Il significato non è una luce:
è l’ombra che rimane quando smetti di truccare le parole.
— ZENIT —
Episodio III – Il Razzismo
Ci sono ferite che non sanguinano,
ma ogni sguardo vi riapre dentro un taglio invisibile.
Non serve odio per ferire.
Basta un silenzio, uno sguardo storto, un passo indietro.
Il razzismo non sempre urla: spesso tace,
ma in quel silenzio costruisce muri che nessuno vede.
È la paura dell’altro, che nasce quando non lo si vuole riconoscere come parte di sé.
Era sera, la pioggia cadeva fine come polvere.
Davanti al supermercato, un ragazzo di colore raccoglieva carrelli.
Lo faceva con cura, come se ogni ruota fosse una cosa viva.
Mi fermai a fumare.
Lui mi sorrise.
Io gli feci cenno col capo, ma un uomo accanto a me sussurrò:
— Sempre loro… dovunque vai.
Mi voltai.
— Loro chi? — chiesi.
L’uomo scrollò le spalle, fece finta di niente.
Il ragazzo aveva sentito.
Continuò a lavorare, ma con un altro ritmo: più rapido, più stanco.
Quando finì, si avvicinò.
— Lo ha sentito? — disse piano.
— Sì. —
— Non fa niente, succede spesso.
— Non dovrebbe succedere mai.
— Non posso insegnarglielo io.
Restammo in silenzio.
Poi aggiunse, guardando la pioggia:
— Sa qual è la cosa strana? Che io, di lui, non ho paura.
Sorrisi amaramente.
— Forse perché la luce è sempre più pesante per chi la porta addosso.
Lui annuì.
— Io ho imparato a camminarci dentro. Ma a volte, quando piove, mi sembra che il colore si sciolga.
— E cosa resta? — chiesi.
— Solo pelle, come la sua.

Stasera, nella stanza senza specchi, ho capito che il razzismo non nasce dall’odio,
ma dalla paura di riconoscere se stessi nell’altro.
È ignoranza travestita da identità.
Chi giudica il colore non ha mai guardato davvero la luce.
E forse la vera uguaglianza non è cancellare le differenze,
ma imparare a non averne paura.

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