𝒟ℴ𝓂𝒶𝓃𝒾 𝓈𝒾𝓈𝓉ℯ𝓂ℴ

·

(un racconto in otto frammenti)

2°Frammento

“Ci sono parole che si spezzano prima di arrivare in bocca.
Le vedi negli occhi, nelle mani che stringono il manico di una tazza troppo forte.
È come se ogni frase avesse un gomitolo nascosto dietro,
e io non riuscissi a trovare il filo da tirare.
Così vado a cercarla, perché un messaggio rimasto senza risposta
pesa più di cento parole.”


“Inventario delle scuse”

Le scuse sono piccole monete che spendo senza pensarci.
Scusa se non ho risposto.
Scusa se ieri non c’ero.
Scusa se il pane è finito.
Le pronuncio piano, come se parlassi con l’aria.

Questa mattina Odette è venuta a trovarmi.
Non l’avevo chiamata, non l’aspettavo.
“Solo un caffè veloce”, ha detto, lasciando la borsa sulla sedia.
Si è guardata intorno con quell’attenzione che non nomina, ma pesa.
Io ho fatto scorrere l’acqua, troppo a lungo, per riempire il silenzio.

“E allora? Com’è andato l’appuntamento?”
Ho sorriso. “Rimandato.”
Le sue sopracciglia hanno tremato appena, come un filo d’erba sotto vento.
Ho aggiunto: “Non era niente di importante.”
E lei, invece di insistere, ha cambiato discorso.
Questo è il suo modo di volermi bene: lasciare che io scivoli via.

Dopo che se n’è andata, la cucina ha ripreso il suo respiro regolare.
Le sedie al loro posto, la pianta piegata, l’orologio fermo.

Sono uscita per buttare la spazzatura.
La strada di villette era addormentata nel sole di tarda mattina.
Cancellate verdi, fiori curati, biciclette appoggiate.
Il mio vicino era nel giardino, piegato su una siepe da potare.
Quando mi ha visto, ha sorriso:
“Buona giornata.”
Il suo tono era sincero, gentile.
Il mio saluto invece è stato rapido, freddo, quasi un colpo di forbice che taglia l’aria.
L’ho visto esitare, sorpreso.
Non sono io, di solito. Io sorrido sempre.
Ma la porta si è chiusa dietro di me troppo in fretta.

Risalendo, il battito mi ha accelerato senza motivo.
Ho stretto le chiavi come fossero un’arma,
e quando ho richiuso la porta ho sentito il cuore sbattere forte, come un pugno contro il legno.

Più tardi, mentre piegavo i panni, ho avuto un lampo.
Un flash, breve, confuso:
una porta che sbatte, un rumore secco, un braccio che cade sul tavolo.
Non riesco a mettere a fuoco altro.
Il filo si spezza lì.


La sera è scesa di colpo.
Il cielo dietro le tende sembrava graffiato da un’unghia invisibile.
Ho lasciato la finestra appena socchiusa: l’aria entrava timida, come se temesse di disturbare.

La pianta di calle tremava leggera, curva, ostinata.
Domani sistemo.

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