vita non ci ha creduto.
Viola lasciò uscire lentamente il fiato.
— Questa la voglio.
— La fotografia?
— No. La frase.
— Per cosa?
— Non lo so ancora.
Pausa.
— Ma la voglio.
Quella sera non si sentirono.
Non accadde niente.
Ed entrambi, separatamente, dovettero impararlo.
Tommaso tornò tardi.
Mangiò qualcosa in piedi.
Fece una doccia.
Guardò il telefono.
Nessun messaggio.
Alle ventidue e tredici scrisse:
Sei viva?
Nessuna risposta.
Alle ventidue e ventisette controllò.
Niente.
Alle ventidue e quarantuno decise che non avrebbe controllato più.
Controllò alle ventidue e quarantatré.
Niente.
Alle ventitré e sei arrivò:
Sì. Scusa. Cena con un’amica. Telefono in borsa.
Tommaso guardò il messaggio.
Sentì qualcosa che non gli piacque.
Non paura.
Non esattamente.
Una piccola irritazione irrazionale.
Lei era uscita.
Aveva cenato.
Aveva riso, probabilmente.
Aveva trascorso ore senza pensare a lui abbastanza da guardare il telefono.
Tommaso rimase seduto sul bordo del letto.
Poi capì.
Il giorno prima era stata Viola ad avere paura che Milano gli ricordasse come stare bene senza di lei.
Adesso Mantova stava facendo lo stesso con lui.
Scrisse:
Divertita?
Molto.
La fitta aumentò.
Tommaso rise di se stesso.
Bene.
Viola:
Questo “bene” ha un suono strano.
Tommaso guardò lo schermo.
Avrebbe potuto negare.
Un po’.
Sei geloso della mia cena?
No.
Tre secondi.
Un po’.
Viola mandò una faccina che rideva.
Tommaso:
Non ridere.
Sto cercando di essere comprensiva.
Malissimo.
Con chi eri?
Tommaso si pentì della domanda appena la inviò.
Viola rispose:
Con Marta.
Tommaso si fermò.
Marta?
Una mia amica. Non la tua collega.
Ah.
Pensavi fossi con un uomo?
Tommaso non rispose.
Arrivò:
Tommaso Rinaldi.
Lui chiuse gli occhi.
Un secondo.
Hai pensato che fossi con un uomo.
Un secondo soltanto.
Meraviglioso.
Non c’è niente di meraviglioso.
Viola lo chiamò.
Tommaso rispose.
Lei stava ridendo.
— Smettila.
— Non posso.
— È umiliante.
— Moltissimo.
— Non sono geloso.
— Certo.
— Non in quel modo.
Viola smise lentamente di ridere.
— In quale modo, allora?
Tommaso si sdraiò.
Guardò il soffitto.
— Credo di non sapere ancora quale posto occupo nella tua vita quando non sono lì.
Viola tacque.
La frase aveva tolto ironia alla conversazione.
— Lo stesso che occupi quando ci sei.
— Non è possibile.
— Perché?
— Perché quando sono lì posso vederti.
Pausa.
— Qui devo immaginarti.
Viola comprese.
— E l’immaginazione è pericolosa.
— Abbiamo prove documentali.
Lei sorrise.
— Tommaso?
— Sì.
— Non voglio smettere di uscire perché tu sei a Milano.
— Non te lo chiederei mai.
— Lo so.
— E io non voglio smettere di vivere qui per dimostrarti che mi manchi.
— Lo so.
— Bene.
Pausa.
— Però mi manchi.
Tommaso sorrise.
— Molto?
— Abbastanza da renderti insopportabile.
— Ottimo.
— E adesso dormi.
— Ordine?
— Consiglio.
— Domani ti chiamo.
— Quando?
Tommaso sorrise.
— Quando posso.
Viola rise.
— Bravo.
Il terzo giorno fu più facile.
Non perché mancassero meno.
Perché cominciavano a imparare la misura.
Un messaggio non richiedeva necessariamente una risposta immediata.
