La dignità dell’indifferenza
Mi domando?
Quando abbiamo cominciato a considerare la sofferenza altrui una circostanza privata.
Non parlo dell’impossibilità di soccorrere chiunque, né dell’umana insufficienza dinanzi alla vastità delle disgrazie. Parlo di qualcosa di più sottile, di una mutazione del nostro sentimento civile: l’abitudine a riconoscere un’ingiustizia senza avvertire più alcuna responsabilità nei suoi confronti.
Mi inquieta questa nostra capacità di assistere al deterioramento della dignità umana conservando intatta la tranquillità delle occupazioni quotidiane.
Abbiamo imparato a distinguere ciò che ci riguarda da ciò che possiamo permetterci di ignorare. E abbiamo perfezionato questa distinzione fino a trasformarla in un principio di rispettabilità.
Non interveniamo perché non compete a noi. Non denunciamo perché non conosciamo abbastanza. Non prendiamo posizione perché ogni vicenda possiede molteplici interpretazioni.
Talvolta sono ragioni fondate. Esistono pericoli concreti, responsabilità familiari, conseguenze che nessuna retorica del coraggio dovrebbe permettersi di minimizzare.
Ma esiste una differenza sostanziale tra la prudenza e l’indifferenza.
La prima riconosce il pericolo e cerca una possibilità responsabile di agire. La seconda riconosce il dolore e cerca una giustificazione per dimenticarlo.
È questa differenza che temo stiamo progressivamente smarrendo.
Osservo una società capace di indignazioni fragorose e solidarietà intermittenti. Ci commuoviamo dinanzi a una tragedia, ne condividiamo l’immagine, pronunciamo parole di riprovazione. Poi sopraggiunge un altro avvenimento, un’altra atrocità, un’altra occasione per dichiararci profondamente turbati.
E ciò che ieri appariva intollerabile viene silenziosamente consegnato all’oblio.
Abbiamo confuso la manifestazione pubblica della sensibilità con l’esercizio concreto della coscienza.
Non è una distinzione marginale.
Perché una comunità non si misura soltanto dalla severità con cui condanna le ingiustizie, ma dalla coerenza con cui si adopera affinché non diventino consuetudine.
Mi chiedo quale insegnamento stiamo trasmettendo ai più giovani quando chiediamo loro di rispettare la fragilità, mentre noi stessi abbiamo imparato a considerarla un inconveniente da osservare a distanza.
Quale credibilità possiedono le nostre esortazioni alla solidarietà se, dinanzi all’umiliazione di qualcuno, la prima preoccupazione diventa preservare la nostra estraneità?
Non pretendo l’eroismo. Sarebbe un’aspettativa ingenerosa, talvolta perfino irresponsabile.
Pretendo, almeno da me stesso, di non trasformare l’impotenza in una virtù e il silenzio in un’attestazione di equilibrio.
Perché anche quando intervenire direttamente è impossibile, rimangono la parola, la testimonianza, la richiesta di aiuto, il rifiuto di legittimare ciò che sappiamo essere indegno.
E soprattutto rimane la facoltà di non assuefarci.
Quella facoltà elementare, eppure sempre più rara, di provare vergogna per qualcosa che non abbiamo personalmente commesso, ma che appartiene comunque alla società della quale siamo parte.
Non so se l’indifferenza sia diventata più diffusa o semplicemente più visibile. So che abbiamo cominciato a rivestirla di argomentazioni talmente ragionevoli da renderla quasi irreprensibile.
Ed è proprio questa rispettabilità apparente a preoccuparmi.
Perché una società nella quale ogni individuo dispone di una spiegazione convincente per non assumersi alcuna responsabilità rischia di diventare una società nella quale nessuno è più responsabile di niente.
E quando l’indifferenza smette di suscitare vergogna, non è la sofferenza a diventare meno grave.
È la nostra coscienza ad aver imparato a sopportarne il peso senza sentirlo.

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