Oggi ho letto che a Zaporizhzhia una bomba ha spaccato case e vite.
Le immagini sembrano lontane: strade ridotte a polvere, finestre come occhi ciechi, fumo che si mescola all’aria del mattino.
Bambini che piangono tra detriti più grandi di loro.
Mani nude che scavano tra le macerie, cercando un respiro nascosto sotto pietre e ferro.
Occhi che implorano, occhi che non trovano.
Guardo lo schermo e resto immobile.
Penso: “succede lì, non qui”.
Ma poi il pensiero cambia direzione.
Se accadesse a me, adesso?
Se fosse la mia strada a diventare silenzio e polvere, la mia casa a piegarsi come cartone?
Se fossi io a gridare un nome senza risposta, a scrutare volti sporchi di cenere per riconoscere chi amo?
Se fossi io a temere di non trovare più nessuno?
All’inizio mi credo forte.
La mia vita ordinata, il caffè, i progetti, la routine: tutto mi sembra una corazza.
Poi, nella mente, l’immagine esplode.
Il mio “qui” diventa “lì”.
E vedo mani tremanti che stringono fotografie, bocche che invocano Dio e silenzi che fanno più rumore delle bombe.
Scendo ancora più giù.
Non sono un eroe, non sono invincibile.
Sarei un corpo che trema, un cuore che cerca mani, un’anima che smette di respirare un istante prima di arrendersi.
Sarei sguardo che implora, piedi scalzi che corrono senza sapere dove.
E infine, nel punto più stretto dell’imbuto, resto io, nudo.
Senza forza, senza ruolo, senza difese.
Solo una frase che non avevo mai detto prima:
«Nascondo la mia fragilità.»
Quando mi accorgo che sto tremando
L’assurdità della guerra.
Ucraina: oltre 11.000 civili uccisi dall’inizio dell’invasione.
Gaza: più di 40.000 morti, tra cui migliaia di bambini.
Sudan: milioni di sfollati, migliaia di vite spezzate nel silenzio del mondo.

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