13 — La fame
Il giorno dopo, Spello è identica.
Eppure non lo è.
Perché quando succede qualcosa che non sai nominare, il mondo non cambia davvero: cambi tu.
E allora ogni cosa, anche la più normale, comincia a sembrarti un messaggio.
La primavera continua a essere bella.
E la bellezza, quando hai paura, diventa una minaccia.
—
Viola arriva in ufficio alle 8:07.
Non è in ritardo.
Non è in anticipo.
È puntuale.
E la puntualità, in lei, non è disciplina.
È difesa.
Aprire.
Accendere.
Sistemare.
Fare.
Il fare è l’unico modo che conosce per non sentire.
La serranda sale con quel rumore metallico che le piace perché è brutto.
È un rumore che non ha poesia.
Dentro l’ufficio c’è odore di carta e polvere.
Viola si toglie la giacca.
Si siede.
E prima ancora di aprire il computer, sente una cosa:
la stessa presenza.
Non forte.
Non teatrale.
Una cosa piccola.
Un disturbo.
Come un insetto invisibile che ti gira intorno e non puoi schiacciare.
Viola stringe la penna.
Si costringe a pensare alle cose vere.
Alle pratiche.
Ai moduli.
Ai timbri.
Alle firme.
Alla vita che si vede.
—
Alle 9:26 entra una donna con un bambino.
Il bambino avrà cinque anni.
Tiene una macchinina in mano.
Non parla.
La donna invece parla troppo.
È un modo di non piangere.
«Mi scusi… ho bisogno di un certificato. Mi hanno detto che devo farlo subito, perché se no… se no poi…»
Viola la interrompe con delicatezza.
«Va bene. Si sieda. Vediamo.»
La donna si siede.
Il bambino resta in piedi.
Guarda Viola come se la stesse studiando.
Poi, all’improvviso, fa una cosa che Viola non si aspetta.
Si avvicina e le mette la macchinina sul tavolo.
Un’offerta.
Un gesto di fiducia.
Viola lo guarda.
Non sorride.
Non perché non vuole.
Perché quel gesto le fa male.
Le ricorda che esiste un modo semplice di entrare in contatto.
Senza intenzione.
Senza paura.
Viola sposta la macchinina di lato.
Con cura.
Come se fosse fragile.
Poi torna alla pratica.
La donna parla ancora.
«È che mio marito… cioè… non è più come prima. È sempre nervoso. E io… io non so più come fare.»
Viola ascolta.
Annuisce.
Compila.
Stampa.
Firma.
È brava.
È precisa.
È presente.
Ma dentro, da qualche parte, sente una fame.
Non fame di cibo.
Fame di qualcosa che non sa dire.
E la fame, quando non sai cos’è, diventa irritazione.
—
Alle 10:03, dall’altra parte del paese, Elia è seduto in macchina.
Non davanti a un cantiere.
Non davanti a un sopralluogo.
È fermo in un punto senza motivo.
Un punto che, razionalmente, non ha nulla.
È solo una via.
Un angolo.
Una porta.
Il palazzo di via Giulia.
Elia guarda l’ingresso.
Non scende.
Non entra.
Non sa nemmeno perché è lì.
Si è trovato a girare in quella direzione come si torna, senza accorgersene, verso un posto dove si è lasciato qualcosa.
Il telefono vibra.
Elia lo guarda.
Non è Chiara.
È un messaggio.
Una foto.
Marta.
Chiara gli ha mandato la foto di Marta con un termometro in mano e una faccia seria.
Sotto, una frase:
“oggi stava bene è andata a scuola”
Elia sente un sollievo.
Poi, subito dopo, sente una cosa che gli dà fastidio.
Perché il sollievo è pulito.
E lui, dentro, non è pulito.
Elia scende dalla macchina.
Si avvicina al portone.
Guarda dentro.
C’è ombra.
C’è odore di pietra.
C’è silenzio.
Elia fa un passo.
Poi si ferma.
Non entra.
Perché entrare significherebbe ammettere.
E lui non è ancora pronto.
Elia porta la mano al taschino.
Sente l’elastico.
Lo sfiora.
E quel gesto gli viene naturale come un respiro.
