SOFIA — Sai… non avrei mai pensato che potesse arrivare un momento in cui mi sarei fermata a pensare… di andare.
ERMANNO — Non c’è fretta.
SOFIA — Eppure… sento qualcosa che prima non c’era. Non so se è pace… o stanchezza.
ERMANNO — Forse entrambe.
SOFIA — Ho sempre creduto che restare fosse il modo per tenerli vicino. Ma adesso… mi domando se non sia il contrario.
ERMANNO — È una domanda importante.
SOFIA — Ho paura della risposta.
ERMANNO — Non è una risposta che arriva tutta insieme. Ti si avvicina piano, e quando è pronta… ti riconosce.
SOFIA — Pensi che loro… sentano se io cambio?
ERMANNO — Lo sentono, eccome. Loro sanno quando li guardi. Sentono quando pensi a loro… come tu senti quando loro pensano a te.
SOFIA — Allora… se attraversassi quella porta… potrei ancora guardarli?
ERMANNO — Sempre. Ma li vedresti con altri occhi.
SOFIA — E non potrei… toccarli.
ERMANNO — No.
SOFIA — Ma potrei… custodirli.
ERMANNO — E loro custodirebbero te.
(Sofia abbassa la testa, le mani unite come se volesse tenere qualcosa tra le dita. Poi alza lo sguardo, e negli occhi c’è una sfumatura nuova: non è decisione, ma non è più nemmeno fuga.)
SOFIA — Forse… non voglio restare per sempre qui.
ERMANNO — È la prima volta che lo dici.
SOFIA — È la prima volta che lo penso davvero.
(Ermanno sorride appena, ma il sorriso non è di trionfo: è il sorriso di chi vede un passo muoversi, anche se ancora non poggia a terra.)

Rispondi