L’Anime²

·

7 — Assisi

Assisi non è una città.

Assisi è una promessa fatta alle pietre.

Non ha bisogno di stupire.
Non ha bisogno di convincere.

Ti guarda dall’alto come una cosa che esisteva prima di te e continuerà dopo.
Eppure, quando ci entri, non ti senti piccolo.

Ti senti… ascoltato.

La primavera qui non è solo colore.

È respiro.

È luce che si posa sui muri come una mano gentile.
È vento che passa tra i vicoli senza fretta, come se avesse imparato la pazienza dai monasteri.

Elia, ad Assisi, ci vive.

E proprio per questo la conosce nel modo più difficile:
non come meraviglia, ma come quotidiano.

La bellezza, quando diventa casa, smette di essere un evento.
Diventa un sottofondo.

Eppure, quel mattino, alle 9:18, Elia cammina come se la città gli stesse parlando di nuovo.

Non per lavoro.

Per una cosa che non sa spiegare bene nemmeno a se stesso.

Un’abitudine antica.
Un gesto che fa quando sente troppo.

Assisi è il posto dove lui, da ragazzo, veniva a camminare quando aveva paura di diventare adulto.

Ora è adulto.

Eppure ci torna lo stesso.

Elia sale verso il centro.

I turisti ci sono, ma non disturbano.
Perché Assisi, anche quando è piena, conserva una dignità.

È come una donna bellissima che non si accorge di esserlo.

Elia, però, di solito non fa questo.

Di solito evita.

Evita le ore piene.
Evita la folla.
Evita i vicoli invasi, le comitive, le voci che scivolano sulle pietre come acqua sporca.

Assisi, quando è troppo piena, a lui sembra una città rubata.

E lui, in quei giorni, resta a casa.
O va altrove.
O lavora.

Non perché non ami Assisi.

Perché quando una cosa è bella davvero, Elia non sopporta che venga consumata.

Eppure oggi esce.

E mentre cammina, non riesce a capire perché.

È come se qualcosa lo avesse spinto fuori dalla sua stessa abitudine.

Elia entra in un vicolo.

Sente odore di pane.
Di incenso lontano.
Di legno.

E sente, come sempre, quella cosa:

la vita potrebbe essere più semplice.

Se lui sapesse dove andare.

Viola arriva ad Assisi alle 10:07.

Non è domenica.

È un giorno feriale.
Un giorno normale per il mondo.

Ma non per lei.

Oggi è l’anniversario.

Non quello ufficiale, non quello che gli altri ricordano.
Quello che il corpo ricorda.

Il giorno in cui sua sorella è morta.

Viola guida da Spello in silenzio.

Non mette musica.
Non chiama nessuno.

Ha i capelli legati male, con una molletta.
Da quando ha perso l’elastico, non ha ancora comprato un altro.

E questo dettaglio — ridicolo, piccolo — la irrita.

Come se la vita le avesse tolto anche i gesti facili.

Parcheggia vicino casa della madre.

La casa è la stessa.

Stessi muri.
Stesse persiane.
Stesso odore di famiglia.

Viola suona.

La madre apre.

Non piange.

Non la abbraccia subito.

La guarda.

E in quello sguardo c’è una cosa che Viola conosce bene:

il dolore che ha imparato a vestirsi.

«Ciao, amore.»

Viola entra.

«Ciao.»

La madre le prende il viso tra le mani, un secondo.

Non come una scena.

Come un bisogno.

Poi si stacca.

«Vuoi un caffè?»

Viola annuisce.

«Sì.»

Si siedono in cucina.

La madre prepara il caffè con gesti lenti.

Assisi fuori è piena di luce.

Dentro, la luce è più scura.

Non perché la casa sia triste.
Perché oggi lo è.

Viola, ad Assisi, ci ha vissuto.

Non da bambina.

Da ragazza.

Da giovane donna.

Assisi per lei era casa in un modo diverso: non solo famiglia, ma possibilità.
Strade conosciute.
Bar dove entrava senza pensarci.
Scale fatte mille volte.

Poi sua sorella è morta.

E Viola se n’è andata.

Non per rabbia.

Per sopravvivenza.

Perché Assisi, dopo, era diventata una città che ti feriva anche quando ti salutava.

E Spello, con la sua distanza gentile, era stata una fuga pulita.

Un modo per respirare.

Tornare qui, oggi, è come tornare dentro una stanza che hai chiuso per anni.

Elia è già salito verso la Basilica.

Non entra subito.

Resta fuori.

Guarda.

La facciata non è solo roccia.
È una presenza.

Una cosa che ti obbliga a rallentare.

Elia respira.

E per un istante sente che potrebbe inginocchiarsi.

Non per fede.

Per stanchezza.

