Accendete una luce che non sia riflesso commerciale.
Non chiediamo applausi né like a comando: chiediamo aria.
Questo è il luogo dove si respira lento.
Qui si racconta il veleno e lo si trasforma in bandiera.
Benvenuti nella suite dei terminali lenti.
Silenzio Letterario
Terminale lento
Linea retta
Cammino su un rettilineo
abbagliato da fari che non smettono,
l’asfalto è nero, lucido,
odore di gomma e di pioggia vecchia.
Ho voglia di fermarmi,
scendere dall’auto,
respirare.
Ma anche l’aria è satura,
la gola sa di metallo.
Intorno un mondo che pattina
sull’olio dei suoi automatismi:
stipendio, mutuo, cene prefabbricate,
crociere come anestetici,
settimane bianche su montagne che non parlano più.
Dove sono le curve?
Dove l’erba dopo la pioggia,
la maternità che si gonfia sotto la mano,
la prima parola di un figlio?
Abbiamo nascosto le emozioni
come contrabbandieri in fuga.
Eppure —
tra i fari e l’asfalto
vedo ancora boe di luce:
un’alba che resiste,
un prato che odora,
un bambino che ride senza sapere perché.
Piccoli fari,
punti cardinali,
coordinate di chi non si arrende.
Se tutto intorno è buio,
io non dipingerò il mondo in pastelli falsi:
ma userò il buio come tela,
e ogni parola come un chiodo di luce,
perché la poesia non è abbellire,
è ricordare che le curve esistono ancora.
Manifesto dei terminali lenti
Non sono il primo vagone del treno,
sono l’ultimo, quello che cigola.
Qui siedono i dissidenti, i deboli,
quelli che ancora tremano davanti a un muro scritto,
quelli che piangono per un film.
Il mondo corre a mille all’ora
e pretende occhi asciutti,
mani ferme, cuori impermeabili.
Io invece inciampo, rallento,
vedo ciò che gli altri sorvolano,
mi ferisco su ciò che gli altri hanno già anestetizzato.
Non sono un difetto del sistema.
Sono il sistema immunitario di un mondo che ha dimenticato
che esiste un ritmo umano,
una luce che vale più di un titolo di borsa,
una mano che pesa più di un algoritmo.
Non voglio adattarmi al buio.
Non voglio che l’onestà sia stupidità
e la legge un inganno.
Non voglio che la morte diventi scroll,
che la fame diventi hashtag,
che il sangue diventi spot.
Io sono un terminale lento
che continua a respirare,
nonostante tutto.
E proprio per questo
resisto.
#
Stanotte ho viaggiato in un mare senza rive.
Le onde erano veli di luce — tende che qualcuno apriva su un orizzonte segreto.
Nessun vento, eppure tutto respirava: ogni respiro una stella che nasceva.
Ho trovato una barca vuota che si muoveva come guidata dal pensiero di chi non osa più sognare.
Alla fine: una pietra che brillava di memoria.
“Il tempo non passa: ti attraversa.”
Veneno /confessione
Siamo tutti avvelenati: dai ripetitori TV, dalla carta-straccia che chiamiamo informazione, dalla grande macchina che sdogana tutto e trasforma il dolore in format. Io lo sento come veleno: inquina i gesti, rende sordi alla compassione.
Non sono pazzo a sentire il fiume di stupidità che scorre: sono il sensore. Essere “estremo” è solo la condizione di chi rifiuta l’anestesia.

Rispondi