Una telefonata persa non significava disinteresse.
Un pomeriggio senza sentirsi non cancellava la mattina.
Tommaso lavorò sei ore consecutive senza guardare il telefono.
Quando finalmente lo prese, trovò una fotografia.
Non quella della vetrina.
Viola gli aveva mandato il proprio pranzo.
Una focaccia mezza mangiata.
Sotto:
Alta cucina mantovana.
Tommaso rispose con il proprio tavolo da lavoro.
Alta cultura milanese.
Viola:
Preferisco la focaccia.
Lui:
Anch’io.
Tornarono alle loro vite.
Fu così semplice da sembrare difficile.
Il venerdì Tommaso uscì dal laboratorio alle diciassette e venti.
Marta lo raggiunse all’ascensore.
— Programmi?
— Nessuno.
— Mantova?
— No.
Marta lo guardò.
— Sicuro?
— Sì.
— Perché hai controllato i treni tre volte oggi?
Tommaso si voltò.
— Come lo sai?
— Il tuo monitor riflette sul vetro dietro di te.
Le porte dell’ascensore si aprirono.
Tommaso entrò.
Marta con lui.
— Vai.
— Dove?
— A Mantova.
— No.
— Perché?
Tommaso premette il piano terra.
— Perché se parto ogni volta che mi manca, tra due settimane trasferisco lo studio a casa di Ada.
— Sarebbe così terribile?
— Sì.
Marta lo guardò.
— Non sembri convinto.
— Lo sono.
— Allora cosa aspetti?
Tommaso sorrise.
— Di capire quando il desiderio di andare smette di essere paura della distanza.
Marta rimase qualche secondo in silenzio.
— Questa Viola ti ha fatto molto male.
— Moltissimo.
Le porte si aprirono.
— Buon fine settimana, Tommaso.
— Anche a te.
Lui uscì.
— E comunque — gridò Marta — io prenderei il treno.
Tommaso alzò una mano senza voltarsi.
Quella sera Viola indossò le scarpe nuove.
Finalmente.
Gli mandò una fotografia.
Solo i piedi.
Esco.
Tommaso:
Con Marta?
No.
Pausa.
Con un uomo.
Tommaso rimase immobile.
Poi:
Divertente.
Viola:
Molto.
Chi?
Nessuna risposta.
Tommaso aspettò.
Un minuto.
Due.
Tre.
Il telefono squillò.
Videochiamata.
Rispose.
Sul display apparve Ernesto.
Viola era accanto a lui e rideva.
— Buonasera — disse l’anziano.
Tommaso chiuse gli occhi.
— Vi odio.
Ernesto guardò Viola.
— Ha detto che dovevo stare al gioco.
— Traditore — disse lei.
— Mi ha offerto la cena.
Tommaso guardò Viola.
— Questo me lo ricorderò.
— Volevo verificare i progressi.
— Quali progressi?
— Gelosia.
— Non sono geloso.
Ernesto intervenne:
— Lo sei.
Tommaso lo fissò.
— Anche lei?
— Ho ottantasei anni. Riconosco un uomo geloso.
Viola rideva così tanto da non riuscire quasi a tenere il telefono.
Tommaso cercò di restare serio.
Fallì.
— Buona cena.
— Aspetta — disse Ernesto.
Il tono cambiò.
Tommaso lo sentì.
— Cosa?
L’anziano guardò Viola.
Poi di nuovo lo schermo.
— Ho trovato una cosa.
Tommaso sospirò.
— Ernesto.
— Non è un mistero.
— Ormai questa frase mi terrorizza.
— È un documento.
— Peggio.
Ernesto sorrise.
— Vieni domani?
Tommaso guardò Viola.
Lei non disse nulla.
Non gli fece cenno.
Non lo invitò.
Aspettò.
Tommaso sentì qualcosa diventare chiaro.
Non aveva più bisogno di stabilire se stesse tornando per paura.
Non stava controllando.
Non stava verificando.
Non aveva bisogno della casa.
Del documento.
Di Ernesto.
