Stanotte ho camminato dentro un corridoio che non aveva porte.
Le pareti erano specchi, ma non restituivano il mio volto: in ognuno c’era un frammento di vita che non avevo mai vissuto.
Una mano che stringeva la mia senza nome, un abbraccio che non ricordavo.
Il corridoio non finiva mai, eppure ogni passo era più vicino a qualcosa che non sapevo nominare.
A un tratto, dal soffitto, sono cadute lettere: non parole, solo lettere sparse.
Le ho raccolte, una ad una, ma non formavano senso.
E allora ho capito: il senso non era da leggere, ma da custodire.
Alla fine, non c’era uscita: solo un vuoto immenso, dove il corridoio si dissolveva come polvere di specchio.
Ho lasciato cadere le lettere e ho ascoltato il loro rumore fragile.
Era come se dicessero: “Ogni vita che non vivi ti appartiene lo stesso.”

Rispondi