5 — Il modo in cui si regge
Elia ha un modo di reggere le cose che non è eroico.
È pratico.
È una postura.
Una forma del corpo.
Quando cammina, non cammina mai “vuoto”.
Cammina sempre come se dovesse arrivare da qualche parte, anche se non sa dove.
Quando ascolta, non ascolta mai per curiosità.
Ascolta per responsabilità.
E quando si ferma, si ferma solo se c’è un motivo.
Questo, in un uomo, sembra forza.
Ma a volte è solo paura di sentire.
—
Quel mercoledì, alle 7:41, Elia si sveglia prima della sveglia.
Succede spesso.
Non perché sia energico.
Perché la sua testa non smette.
Si alza.
Fa il caffè.
Lo beve in piedi.
Poi, senza pensarci, apre la giacca appesa alla sedia.
Infila la mano nel taschino interno.
Sente l’elastico.
Lo sfiora.
Lo tira fuori.
Lo guarda.
È un gesto assurdo.
Non gli serve.
Non è suo.
Eppure lo tiene tra le dita come si tiene una cosa che ti calma.
Come un tic.
Come un segnale.
Elia lo rimette nel taschino.
Si veste.
Esce.
—
Viola, alla stessa ora, si sta vestendo.
Non si sveglia prima della sveglia.
Viola si sveglia quando suona.
E per un secondo, ogni mattina, ha lo stesso pensiero:
Ancora.
Non è depressione.
È una stanchezza esistenziale, pulita.
Una stanchezza che nasce quando hai vissuto una cosa che ti ha spaccato…
e poi hai continuato a vivere lo stesso.
Viola si alza.
Si guarda nello specchio.
Non si compiace.
Non si giudica.
Si guarda come si guarda una persona che conosci bene e con cui non sai più come parlare.
Si pettina.
Cerca un elastico.
Non lo trova.
Si ferma.
Resta immobile.
Non per il valore dell’elastico.
Perché quel gesto — cercarlo e non trovarlo — le provoca un fastidio sproporzionato.
Come se fosse un dettaglio che svela qualcosa.
Viola prende una molletta.
Si lega i capelli male.
E pensa, senza sapere perché:
Non mi piace.
—
A Spello, la primavera ha un rumore specifico.
Non è il canto degli uccelli.
È il rumore delle cose che ripartono.
Serrande.
Chiavi.
Motorini.
Bicchieri.
E soprattutto… passi.
Passi sulle pietre.
Passi che non sono mai uguali.
Elia arriva in centro alle 9:06.
Ha un sopralluogo in una piccola farmacia da sistemare: una ristrutturazione minima, un lavoro veloce, ma pieno di dettagli.
Dentro lo aspetta un farmacista con la faccia stanca.
Un uomo di quelli che non si lamentano, ma hanno lo sguardo consumato.
«Lei è Elia?»
«Sì.»
«Mi hanno detto che… lei è uno che fa le cose bene.»
Elia non sorride.
Non perché sia freddo.
Perché non sa cosa farsene dei complimenti.
«Vediamo.»
Il farmacista lo guarda.
«Lei è di qui?»
Elia scuote la testa.
«Assisi.»
«Ah. E viene ogni giorno?»
Elia annuisce.
«Ogni giorno.»
Il farmacista fa un mezzo sorriso.
«Beato lei.»
Elia lo guarda.
«Beato?»
Il farmacista stringe le spalle.
«Almeno lei si muove.»
Elia resta fermo.
Non risponde.
Perché quella frase — detta così, senza intenzione — gli entra dentro.
Muoversi non è vivere.
Muoversi è solo… non fermarsi.
—
Viola, alle 10:18, ha già ricevuto due uomini in ufficio.
Uno è gentile.
Uno è diretto.
Quello diretto è il tipo che lei detesta.
Non perché è cattivo.
Perché è invadente senza accorgersene.
«Signorina Viola, lei mi deve dire…»
Viola lo interrompe con calma.
«Non sono una signorina. Sono una donna.»
L’uomo ride.
«Va bene, va bene… una donna. Ma lei capisce, io ho bisogno…»
Viola lo guarda.
E lo guarda con quella bellezza che non è seduzione: è autorità.