Voleva vedere Viola.
Tutto qui.
— Sì.
Lei cercò di trattenere il sorriso.
Non ci riuscì.
— A che ora? — domandò Ernesto.
Tommaso guardò soltanto Viola.
— Domattina.
— Per il documento?
Ernesto sembrava divertirsi.
Tommaso scosse la testa.
— No.
Viola abbassò gli occhi.
— Per Viola.
Ernesto sorrise.
— Finalmente cominci a essere preciso.
Il treno partì da Milano alle otto e quattordici del mattino successivo.
Tommaso non lo disse a Viola.
Non per sorprenderla.
Semplicemente non sentì il bisogno di raccontarle ogni movimento.
Le scrisse soltanto:
Buongiorno.
Lei rispose:
Buongiorno, Milano.
Tommaso guardò dal finestrino.
Campi.
Case.
Nebbia leggera sopra la pianura.
Scrisse:
Dormito?
Male.
Perché?
Un idiota ha detto che viene a Mantova e non ha specificato quando.
Tommaso sorrise.
Magari cambia idea.
Viola:
Lo uccido.
Prima o dopo che arriva?
Dipende.
Il treno correva.
Tommaso mise il telefono in tasca.
Non scrisse altro.
Alle nove e cinquantuno Viola stava aprendo il laboratorio quando sentì qualcuno dietro di lei.
— Le scarpe erano davvero terribili.
Si fermò.
Non si voltò immediatamente.
Tommaso rimase sul marciapiede.
Una borsa sulla spalla.
Nessuna valigia.
Viola si girò.
Lo guardò.
Per qualche secondo nessuno disse niente.
Poi lei abbassò gli occhi.
— Non le indosso oggi.
— Ho visto.
— Sono comode.
— Bugia.
— Molto.
Tommaso sorrise.
Viola attraversò la distanza tra loro.
Non corse.
Non gli saltò addosso.
Gli arrivò davanti.
Lo guardò come se volesse controllare che fosse davvero lui.
— Quando sei partito?
— Otto e quattordici.
— Potevi dirmelo.
— Sì.
— Perché non l’hai fatto?
Tommaso le prese una mano.
— Volevo capire una cosa.
— Cosa?
— Se mentre venivo qui avrei sentito il bisogno di trovare una ragione.
Viola aspettò.
— E?
— Non l’ho trovata.
Lei aggrottò la fronte.
— Non sembra romantico.
— Aspetta.
Tommaso si avvicinò.
— Non mi serve.
Viola lo guardò.
— Sono venuto perché volevo vederti.
Niente archivio.
Niente casa.
Niente fotografia.
Niente uomo morto che gli suggerisse cosa fare.
Viola gli mise una mano dietro il collo.
— Questa volta va bene.
Lo baciò.
La serratura del laboratorio rimase mezza aperta.
Una signora che passava li guardò.
Viola non se ne accorse.
Tommaso nemmeno.
Quando si separarono, lei gli sfiorò il viso.
— Quanto resti?
— Fino a domani.
— Solo?
— Lunedì lavoro.
Viola annuì.
— Bene.
Tommaso la guardò sorpreso.
— Bene?
— Molto.
— Pensavo protestassi.
— Sto facendo progressi anch’io.
Aprì la porta.
— Vieni.
Tommaso rimase fuori.
— Dove?
— Dentro.
— Perché?
Viola si voltò.
— Perché devo lavorare.
— E io?
— Puoi stare lì.
— A fare cosa?
— Non lo so. Sei tu quello che è arrivato senza programma.
Tommaso sorrise.
Entrò.
Era esattamente ciò che voleva.
Non una parentesi.
Non un fine settimana trasformato in fuga.
Entrare nella giornata di Viola senza sostituirla.
Per due ore lei lavorò.
Tommaso lesse.
Ogni tanto alzava gli occhi.
Viola parlava con un cliente.
Misurava una copertina.
Tagliava carta.
Si legava i capelli.
Imprecava sottovoce quando qualcosa non veniva come voleva.
