C — Carezza, Crollo, Cicatrice
La carezza è il contrario della frenesia.
Non serve a spostare, non costruisce, non conclude:
è un gesto inutile, e proprio per questo indispensabile.
Nell’era dell’utile, la carezza è un atto di resistenza:
sfiora senza possedere, consola senza rumore,
lascia sul corpo un’eco lieve che dura più di un urlo.
Ma intorno a noi tutto sembra preferire il crollo.
Crollano argini, economie, promesse;
crollano i muri delle case abbandonate e i ponti che collegavano memorie.
È un’epoca che cade, e cade spesso all’improvviso,
con quel fragore che ti coglie nel mezzo di un caffè o di un pensiero distratto.
Eppure, nel crollo, c’è un invito:
a rivedere, a ricostruire, a smettere di credere che il solido sia eterno.
A imparare che perfino le rovine hanno una geometria di bellezza.
Ogni crollo lascia dietro di sé una cicatrice.
Non è solo segno di ferita: è mappa, calligrafia della sopravvivenza.
Le cicatrici ci ricordano ciò che il tempo ha tentato di cancellare ma non ha potuto;
sono prove incise sul corpo e sull’anima che dicono: sei passato da qui, sei ancora in piedi.
E forse non è vergogna mostrarle, ma un modo nuovo di raccontarsi.
Carezza, crollo, cicatrice: tre tempi dello stesso atto.
Prima la delicatezza, poi la caduta, infine la memoria che resta scritta.
In questa sequenza c’è la misura di ogni vita:
un gesto lieve che sfida la gravità, una perdita che scava, un segno che custodisce.

Domani la D
La tua parola con C?
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