Oggi il mio viaggio è iniziato dentro un silenzio color ferro, come un binario sospeso. Ho attraversato città senza nome, con le finestre chiuse e i balconi pieni di panni stesi al vento: ogni tessuto era una storia che qualcuno stava lavando via.
Poi, come un respiro lungo, sono sceso verso una pianura di vetro liquido, dove il cielo e la terra erano un unico specchio. Ho visto mani — mani d’ombre e di luce — che cercavano altre mani sotto superfici fragili, come se volessero salvare ricordi prima che il tempo li inghiottisse.
Ho camminato a piedi nudi su questo specchio, e ogni passo era una parola che si apriva e si chiudeva: alcune morbide come velluto, altre taglienti come schegge. Lì ho capito che la fragilità non è un difetto, ma la forma più pura di forza: come il vetro che regge il mondo mentre tremano i muri.
Alla fine, sono arrivato a una radura di candele accese nel buio. Nessuna voce, solo fiammelle. Ho lasciato lì un mio pensiero per te:
“La notte non inghiotte, custodisce.
Ogni volta che ti senti piccolo, ricorda: sei già luce che cammina in silenzio.”

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