There for you

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L’ultima crudeltà delle cose incompiute

Esiste un istante, nella dissoluzione di un amore, in cui due persone si ritrovano una di fronte all’altra e scoprono che la distanza più insopportabile non è quella che le separa.

È quella che hanno imparato a nascondere.

Kim Na Young comincia a cantare da questo luogo.

Da una strada già consegnata all’oscurità, dove i ricordi, creduti definitivamente sepolti, riaffiorano senza essere convocati. Non arrivano come apparizioni solenni. Il testo li immagina mentre si avvicinano e salutano, quasi fossero vecchie conoscenze incontrate per caso.

È un’immagine di una delicatezza atroce.

Perché ciò che abbiamo amato conserva una familiarità che nemmeno l’assenza riesce a estinguere.

E allora una sera qualunque può diventare il teatro di un ritorno impossibile. Basta un particolare, un volto, la memoria di una conversazione. E tutto ciò che credevamo archiviato riprende a respirare.

Ma questa canzone non racconta semplicemente la nostalgia.

Racconta qualcosa di assai più difficile da perdonarsi.

La responsabilità di aver contribuito alla propria infelicità.

La protagonista del testo incontra nuovamente la persona amata. Cerca di apparire indifferente, di celare l’inquietudine dello sguardo, di impedire che l’altro riconosca quanto sia ancora vulnerabile.

E non riesce a parlare.

Proprio lei, che dentro custodisce un’intera moltitudine di discorsi mai pronunciati.

Mi colpisce questa contraddizione.

Abbiamo trascorso una parte della nostra esistenza accanto a qualcuno, imparandone le consuetudini, gli umori, le impercettibili alterazioni del viso. E poi, un giorno, non sappiamo più quale parola utilizzare per rivolgergli la nostra voce.

Quella persona è ancora lì.

Riconosciamo i lineamenti, la postura, persino il modo di guardarci.

Eppure qualcosa è diventato irrimediabilmente estraneo.

Come ritrovare la propria casa e accorgersi che qualcuno ha cambiato la serratura mentre eravamo ancora convinti di abitarla.

Nel testo affiorano anche i litigi, le spalle voltate, le fughe.

E soprattutto una confessione devastante: persino quando si allontanava, quella persona continuava ad aspettare che l’altro si voltasse.

Quanta parte dell’amore si consuma in questa assurda liturgia dell’orgoglio?

Andarsene desiderando di essere trattenuti.

Ferire sperando di essere compresi.

Pronunciare parole definitive mentre tutto, dentro, implora che non vengano credute.

È una delle più dolorose imperfezioni umane: pretendere che qualcuno sappia leggere il nostro desiderio proprio mentre facciamo di tutto per renderlo indecifrabile.

E poi c’è Kim Na Young.

La sua voce.

Qui la musica smette di essere accompagnamento e diventa una seconda coscienza del racconto.

All’inizio il canto possiede una morbidezza velata, quasi dimessa. Le frasi avanzano con cautela, sorrette da un pianoforte che lascia spazio all’intimità delle parole.

Non sento il bisogno di un’esibizione.

Sento il tentativo di raccontare qualcosa che, raccontandosi, torna a ferire.

Ma quando la melodia acquista ampiezza, la voce cambia consistenza.

Si tende, si fa più corposa, lascia affiorare una ruvidità emotiva che contrasta magnificamente con la delicatezza iniziale.

E lì accade ciò che rende questa interpretazione così straordinaria.

La cantante non sembra più descrivere il rimpianto.

Sembra raggiungerlo.

La sua emissione vocale, nei passaggi più intensi, ha qualcosa di irrequieto. La potenza non cancella la fragilità del timbro: la espone.

Ogni innalzamento melodico sembra nascere dall’impossibilità di contenere ancora ciò che è rimasto inespresso.

Eppure Kim Na Young possiede una disciplina interpretativa ammirevole.

Non trasforma ogni sillaba in un grido.

Conserva le gradazioni. Lascia che alcune parole rimangano sospese, che altre acquistino una densità improvvisa, che il fraseggio alterni raccoglimento e abbandono.

È proprio questa alternanza a commuovermi.

Perché il dolore più credibile non è quello che urla continuamente. È quello che cerca di mantenere la propria compostezza e, per un istante, non ci riesce.

Anche la costruzione musicale partecipa a questa confessione.

Il pianoforte accompagna la linea vocale con discrezione; il violoncello e il clarinetto, presenti nell’arrangiamento, contribuiscono alla sua tessitura malinconica.

Gli strumenti non cercano di sottrarre centralità alla voce. Le preparano un luogo nel quale poter cedere.

E il brano procede come una conversazione rimandata troppo a lungo.

Ogni ritorno del ritornello riporta alla stessa incapacità di parlare.

