L’Anime²

·

17 — La distanza

Il giorno dopo, Spello è identica.

Eppure non lo è.

Perché quando una cosa ti sfiora davvero, il mondo non cambia:
cambi tu.

E tu, da quel momento, cammini dentro le stesse strade come se fossero più strette.

Come se il paese, improvvisamente, non avesse più spazio per contenere quello che senti.

Viola si sveglia alle 6:38.

Non perché ha dormito bene.

Perché ha smesso di dormire come prima.

La notte, per lei, non è più riposo.

È un corridoio.

Un corridoio dove i pensieri camminano avanti e indietro, come persone che non trovano l’uscita.

Viola resta nel letto.

Guarda il soffitto.

Sente la frase che ha scritto.

Io ero lì. E lui era lì.

Non sa chi è “lui”.

Non sa nemmeno se è vero.

Eppure quella frase le è rimasta addosso come una prova.

Viola si alza.

Fa la doccia.

Si veste.

Si trucca appena.

Non per piacersi.

Per controllarsi.

Perché quando senti qualcosa che non puoi governare, ti aggrappi alle cose governabili.

In ufficio, alle 8:14, Viola apre la porta.

Accende il computer.

Sistemazione.

Ordine.

Routine.

La routine è un anestetico.

Ma oggi non funziona.

Oggi, ogni gesto, sembra troppo piccolo.

Ogni foglio, troppo leggero.

Ogni cliente, troppo distante.

Viola riceve pratiche.

Risolve.

Firma.

Stampa.

Sorride.

E intanto sente la fame crescere.

Non fame d’amore.

Fame di senso.

E quando il senso manca, il corpo si irrita.

Alle 10:22 entra un uomo.

Un uomo sui cinquanta.

Parla poco.

Ha gli occhi bassi.

Viola lo riconosce.

Non come persona.

Come tipo umano.

È uno di quelli che, quando entrano, portano con sé qualcosa di rotto.

L’uomo posa un foglio sul tavolo.

«Mi serve questo.»

Viola lo prende.

Legge.

È una pratica semplice.

Una di quelle che si fanno in dieci minuti.

Viola annuisce.

«Sì. Va bene.»

L’uomo resta seduto.

Non guarda il computer.

Non guarda i fogli.

Guarda il vuoto.

Viola compila.

Poi, senza sapere perché, dice:

«Tutto bene?»

L’uomo alza gli occhi.

E risponde con una frase che Viola non si aspetta.

«No.»

Una risposta secca.

Senza vergogna.

Senza difesa.

Viola si ferma.

«Mi dispiace.»

L’uomo scuote la testa.

«Non è colpa sua.»

Poi aggiunge, piano:

«È che ieri sera… c’era quella processione. Io l’ho vista da lontano.»

Viola sente un colpo.

Non lo mostra.

L’uomo continua:

«Tutti con le candele. Tutti insieme.»

Viola resta immobile.

L’uomo conclude:

«Io invece ero da solo. E mi sono accorto che… io non so più stare da solo.»

Viola abbassa lo sguardo.

La pratica è lì.

Il modulo è lì.

Ma in quel momento, Viola sente una cosa che le dà fastidio.

Perché quell’uomo ha detto, senza saperlo, la sua stessa verità.

Viola finisce la pratica.

Gliela porge.

«Ecco.»

L’uomo la prende.

Poi resta seduto ancora un secondo.

Come se non volesse andare via.

Come se il mondo, fuori, fosse troppo grande.

Viola lo guarda.

E per la prima volta, invece di essere gentile, è dura.

Non con lui.

Con se stessa.

«Deve andare.»

L’uomo annuisce.

Si alza.

Esce.

Viola resta lì.

E capisce una cosa:

ieri sera lei ha sentito la presenza.

Ma oggi… oggi sente la solitudine.

E la solitudine è più pesante.

Perché non è mistica.

È reale.

Elia, ad Assisi, si sveglia con Marta che tossisce.

Non forte.

Ma abbastanza.

Elia le tocca la fronte.

È calda.

Non febbre alta.

Ma un ritorno.

Un richiamo del corpo.

E quando sei padre, tutto il resto diventa secondario.

Elia chiama Chiara.

Chiara risponde subito.

«Dimmi.»

Elia parla piano.

«Ha di nuovo un po’ di febbre.»

Chiara sospira.

Non è disperata.

È stanca.

«Allora niente scuola.»

Elia annuisce.

«Resto io con lei.»

Chiara tace un secondo.

Poi dice:

«Va bene.»

E quella frase, detta così, è un colpo.

Perché significa:

non c’è più la coppia.

C’è una gestione.

C’è una logistica.

C’è una maturità.

Ma non c’è più “noi”.

Elia chiude.

Guarda Marta.

Marta lo guarda.

«Papà… ieri sera mi dispiace.»

Elia sorride.

Le accarezza i capelli.

«Non devi scusarti.»

Marta stringe il lenzuolo.

«Perché sei triste?»

Elia resta fermo.

Poi dice la verità più piccola che può.

«Perché sono stanco.»

Marta annuisce.

Come se capisse.

