P — Polvere, Presenza, Preghiera
La polvere è ciò che il tempo deposita.
Sottile, silenziosa, quasi invisibile,
eppure capace di coprire, di avvolgere, di trasformare.
Ogni granello è resto di qualcosa che fu:
un libro sfogliato, una voce consumata, un gesto dimenticato.
La polvere non è solo sporco: è archivio invisibile,
è materia minima che custodisce l’infinito.
Quando la spazziamo via, non facciamo che ridisegnare il ciclo:
spariremo anche noi in polvere,
e forse in quella leggerezza c’è il segreto della durata.
La presenza è il contrario dell’assenza distratta.
Non è stare in un luogo, ma esserci con tutto il corpo.
Presenza è sguardo che non scivola,
è parola che resta,
è il silenzio che accompagna senza fuggire.
Viviamo in un’epoca di presenze parziali, frammentate,
sempre a metà tra qui e altrove.
Eppure la vera rivoluzione è semplice:
posare i piedi, respirare, dire “sono qui”.
E infine la preghiera.
Non necessariamente religiosa:
preghiera è ogni atto che eleva, ogni gesto che affida.
Può essere una parola sussurrata,
un silenzio che sale,
un pensiero consegnato all’aria senza aspettare risposta.
Pregare significa riconoscere il limite,
aprire uno spazio in cui non siamo più soli,
lasciare che l’invisibile ci attraversi.
Polvere, presenza, preghiera:
tre movimenti dello stesso respiro.
Ci ricordano che siamo fragili e minimi,
ma che in quella fragilità può nascere l’intensità più grande.
Forse la P ci invita a rallentare,
a riscoprire la sacralità minuta delle cose che sfuggono,
a riconoscere che la vita stessa è un’invocazione continua.

La prossima nel pomeriggio lettera Q
tu che P sei ?
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