«Io capisco. Ma non cambia le regole.»
L’uomo si irrigidisce.
Poi prova a sorridere.
«Lei è dura.»
Viola resta ferma.
«No. Io sono precisa.»
L’uomo se ne va.
E quando se ne va, Viola sente un vuoto.
Non perché l’uomo le piaceva.
Perché lei si sente sempre così dopo.
Come se, ogni volta che mette un confine, perdesse un pezzo di sé.
—
A mezzogiorno, Giada le manda un vocale.
Viola lo ascolta senza sorridere.
La voce di Giada è piena, teatrale, viva.
«Amore, oggi mi sento uno straccio. Però mi sono messa il rossetto. Perché io, quando sto male, mi devo almeno far male bene.»
Viola ride.
Una risata vera.
Breve.
E in quella risata c’è una similitudine che lei non sa di avere con Elia:
entrambi, quando stanno male, non lo mostrano.
Lo gestiscono.
Lo travestono.
Lo rendono presentabile.
È un male comune.
—
Alle 16:02, Elia è davanti alla scuola.
Marta esce.
Corre.
Sale.
Parla.
Elia la ascolta.
Poi Marta, improvvisamente, si ferma.
«Papà.»
Elia la guarda.
«Dimmi.»
Marta abbassa la voce.
«Oggi una bambina mi ha detto che tu e mamma tornerete insieme.»
Elia sente un colpo.
Non forte.
Uno di quelli che non fanno male, ma ti spostano.
«E tu cosa hai risposto?»
Marta lo guarda.
«Che non lo so.»
Elia annuisce.
Poi dice, con una calma che è un dono e una condanna:
«Hai risposto bene.»
Marta lo guarda.
«Ma tu lo sai?»
Elia non risponde subito.
Perché la verità è che lui lo sa.
Lui sa che potrebbe tornare.
Potrebbe.
Sarebbe facile.
Sarebbe giusto.
Sarebbe adulto.
E sarebbe… vuoto.
Elia guarda la strada.
Poi guarda Marta.
«Io so che ti amo.»
Marta sorride.
«Io lo so.»
Elia aggiunge, piano:
«E so che voglio che tu sia felice.»
Marta si stringe nelle spalle.
«Io sono felice.»
Elia sorride.
E mentre sorride, sente l’elastico nel taschino.
Lo sente come si sente una cosa che ti osserva.
—
Viola, nello stesso minuto, sta uscendo da una panetteria.
Ha comprato pane e una focaccia.
Non perché le serve.
Perché le piace quell’odore.
Perché per un attimo, l’odore del pane le dà la sensazione che la vita sia normale.
E la normalità, per lei, è un lusso.
Esce.
Cammina.
E vede una coppia.
Un uomo e una donna.
Non sono giovani.
Non sono belli.
Sono semplicemente… insieme.
La donna dice qualcosa.
L’uomo ride.
E in quella risata, Viola sente una fitta.
Non di invidia.
Di memoria.
Lei, una volta, ha riso così.
E quella risata, adesso, le sembra una cosa appartenuta a un’altra persona.
Viola abbassa lo sguardo.
Stringe il sacchetto.
E sente una cosa dentro.
Una domanda.
Non la frase rituale.
Non quella.
Un’altra.
Più crudele.
Più vera.
Quanto tempo può vivere una persona senza amore?
Viola non risponde.
Perché la risposta la spaventa.
—
La sera, Elia è a casa.
Sta per dormire.
Poi, senza motivo, prende la giacca.
Apre il taschino.
Tira fuori l’elastico.
Lo tiene tra le dita.
Lo guarda.
E per un istante, sente una cosa che non dovrebbe sentire.
Una speranza.
Non dichiarata.
Non pensata.
Una speranza fisica.
Come un calore.
Elia chiude gli occhi.
E la sua testa, per un secondo, smette di correre.
—
Nello stesso momento, Viola è sul divano.
Ha il quaderno sulle ginocchia.
Lo apre.
Guarda la pagina bianca.
E scrive una frase sola.
Non una poesia.
Non una filosofia.
Una frase che le esce come un respiro.
“Io non sono finita.”
Poi chiude.
E resta lì.
Con la primavera fuori.
E una presenza dentro.

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