Non pensa a Viola.
Non pensa a una donna.
Pensa a quella presenza.
A quel secondo.
A quell’aria.
Elia abbassa lo sguardo.
E fa una cosa strana.
Sfila l’elastico dal taschino.
Lo guarda.
È piccolo.
È nero.
È niente.
Eppure…
Eppure lo mette al polso.
Come un bracciale.
Come un segno.
Come se il corpo, da solo, avesse deciso che non può più tenerlo nascosto.
Elia resta fermo.
Sente il polso.
Sente il contatto.
Sente un battito.
E per la prima volta, da quando Chiara gli ha detto “smetto di aspettarti”, sente un pensiero vero:
Io non sto tornando indietro.
—
Alle 11:18, Viola esce per prendere un caffè.
Non perché le va.
Perché deve.
Ha bisogno di aria.
Ha bisogno di rumore.
Ha bisogno di non restare chiusa in quell’ufficio con quella fame addosso.
Cammina.
Il sole le dà fastidio.
La gente le dà fastidio.
La bellezza le dà fastidio.
Viola passa davanti alla libreria.
Non si ferma.
Non guarda dentro.
Non vuole.
Eppure, mentre passa, sente qualcosa.
Una pressione.
Una vibrazione.
Come se, in quel punto, l’aria fosse più densa.
Viola accelera.
Come se potesse scappare da un pensiero.
—
Al bar, Viola prende un caffè.
Lo beve in piedi.
Una signora accanto a lei parla al telefono.
Non sottovoce.
Con quella voce piena che hanno certe persone quando vogliono che il mondo le ascolti.
«Sì, sì… ieri sera ho sentito un rumore. C’era un’ambulanza. Dicono che uno è caduto dalle scale, in centro… nel palazzo di via Giulia. Sì. Sì. Un ragazzo del ponteggio…»
Viola si irrigidisce.
Non perché le interessi.
Perché sente un colpo.
Un colpo che non è empatia.
È altro.
Viola appoggia la tazzina.
Esce.
Cammina.
E senza volerlo… si ritrova a girare verso via Giulia.
Non perché vuole.
Perché il corpo, a volte, sa.
Viola arriva al palazzo.
Si ferma dall’altra parte della strada.
Guarda l’ingresso.
Non entra.
Non è curiosità.
È richiamo.
Viola sente un battito in gola.
E sente rabbia.
Una rabbia infantile.
Assurda.
Come se qualcuno le stesse rubando qualcosa che non sapeva di possedere.
Viola si volta.
Se ne va.
Con un passo veloce.
Con le spalle dritte.
Con la stessa eleganza con cui si scappa.
—
Elia, nello stesso giorno, nello stesso pomeriggio, passa di nuovo davanti alla libreria.
Non doveva.
Non gli serve.
Non è sulla strada.
Eppure ci passa.
Cammina piano.
Guarda le vetrine.
Non compra niente.
Non entra.
Non sa cosa sta facendo.
Elia sente l’elastico al polso.
Lo sente come un filo.
Non lo stringe.
Lo porta.
E quel portarlo è già una confessione.
Elia alza lo sguardo.
Dall’altra parte della strada, una donna esce da un bar.
Capelli raccolti.
Passo deciso.
Una cartellina in mano.
Elia la vede.
Solo un attimo.
Non il volto.
Non abbastanza.
Ma il corpo.
La postura.
La luce.
Elia si ferma.
Il sangue gli sale.
Non sa perché.
La donna gira l’angolo.
Scompare.
Elia resta lì.
Con il cuore che batte.
E dentro, in quel punto esatto, sente una frase che non ha parole.
Solo senso.
È lei.
—
La sera, Viola torna a casa.
Si siede sul letto.
Non toglie le scarpe.
Non apre il quaderno.
Lo guarda.
Come si guarda una porta chiusa.
Viola prende la penna.
La tiene in mano.
Poi la posa.
Perché scrivere significherebbe ammettere.
E lei, ammettere, non lo sa fare.
Viola spegne la luce.
Si infila sotto le coperte.
E nel buio, per la prima volta, non sente solo dolore.
Sente fame.
E la fame, quando arriva, non se ne va più.

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