Poi scuote la testa.

Non entra.

Cammina lungo il perimetro.

Passa davanti a un monastero.

Sente un canto.

Non forte.

Un canto basso, lontano.

Voci che sembrano uscire dalla terra che cammina.

Elia si ferma.

Il canto lo prende in un punto preciso:
quello dove lui non parla mai.

Quel punto dove lui tiene la sua fame.

La sua paura.

Il suo desiderio.

Elia porta la mano alla giacca.

Sfiora l’elastico.

E il gesto lo riporta a terra.

Come se quell’oggetto fosse una piccola ancora.

Elia, in realtà, non ci va mai.

Non alla Basilica.

Non così.

Non da solo.

Ci passa davanti, certo.
Ci vive.
È impossibile non passarci.

Ma entrarci… no.

Entrarci significa fermarsi.
E lui non si ferma quasi mai.

Entrarci significa sentire.
E lui, quando sente troppo, lavora.

Eppure oggi entra.

Come se un punto della città lo stesse chiamando.

In cucina, la madre di Viola parla piano.

«Ho messo dei fiori.»

Viola non chiede dove.

Sa dove.

La madre continua.

«Non sono quelli che le piacevano… perché quelli non li trovo più.»

Viola abbassa lo sguardo.

«Va bene.»

La madre si siede.

Il caffè fuma.

Tra loro c’è un silenzio.

Un silenzio che non è imbarazzo.

È memoria.

La madre dice una frase che Viola non vuole sentire, ma che aspettava.

«Stanotte non ho dormito.»

Viola la guarda.

«Nemmeno io.»

La madre annuisce.

E poi, con una semplicità feroce:

«Non passa.»

Viola non risponde.

Perché quella frase è vera.

E le verità, quando sono troppo vere, non hanno replica.

Dopo il caffè, Viola sale al piano di sopra.

La madre la segue con lo sguardo, ma non sale.

Ci sono stanze che una madre non entra più.

La camera di sua sorella è rimasta uguale.

Non per culto.

Per paura.

Viola apre la porta.

L’odore la colpisce.

Un odore che non esiste più, eppure c’è.

Profumo.
Polvere.
Tessuto.

Viola entra.

Si ferma.

Guarda il letto.

La scrivania.

Una foto incorniciata.

Sua sorella sorride.

Un sorriso che sembra dire:

io non sapevo.

Viola si avvicina.

Sfiora la cornice.

E lì, finalmente, le sale una cosa.

Non un pianto.

Una rabbia muta.

Una domanda senza risposta.

Viola sussurra, senza accorgersene:

«Perché…»

Non finisce la frase.

Perché non c’è un “perché” che regga.

Si siede sul letto.

Resta lì.

E in quel silenzio, sente qualcosa muoversi.

Non nel cuore.

Nell’aria.

Come se la stanza respirasse.

Come se la memoria fosse viva.

Elia entra finalmente nella Basilica.

Non quella superiore.

Quella inferiore.

Dove la luce è più bassa.

Dove il rumore si spegne.

Dove la bellezza non è spettacolo: è peso.

Elia cammina piano.

Guarda gli affreschi.

Non li guarda come arte.

Li guarda come se fossero una lingua che lui ha dimenticato.

E mentre cammina, sente un’accelerazione.

Un battito.

Non forte.

Ma improvviso.

Elia si ferma.

Non capisce.

Guarda intorno.

Ci sono persone.

Turisti.
Silenzio.
Passi.

Eppure lui sente una cosa che non è lì.

Una presenza.

Una vicinanza.

Come se qualcuno fosse entrato nello stesso spazio interiore.

Elia porta la mano alla giacca.

Sfiora l’elastico.

E per la prima volta, quel gesto non lo calma.

Lo accende.

Viola, seduta sul letto di sua sorella, sente la stessa cosa.

Un’accelerazione.

Un battito.

Come se il corpo avesse captato un segnale.

Viola alza lo sguardo.

Non verso la finestra.

Verso il nulla.

E per un istante — brevissimo, assurdo — sente che non è sola.

Non in casa.

Nella vita.

Come se, da qualche parte, esistesse qualcuno che sta vivendo lo stesso dolore con un’altra forma.

Viola stringe le mani.

Il cuore le batte più forte.

E lei, per la prima volta, non lo interpreta come ansia.

Lo interpreta come… richiamo.

Non lo dice.

Non lo pensa.

Lo sente.

E quel sentire le fa paura.

Perché se è vero, allora significa che il suo “no” all’amore non era una conclusione.

Era una difesa.

Alle 11:58, Viola esce di casa.

La madre la guarda dalla porta.

«Vai?»

Viola annuisce.

«Vado a fare un giro.»

La madre non chiede dove.