Non c’è una nuova risposta.

Non arriva una soluzione.

Il sentimento rimane prigioniero della medesima esitazione.

Questa ripetizione ha qualcosa di profondamente umano: assomiglia ai pensieri che ci visitano durante la notte, quando ricostruiamo un incontro, modifichiamo mentalmente una frase, immaginiamo di aver avuto il coraggio che ci è mancato.

Quante conversazioni abbiamo continuato dopo che l’altra persona se n’era andata?

Quante risposte perfette abbiamo trovato davanti a una sedia vuota?

E quante volte abbiamo pronunciato, nella solitudine, le parole che avrebbero potuto cambiare tutto quando ancora esisteva qualcuno disposto ad ascoltarle?

C’è una particolare spietatezza nel rimpianto.

Non ci restituisce ciò che abbiamo perduto.

Ci mostra, con una lucidità quasi insostenibile, quanto diversamente avremmo potuto custodirlo.

E allora comprendiamo che questa canzone non parla soltanto di qualcuno che non riusciamo a dimenticare.

Parla della versione di noi stessi che vorremmo incontrare nuovamente.

Quella che avrebbe dovuto fermarsi.

Ascoltare.

Deporre l’orgoglio.

Confessare la paura anziché travestirla da indifferenza.

Ma il tempo non concede udienze alle nostre rettifiche.

E ciò che non abbiamo saputo dire rimane senza destinatario.

Nell’ultima parte del brano, la voce torna a confrontarsi con questa verità: fingere di stare bene non significa aver lasciato andare qualcuno.

È una conclusione priva di consolazione.

Ed è proprio per questo che la trovo magnifica.

Perché non tutti gli amori meritano un lieto fine inventato per rassicurarci. Alcuni chiedono soltanto che venga riconosciuta la loro esistenza, anche quando sono diventati impossibili.

Ascoltando Kim Na Young, mi ritrovo a pensare a due persone che si incrociano su un marciapiede.

Si riconoscono.

Si salutano educatamente.

Una domanda ordinaria. Una risposta altrettanto ordinaria.

Poi riprendono a camminare in direzioni opposte.

Nessuno si volta.

Nessuno immagina che, dietro quella brevissima conversazione, siano rimaste sepolte centinaia di giornate, promesse, carezze, incomprensioni e una felicità che entrambi, almeno una volta, avevano creduto possibile.

Eppure qualcosa continua a camminare insieme a loro.

Non è più l’amore di prima.

È il suo rimorso.

Quello che non domanda di ricominciare, ma vorrebbe soltanto poter tornare indietro per un istante.

Non per cambiare il destino.

Per cambiare una parola.

Un gesto.

L’ultima espressione del viso.

E qui, per me, risiede l’immensa bellezza di There For You.

Nel ricordarci che le separazioni non cominciano sempre quando due persone smettono di amarsi.

Talvolta cominciano molto prima.

Nel momento esatto in cui una delle due avrebbe bisogno di essere abbracciata e l’altra, incapace di comprenderlo, sceglie di voltarsi.

E quando finalmente lo capiscono, non rimane che una voce.

Quella di Kim Na Young.

A pronunciare magnificamente ciò che qualcuno, da qualche parte, non ha più il diritto di dire.

Perché ci sono addii che non ci portano via soltanto una persona.

Ci lasciano per tutta la vita con la conoscenza dolorosa di come avremmo potuto amarla meglio.



Nella strada dove è calata l’oscurità
Il tuo ricordo che ho nascosto profondamente
L’ho tirato fuori senza rendermene conto
Eravamo insieme nello stesso momento
Le storie che ho cercato di catturare


Vieni da me e salutami con la mano
In realtà, anche se fingo di stare bene
Ho paura che tu scopra quanto sto male
Cerco di nascondere i miei occhi tremanti
Ti sto guardando


E non riesco mai a dire niente
Perché hai un aspetto così brutto?
È così che l’ho passato
Penso a te nel dolore come se fosse così che mi sento


Sei sempre lo stesso
Ma la tua espressione è molto insolita
Tante storie che sono nel mio cuore

Anche quando abbiamo litigato al punto da alzare mani e piedi
Anche quando mi sono voltato verso di te dandoti le spalle
Anche quando sono scappato da te in preda al panico
Ti stavo aspettando. Girati

Una risposta a “There for you”

  1. Bellissima la canzone e la vocalità di Kim che oramai conosco bene e che anzi, spesso e volentieri terminata di ascoltarla la riascolto. Altrettanto magnifica la tua spiegazione e quello che mi piace in questi tuoi testi, è che non ti limiti a raccontare il significato delle parole del brano ma vai ben oltre, dai una suggestiva interpretazione alle note musicale che l’accompagnano, semplicemente splendido. Grazie Fra.

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