Tommaso scoprì che gli piaceva guardarla mentre non si occupava di lui.
Era diverso dall’essere ignorato.
Era essere ammesso.
Alle dodici e venti Viola chiuse il laboratorio.
— Adesso.
— Cosa?
— Posso occuparmi di te.
— Finalmente.
— Non abituarti.
Uscirono.
— Ernesto? — domandò Tommaso.
Viola lo guardò.
— Dopo.
— Ha detto che ha trovato un documento.
— Aspetterà.
Tommaso sorrise.
— Dove andiamo?
— A prendere una cosa che ti appartiene.
— Cosa?
Viola non rispose.
Camminarono.
Tommaso riconobbe la strada.
Il laboratorio fotografico.
Si fermò.
— Viola.
Lei entrò.
Il ragazzo al banco la salutò.
— Tutto bene?
— Sì.
Viola aprì la borsa.
Estrasse una busta.
La fotografia.
Tommaso la guardò.
— Finalmente.
— Non ancora.
Uscirono.
Viola continuò a camminare.
— Dove stiamo andando?
— Al lago.
— Perché?
— Perché l’ho vista lì la prima volta.
Arrivarono alla panchina.
Si sedettero.
Viola prese la fotografia.
La tenne tra le dita.
— Prima di dartela devi promettermi una cosa.
Tommaso la guardò.
— Dipende.
— Non ingrandiremo la donna.
Lui rimase immobile.
— Quale donna?
Viola sorrise appena.
Gli porse la fotografia.
Tommaso la prese.
Loro due riflessi nella vetrina.
Mantova alle spalle.
Le mani unite.
E, sul margine destro, lontana, una figura.
Cappotto chiaro.
Capelli scuri.
Ombrello d’avorio.
Tommaso non disse niente.
Viola lo osservava.
— L’hai riconosciuta?
— Sì.
— Potrebbe essere chiunque.
— Sì.
— Un riflesso.
— Sì.
— Una passante.
— Sì.
— Potremmo fotografarla, ingrandirla, cercare di capire.
Tommaso continuò a guardare.
— Sì.
— Ma non lo faremo.
Lui sollevò gli occhi.
— No.
Viola sorrise.
Tommaso girò la fotografia.
Lesse:
22 settembre 2026.
La prima fotografia che non abbiamo bisogno di capire.
Passò il pollice vicino alla frase.
— Questa l’hai scritta tu.
— Sì.
— Ne sono sicuro?
— Idiota.
Tommaso rise.
Guardò ancora l’immagine.
La donna rimase dov’era.
Piccola.
Imprecisa.
Incapace ormai di governare qualcosa.
Tommaso ripose la fotografia nella busta.
— La teniamo?
Viola annuì.
— Ma non nell’album.
— Dove?
Lei ci pensò.
— Da qualche parte dove possa diventare una fotografia normale.
Tommaso sorrise.
— Casa mia?
Viola lo guardò.
— Milano?
— Sì.
— Perché?
Tommaso rimise la busta nella tasca interna della giacca.
— Perché lì non c’è niente di questa storia.
Viola capì.
— Allora sì.
Ernesto li aspettava dopo pranzo.
Il documento che aveva trovato non conteneva nessun segreto.
Era un atto di vendita.
Una piccola proprietà vicino a Ravenna acquistata da Tomaso Rinaldi.
— E questo cosa dimostra? — domandò Viola.
Ernesto guardò Tommaso.
— Che tuo zio non sparì.
Tommaso sorrise.
— Questo ormai lo sappiamo.
— Lo so.
— Allora perché era importante?
Ernesto prese il documento.
— Perché è l’ultima cosa che avevo bisogno di verificare per me.
Tommaso rimase in silenzio.
Ernesto guardò la data.
— Per sessant’anni ho raccontato che Tomaso era scomparso perché era ciò che avevo visto.
Passò una mano sulla carta.
— Poi siete arrivati voi e ho scoperto che avevo custodito un ricordo sbagliato.
Viola intervenne piano:
— Non era sbagliato.