Sa.

Assisi è piccola quando il dolore ti guida.

Viola, in realtà, non vorrebbe uscire.

Non oggi.

Oggi vorrebbe restare chiusa in quella camera.
Oggi vorrebbe restare seduta sul letto.
Oggi vorrebbe guardare la foto fino a farsi male.

Uscire significa incontrare luce.
E la luce, in un giorno così, sembra quasi un’offesa.

Eppure Viola esce.

E non è una decisione.

È un movimento.

Come se qualcosa l’avesse spinta fuori.

Come se, dopo anni, Assisi non fosse più solo ferita.

Come se ci fosse un altro motivo.

Un motivo che lei non conosce.

Viola cammina verso il centro.

I vicoli sono stretti.

Le pietre chiare.

I fiori alle finestre.

La bellezza è ovunque.

E oggi, quella bellezza non consola.

Oggi, quella bellezza punge.

Viola passa vicino a un monastero.

Sente un canto.

Un canto basso.

Lontano.

E quel canto le fa venire la pelle d’oca.

Elia esce dalla Basilica quasi nello stesso minuto.

Non guarda il telefono.

Non chiama nessuno.

Cammina.

E si ritrova, senza sapere perché, nello stesso tratto di strada.

Davanti allo stesso monastero.

Il canto continua.

Elia rallenta.

E in quel momento vede una donna.

Non la vede bene.

È di profilo.

Capelli legati male.

Una postura tesa.

Una bellezza trattenuta.

Una donna che cammina come se avesse un peso sulle spalle.

Elia la guarda.

Non con desiderio.

Con riconoscimento.

E in quel riconoscimento gli manca il fiato.

Viola si ferma un secondo.

Sente qualcosa alle spalle.

Non un rumore.

Una presenza.

Si gira.

Non completamente.

Solo quanto basta.

E vede un uomo.

Non il volto.

Non gli occhi.

Vede la sua figura.

La giacca scura.

Il modo in cui sta fermo.

E sente un colpo.

Un colpo vero.

Viola abbassa lo sguardo.

Elia fa un passo.

Poi si ferma.

Perché ci sono persone.

Perché il mondo passa.

Perché il destino, ancora, non li lascia.

Loro restano a pochi metri.

Forse cinque.

Forse tre.

Per qualche secondo.

E quei secondi sono pieni.

Pieni come una stanza.

Pieni come un silenzio.

Poi una coppia passa tra loro.

Un gruppo di turisti ride.

Una voce chiama da lontano.

Viola riprende a camminare.

Elia resta fermo.

E mentre Viola si allontana, Elia sente l’elastico nel taschino.

Lo stringe.

Come se quel cerchio nero sapesse.

Come se fosse l’unico testimone.

Viola cammina veloce.

Il cuore le batte.

Non sa perché.

Non ha visto nulla.

Non è successo niente.

Eppure sente che oggi… qualcosa è cambiato.

Come se il suo corpo avesse finalmente ammesso:

esiste.

Elia riprende a camminare.

Non sa dove sta andando.

Sa solo che oggi ha sentito una cosa.

E quella cosa non ha a che fare con la Basilica.

Non ha a che fare con la fede.

Ha a che fare con una presenza umana che lui non ha incontrato.

Eppure… l’ha riconosciuta.

Assisi, intanto, resta lì.

Bellissima.

Indifferente.

E più antica di loro.

Come se sapesse da sempre che due anime, quando si cercano davvero, prima o poi…
si sfiorano.



6 responses to “L’Anime²”

  1. Dall’inizio alla fine questa puntata del racconto, mi ha fatto battere il cuore, mi ha suggestionata e fatto sentire ogni descrizione emotiva e mi ha catapulta ad Assisi, più che una lettura mi è sembrato di essere un testimone di tutto il racconto.

    1. Grazie di cuore.

  2. Meraviglioso. Non so dire altro, perché qualunque altro aggettivo sarebbe un’iperbole inutile.

    1. Ti ringrazio infinitamente le tue parole sono una meravigliosa carezza.

  3. autentico e bellissimo quello che hai scritto…
    ho avuto l’impressione di essere ad Assisi… insieme ai due personaggi… guardare da lontano… come l’amore scalfisce i loro cuori… le loro vite…

  4. 🎀 Il sentire animico e’ raro ~ Di solito il sentire si ferma al sangue, alla sua chimica, alle emo-zioni appunto ~ Il sentire animico non ha bisogno di alcuna decodifica cone e’ invece necessario per le emozioni ~ In quel sentire esiste il presagio, il preventivo conoscere ~ Qualcosa intorno si sta preparando, c’e’ il varco metafisico che genera stordimento per una energia magnetica che transita in esso ~ Buona serata Francesco!

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