E forse capisce davvero.

La giornata di Elia passa così.

Non con il destino.

Con la febbre.

Con il tè.

Con il termometro.

Con la televisione bassa.

Con Marta che si addormenta sul divano.

Con quel tipo di amore che non ha poesia, ma salva.

Elia guarda Marta dormire.

E sente una cosa che lo spacca:

ieri sera, per un attimo, ha sentito la presenza.

Oggi invece sente la vita vera.

E la vita vera non ti porta agli incontri.

Ti tiene fermo.

Ti trattiene.

Ti chiude.

Nel pomeriggio, Chiara arriva.

Non per riprendersi Marta.

Per dare un cambio.

Per essere madre.

Per essere presente.

Chiara entra.

Guarda Marta.

Le accarezza la fronte.

Poi guarda Elia.

E in quel momento, per la prima volta, Chiara dice la frase che chiude davvero.

Non con rabbia.

Con lucidità.

«Io non posso più farti da casa.»

Elia resta immobile.

Chiara continua.

«Non posso più essere il posto dove torni quando sei stanco.»

Elia deglutisce.

Chiara lo guarda.

E aggiunge:

«Perché tu… tu non torni più davvero.»

Silenzio.

Elia sente un colpo al petto.

Non risponde.

Perché se rispondesse, dovrebbe dire la verità.

E la verità, in quel momento, farebbe male a tutti.

Chiara conclude.

«Io ti voglio bene. Ma basta.»

Elia annuisce.

Piano.

Come si annuisce davanti a una sentenza.

A Spello, Viola esce dall’ufficio alle 18:36.

Non va nei vicoli.

Non segue le campane.

Non segue niente.

Oggi no.

Oggi decide di chiudere.

Di chiudere davvero.

Viola torna a casa.

Si infila sotto la doccia.

Lascia che l’acqua scenda.

E mentre scende, pensa a sua sorella.

Non come ricordo.

Come ferita.

Pensa a quell’amore lasciato.

Pensa alla sua vita.

Pensa a quella frase.

Io ero lì. E lui era lì.

E per la prima volta, invece di sentirsi viva, si sente stupida.

Come se si fosse lasciata ingannare da un’illusione.

Viola esce dalla doccia.

Si veste.

Si siede sul letto.

Prende il quaderno.

Lo apre.

Rilegge.

E la rabbia sale.

Una rabbia pulita.

Una rabbia che serve a sopravvivere.

Viola prende la penna.

E sotto quella frase scrive un’altra frase.

Una frase secca.

Una frase cattiva.

Una frase che è una serranda.

Basta inseguire.

Poi chiude il quaderno.

Lo mette nel cassetto.

E chiude il cassetto.

Come si chiude una porta.

Elia, quella sera, non va a Spello.

Non può.

Marta ha febbre.

E anche se Chiara gli ha detto “basta”, lui resta.

Resta perché è padre.

Resta perché non sa fare altrimenti.

Resta perché la vita, quando vuole, ti incatena alle cose giuste.

Elia mette Marta a letto.

Le bacia la fronte.

Poi si siede in cucina.

Solo.

Con la luce bassa.

Elia guarda la giacca appoggiata sulla sedia.

La guarda come se fosse un animale.

Perché dentro, in quella giacca, ci sono due cose.

La penna.

L’elastico.

Due ganci.

Due prove.

Elia li sfiora.

E per la prima volta, invece di sentire speranza, sente sconforto.

Perché oggi la vita ha vinto.

Oggi la logistica ha vinto.

Oggi la febbre ha vinto.

Oggi Chiara ha chiuso.

Oggi Viola ha chiuso.

E il destino, oggi, non ha avuto spazio.

Elia si alza.

Va alla finestra.

Guarda Assisi.

Le luci lontane.

Le colline scure.

Il silenzio.

E pensa una cosa che non vuole pensare.

Forse mi sono inventato tutto.

Viola, a Spello, è nel letto.

Non dorme.

Fissa il buio.

E sente quella presenza.

Non forte.

Non viva.

Un’eco.

Un resto.

Come se qualcosa avesse bussato e lei avesse fatto finta di non essere in casa.

Viola chiude gli occhi.

E pensa una cosa che non dice.

Una cosa che non scrive.

Una cosa che resta tra i denti.

Se esisti… smetti.

E il mondo, quella notte, li allontana.

Non con un dramma.

Con la vita.

Con la febbre.

Con la stanchezza.

Con la paura.

Con la chiusura.

Con il naturale sconforto di chi, per un attimo, ha creduto.

E poi si è ricordato che credere fa male.


4 responses to “L’Anime²”

  1. Sensazioni, emozioni che rimuovono nei protagonisti autentiche riflessioni e non soltanto i protagonisti del racconto… Buona giornata Fra.

    1. Giusy sei unica grazie di cuore

  2. Mettere distanza a volte è necessario per poter guardare meglio e magari anche per farsi sorprendere.

  3. “la vita vera non ti porta agli incontri.
    Ti tiene fermo.
    Ti trattiene.
    Ti chiude.” questa poi è una delle grandi verità su la vita.

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