Blackout Letterario

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Recitavo ancora per una platea vuota

Continuavo a dimostrare qualcosa a persone che non erano più nella mia vita.

Non le vedevo.
Non le cercavo.
Alcune non avrei neppure voluto incontrarle ancora.

Eppure abitavano il mio modo di scegliere.

Ogni volta che raggiungevo un traguardo, una parte di me si voltava verso una platea immaginaria. Cercavo un cenno, un sopracciglio finalmente sollevato, il consenso tardivo di chi mi aveva considerato insufficiente.

Volevo che sapessero.

Che vedessero quanto ero diventato capace. Quanto avevo resistito. Quanta strada avevo percorso senza il loro incoraggiamento.

Dicevo di averli dimenticati, ma continuavo a vivere davanti ai loro occhi.

Avevo trasformato l’esistenza in una rappresentazione postuma.

Ogni successo era una battuta pronunciata verso un palco laterale. Ogni conquista conteneva una replica segreta: ti sbagliavi su di me. Ogni caduta, invece, riaccendeva la loro voce con una precisione crudele.

Lo sapevo che non ce l’avresti fatta.

Non erano presenti.

Ma io avevo imparato a imitarli perfettamente.

Conoscevo il timbro del loro discredito, le pause, persino la cadenza con cui avrebbero ridotto ciò che facevo. Non serviva che tornassero a ferirmi: avevo interiorizzato il copione e interpretavo entrambe le parti.

Ero l’accusato e il detrattore.
L’attore e il recensore.
La ferita e la mano incaricata di verificarne la profondità.

Mi preparavo con meticolosità.

Provavo le risposte che non avrei mai pronunciato. Immaginavo incontri improbabili, dialoghi impeccabili, rivincite prive di esitazioni. Nella mia mente entravo in una stanza e, senza alzare la voce, mostravo a tutti ciò che ero riuscito a diventare.

Nessuno aveva più il potere di umiliarmi.

Così mi raccontavo.

Ma se avevo ancora bisogno di impressionarli, quel potere non era scomparso. Aveva soltanto cambiato residenza.

Viveva in me.

Condizionava i miei desideri, contaminava l’ambizione, assegnava un pubblico perfino alle scelte più intime. Non sapevo più distinguere ciò che volevo davvero da ciò che avrebbe smentito il giudizio ricevuto.

Avevo costruito una vita o preparato una confutazione?

La domanda mi attraversava, ma non rimaneva abbastanza a lungo da ricevere risposta.

Continuavo a recitare.

Indossavo la sicurezza anche quando mi stringeva sulle spalle. Esibivo indifferenza. Curavo la postura delle mie vittorie affinché nessuno intravedesse quanto avessi desiderato essere riconosciuto.

Non cercavo applausi.

Cercavo una resa.

Volevo che il passato ammettesse di avermi letto male. Che tornasse da me con le proprie sentenze cancellate, le mani vuote, lo sguardo finalmente capace di pronunciare il mio valore.

Aspettavo una riparazione da chi non sapeva nemmeno di essermi ancora debitore.

E intanto rimandavo la mia libertà.

Perché ogni volta che facevo qualcosa pensando a loro, offrivo loro il posto migliore. Prima fila. Centro esatto della sala.

Io pagavo il prezzo dello spettacolo.

Loro non assistevano neppure.


BLACKOUT


A un certo punto ho dimenticato la battuta.

Sono rimasto dentro di me senza una replica pronta, senza un avversario da persuadere, senza la necessità di trasformare ciò che avevo vissuto in una prova a mio favore.

La platea era vuota.

Lo era sempre stata.

Non c’era nessuno da smentire. Nessuno da costringere al rimorso. Nessuno disposto a restituirmi retroattivamente ciò che mi era mancato.

Ho sentito la mia voce cadere senza eco.

All’inizio è stato terribile.

Se non dovevo più dimostrare niente, che cosa restava delle mie scelte? Quanti desideri erano realmente miei? Quante mete avevo inseguito soltanto per condurre qualcuno davanti alla propria colpa?

Mi sono accorto di avere confuso la rivalsa con la direzione.

La rivalsa sa dare una forza prodigiosa. Alimenta, sospinge, tiene svegli. Ma non conosce la destinazione. Continua a correre anche dopo aver superato il luogo in cui avrebbe dovuto fermarsi.

Io ero andato lontanissimo.

E non ero ancora arrivato a me.

Ho cominciato allora a smontare la scenografia.

Una certezza alla volta.

Ho tolto dal fondale le frasi che mi avevano definito. Ho restituito agli assenti le loro aspettative. Ho lasciato sul palcoscenico la parte di me addestrata a sembrare invulnerabile.

Non mi serviva più.

La mia vita non doveva essere la risposta a una domanda pronunciata anni prima da qualcun altro.

Poteva diventare una domanda nuova.

Che cosa sceglierei se nessuno potesse vedermi?

Che cosa amerei senza poterlo esibire?

Dove andrei, se arrivare non significasse finalmente mostrare a qualcuno che ne sono stato capace?

Le risposte non sono venute subito.

Erano rimaste troppo a lungo dietro le quinte, rannicchiate tra desideri più rumorosi. Ho dovuto aspettare che riconoscessero la mia voce e si fidassero abbastanza da raggiungermi.

Quando sono arrivate, non avevano nulla di spettacolare.

Volevo riposare senza doverlo meritare.

Volevo sbagliare senza sentire un verdetto antico rianimarsi dentro di me.

Volevo riuscire in qualcosa e non voltarmi immediatamente per controllare chi se ne fosse accorto.

Volevo essere felice senza trasformare la felicità in una testimonianza.

Ho capito che non avevo bisogno di vincere davanti a chi mi aveva ferito.

Avevo bisogno di smettere di convocarlo.

Oggi non recito più il dialogo che avrebbe dovuto restituirmi giustizia. Non preparo frasi memorabili. Non immagino volti pentiti davanti alla mia riuscita.

Chi non ha saputo vedermi allora non deve assistere, neppure nella mia mente, a ciò che sto diventando adesso.

Spengo le luci sulla platea.

Chiudo il sipario su quella lunga rappresentazione.

Poi rimango qui, senza personaggio, senza ovazione, senza rivincita.

E per la prima volta non sento di aver fallito lo spettacolo.

Sento di essere uscito di scena.

E di essere finalmente entrato nella mia vita.

2 risposte a “Blackout Letterario”

  1. Oggi ti stai superando 👏

  2. Alta capacità di introspezione. La consapevolezza nuda.

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Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

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