Quando Dio non torna

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Puntata 3 — L’acqua che cancella il mondo

Il Versetto

📖 Genesi 6:6

«E l’Eterno si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra,
e se ne addolorò in cuor suo.»


L’Uomo

Immagina una mattina che sembra identica a tutte le altre.
Il cielo è grigio, ma non minaccioso.
Uno di quei cieli che sembrano trattenere il fiato.
Gli animali brucano, i bambini giocano,
gli uomini costruiscono, litigano, vivono.

Nessuno — dico, nessuno — può immaginare che il mondo stia per finire.

Nemmeno Noè lo immagina,
fino a quando Dio non gli parla con una frase che ha il peso di una sentenza:

“Farò venire il diluvio.”

E Noè — un uomo qualunque in un giorno qualunque —
si ritrova a costruire una nave nel mezzo della terra ferma,
mentre gli altri ridono,
si burlano,
lo indicano come un folle.

Poi arriva la pioggia.

Non una pioggia “forte”.
Una pioggia diversa.
Una pioggia che sembra conoscere il suo compito.
Una pioggia che cresce, cresce, cresce…
fino a diventare un esercito d’acqua.

E il mondo affonda.
Le case si dissolvono.
I campi scompaiono.
Le voci diventano gorgoglii.
E la terra diventa un unico mare.

È la pagina più dura dell’Antico Testamento.
La più spietata.
La più incomprensibile.

E Noè resta lì,
chiuso nell’arca,
ascoltando il suono dell’acqua che prende tutto.
Tutto.

E nessuna preghiera — nessuna — ferma ciò che sta accadendo.


La Ferita

Questo è un punto della Bibbia in cui il cuore umano si spezza.
Perché qui non muore un uomo.
Non muore un innocente.
Qui muore tutto.

Il testo dice una frase tremenda:

📖 Genesi 6:5

«La malvagità degli uomini era grande…»

Ma anche se fosse,
anche se tutta la terra fosse corrotta,
il lettore moderno — e anche quello antico — percepisce comunque un’ingiustizia enorme:

perché punire tutto per colpa di molti?
Perché cancellare tutto ciò che è vivo?
Perché rispondere al male con un male più grande?

È qui che il cuore comincia a tremare.
È qui che nasce la ferita.


La Battaglia (dubbio vs fede)

Se Dio è amore — come crediamo —
come può un Dio d’amore allagare un mondo?

Se Dio è giusto — come speriamo —
dov’è la giustizia in un giudizio così totale?

Se Dio è vicino — come predicano —
perché l’uomo viene travolto senza appello?

Il Diluvio è il capitolo dove la fede non solo trema:
si inginocchia.
Perché è impossibile difenderlo.
E impossibile spiegarlo senza diventare ingiusti.

E allora nasce la domanda più antica del dolore:

“È davvero Dio il problema,
o è l’uomo che ha costruito un mondo impossibile da salvare?”

E la risposta resta sospesa.
Sempre.


La Controindicazione

La frase più difficile da accettare è la seguente:

📖 Genesi 6:6

«L’Eterno si pentì… se ne addolorò in cuor suo.»

È un versetto che sembra “umanizzare” Dio
fino al punto da turbare.

  • Dio si pente?
  • Dio cambia idea?
  • Dio soffre?
  • Dio distrugge per dolore?

Per alcuni lettori questo versetto è un conforto:
Dio prova sentimenti.
Per altri è uno scandalo:
perché il dolore di Dio deve affogare noi?

È il versetto che divide.
Che spacca.
Che ferisce.

Ed è esattamente per questo che la rubrica deve affrontarlo.


La Piccola Luce

Eppure, tra tutte queste acque,
c’è un frammento che non affonda.
Un frammento piccolo, fragile, quasi invisibile:

Dio non distrugge tutto.
Conserva un seme.
Un uomo, una famiglia, una promessa.

È come se dicesse:
“Il male è grande, ma non totale.
La speranza è piccola, ma non muore.”

Il Diluvio non è solo la fine.
È un reset.
Un ricominciare.
Un tentativo di guarire ciò che era diventato ingovernabile.

E forse, in fondo,
la piccola luce di questo capitolo è questa:

che anche quando Dio non torna per salvare tutto,
torna abbastanza da salvare qualcosa.
E da quel qualcosa, ricostruire.

5 responses to “Quando Dio non torna”

  1. Quanto affermi lo penso anch’io in special modo per la parte finale, ho sempre creduto che gli aiuti e le premonizioni se usano sempre arrivati all’uomo ma sin dai tempi dei tempi li stesso uomo jr ha sempre fatto un cattivo uso se non ignorati completamente. In questa rubrica riesci ad aprire bene la visuale di noi che ti leggiamo, io un primis. Hai avuto una bella idea anche coraggiosa se vogliamo dirla tutta.

    1. Ti ringrazio per le tue parole,
      così preziose da illuminare ciò che sto cercando di costruire.
      Quando scelgo di proporre un tema,
      non è mai per caso:
      è perché avverto l’urgenza di trattarlo,
      di portarlo alla luce prima che mi scappi dalle mani.

      La religione — e in particolare la Bibbia —
      è un territorio che rischia sempre di farsi complesso,
      spigoloso, persino scomodo.
      Ma ogni volta che mi avvicino a un argomento difficile
      è perché nasce da una chiamata interiore,
      da un movimento che precede la volontà
      e supera qualsiasi prudenza.

      Le idee più vere arrivano così:
      come un lampo che ti attraversa,
      un desiderio improvviso di estrarre da te stesso
      ciò che è già pronto,
      ciò che brucia, ciò che chiede di essere detto.

      E allora mi affido a questa urgenza,
      perché è lì
      che si custodiscono le parole che contano davvero.

      1. Splendida risposta, grazie mille Fra.

  2. Nella lettura ho pensato proprio che bisogna spazzare tutto per poter ripartire, ritrovare… anche quando fa male. Ma hai ragione nel dire che è salvando quella piccola speranza, quel “seme” che raggiunge il compimento.

    1. È proprio così: certe volte bisogna lasciare che tutto crolli, anche se brucia, perché solo tra le macerie si vede ciò che vale davvero.
      E quel seme piccolo, ostinato, quasi invisibile è ciò che ci impedisce di perderci del tutto.
      Ripartire nasce sempre da lì. E comprendo bene che, in certe occasioni , anzi, in moltissime – credere ci spinge verso atteggiamenti che sembrano impossibili da applicare nell’era moderna.
      Almeno all’apparenza.

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