Ernesto la guardò.
— Era incompleto.
L’anziano sorrise.
— Hai imparato qualcosa.
— Frequento cattive compagnie.
Indicò Tommaso.
Ernesto rise.
Poi ripiegò il documento.
— Posso morire tranquillo.
Viola si irrigidì.
— Non dica sciocchezze.
— A ottantasei anni non è una sciocchezza.
— Sì che lo è.
— Viola…
— Lei ha ancora quattro anni prima dei novanta. L’ha detto lei.
Ernesto sorrise.
— Va bene.
— E poi dobbiamo arrivare almeno a cento.
— Perché?
Viola guardò Tommaso.
— Perché con noi non si sa mai.
Uscirono dalla bottega che il pomeriggio era già avanzato.
Tommaso guardò Viola.
— Casa?
Lei annuì.
— Quale?
La domanda uscì prima che lui potesse pensarci.
Viola lo guardò.
Tommaso si rese conto di ciò che aveva detto.
— Intendevo…
— Lo so cosa intendevi.
— Casa di Ada.
— Lo so.
Camminarono.
Quella singola parola rimase tra loro.
Casa.
Poteva significare Milano.
Mantova.
L’appartamento di Ada.
Quello di Viola.
Un luogo ancora inesistente.
Nessuno dei due provò a stabilirlo.
La sera cucinarono.
Male.
Entrambi.
Viola insistette per preparare una ricetta vista online.
Tommaso sostenne che mancassero almeno tre ingredienti.
Lei disse che l’improvvisazione era una forma d’arte.
Alle venti e diciassette ordinarono una pizza.
— Non dirlo a nessuno — disse Viola.
— A chi?
— Alla storia.
— Quale storia?
Lei si fermò.
Poi sorrise.
— Esatto.
Mangiarono sul pavimento del soggiorno perché il tavolo era ancora occupato dalle scatole dell’archivio.
Tommaso ne guardò una.
— Domani dovremmo sistemarle.
Viola bevve.
— Oppure no.
— Prima o poi bisognerà farlo.
— Certo.
— E la casa.
— Anche.
Tommaso la guardò.
— Ho pensato a cosa farne.
Viola non disse niente.
Aspettò.
— Non voglio venderla.
Lei annuì appena.
— Perché?
Tommaso appoggiò il bicchiere.
— Non per Ada.
Pausa.
— Non per Tomaso.
Un’altra.
— Nemmeno per noi.
Viola lo osservava.
— Allora perché?
Tommaso guardò intorno.
— Perché quando sono tornato qui volevo liberarmene prima ancora di entrarci.
Indicò le pareti.
— Adesso voglio capire cosa può diventare quando avremo tolto tutto ciò che abbiamo caricato sopra.
Viola sorrise.
— Una casa.
— Sarebbe già molto.
— E Milano?
— Resta casa mia.
Viola annuì.
Nessuna delusione.
Nessun tentativo di spostare immediatamente il futuro.
Tommaso continuò:
— Non voglio scegliere una città per scegliere te.
Gli occhi di Viola cambiarono.
— Bene.
— E non voglio chiederti di scegliere Milano.
— Molto bene.
— Però…
— Eccolo.
Tommaso sorrise.
— Però vorrei che venissi.
— A Milano?
— Sì.
— Quando?
— Quando vuoi.
Viola lo guardò.
— Questo l’ho già sentito.
— Funzionava.
Lei ci pensò.
— Non sono mai stata a casa tua.
— Appunto.
— Potresti avere arredamento orribile.
— Non ce l’ho.
— Lo dicono tutti quelli con arredamento orribile.
— Vieni a verificare.
Viola sorrise.
— Verrò.
— Quando?
— Non te lo dico.
— Perché?
— Voglio vedere come reagisci alle sorprese quando non contengono fotografie del 1962.
Tommaso sospirò.
— Ho commesso un errore.
— Enorme.
Più tardi aprirono la finestra.
Mantova entrò con i suoi rumori.
Voci.
Un motorino.
Piatti da qualche cucina vicina.
Un cane.
Viola era seduta sul davanzale.
Tommaso davanti a lei.
— Sai qual è la cosa che mi fa più paura? — domandò.
— Le mie scarpe?
— Dopo quelle.
Tommaso aspettò.
— Che un giorno smetta di sembrarti straordinario.
— Cosa?
Viola indicò loro due.
Tommaso ci pensò.
Poi disse:
— Lo spero.
Lei lo guardò male.
— Pessima risposta.
— Aspetta.
Si avvicinò.
— Voglio che smetta di essere straordinario vederti.
Le mise una mano sulla vita.
— Voglio che diventi normale trovarti in cucina.
Un’altra.
— Sapere come prendi il caffè.
— Con zucchero.
— Purtroppo.
Viola sorrise.
— Voglio sapere quando lasciarti stare. Quando chiederti cosa c’è. Quale lato del letto preferisci davvero e non quello che hai scelto perché eri ospite.
Lei non disse niente.
Tommaso continuò:
— Voglio che un giorno tu possa entrare in casa mia senza che io pensi che sia successo qualcosa di eccezionale.
Pausa.
— Perché significherà che sei diventata parte della mia vita.
Viola abbassò gli occhi.
— Questa era preparata.
— No.
— Troppo bella.
— Mi offendi.
Lei gli mise le braccia intorno al collo.
— Va bene.
— Cosa?
— Puoi diventare normale.
Tommaso sorrise.
— Grazie.
— Con moderazione.
La baciò.
Quella notte, prima di dormire, Viola prese il quaderno blu.
Tommaso la vide.
— Avevamo finito.
— Lo so.
Lei aprì l’ultima pagina.
Non quella delle cose accadute a loro.
Non quella delle cose accadute a noi.
Una pagina bianca.
Scrisse la data.
Poi una frase.
Tommaso cercò di leggere.
Viola coprì con la mano.
— No.
— Perché?
— È mia.
— Questo quaderno è a casa mia.
— Dettagli.
Chiuse.
Lo appoggiò sul comodino.
Tommaso aspettò che andasse in bagno.
Poi guardò il quaderno.
Avrebbe potuto aprirlo.
Non lo fece.
Quando Viola tornò, lo vide esattamente dove lo aveva lasciato.
— Non hai letto?
— No.
— Davvero?
— Davvero.
Lei si infilò sotto le coperte.
Spense la luce.
Passarono alcuni secondi.
— Vuoi sapere cosa ho scritto?
Tommaso sorrise nel buio.
— Se vuoi dirmelo.
Viola si avvicinò.
Appoggiò la testa sul suo petto.
— Ho scritto: “Oggi Tommaso è tornato.”
Lui le accarezzò i capelli.
— Tutto qui?
— No.
— Cosa c’è dopo?
Viola sollevò il viso.
— “E non c’era niente da trovare.”
Tommaso rimase immobile.
Poi la strinse.
Quella era la differenza.
La prima volta era tornato a Mantova per una casa.
Poi aveva trovato una fotografia.
Una lettera.
Una donna.
Una storia cominciata molto prima di lui.
Questa volta era tornato e non c’era nessun enigma ad aspettarlo.
Nessuna traccia.
Nessuna promessa antica.
Niente da decifrare.
C’era Viola.
E per la prima volta capì fino in fondo che non era stata il premio alla fine del mistero.
Era ciò che era rimasto quando il mistero aveva smesso di essere necessario.
Fuori dalla finestra, Mantova continuava a esistere senza occuparsi di loro.
Sul comodino il quaderno blu era chiuso.
La fotografia del ventidue settembre sarebbe partita per Milano il giorno successivo.
Le scatole del passato aspettavano di essere sistemate.
La casa di Ada avrebbe avuto tempo per diventare qualcos’altro.
E Tommaso, nel buio, pensò che forse cominciare davvero significava proprio questo:
non avere più niente da scoprire sull’altro prima di scegliere di restare abbastanza a lungo da conoscerlo.

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