18 — Assisi
Assisi, di giorno, non consola.
Assisi espone.
Ti mette davanti la bellezza come si mette uno specchio davanti a una faccia stanca:
senza pietà, senza sconti, senza carezze.
La luce non è morbida.
È netta.
Scivola sulle pietre chiare, entra nei vicoli, si incastra negli archi come un filo teso.
Ogni cosa sembra pulita, ordinata, immobile.
E proprio per questo, se dentro hai confusione, Assisi ti fa male.
Perché la confusione, lì, non ha dove nascondersi.
—
Viola, quel giorno, non apre.
Non perché “ha deciso”.
Perché non ce la fa.
Si sveglia e il corpo è già un peso.
La testa è un rumore.
Le mani sono lente.
Non è tristezza.
È stanchezza di essere stata forte.
È il giorno dopo la processione, il giorno dopo la speranza, il giorno dopo quel punto in cui il cuore ha creduto — e poi si è ritrovato ancora solo.
Viola resta seduta sul bordo del letto.
Guarda la borsa.
Dentro c’è il quaderno.
Il quaderno, ormai, è diventato una cosa strana:
non un oggetto.
Un testimone.
Viola lo apre.
Rilegge.
Io ero lì. E lui era lì.
Basta inseguire.
Chiude.
E per la prima volta non sente rabbia.
Sente un vuoto.
Quello che ti viene quando smetti di lottare e ti accorgi che, sotto la lotta, c’era solo bisogno.
Viola prende il telefono.
Chiama sua madre.
La madre risponde subito, come se fosse già sveglia da ore.
«Ciao amore.»
Viola non saluta.
Dice solo:
«Vengo.»
—
Il viaggio verso Assisi è breve.
Ma Viola lo fa come si attraversa una vita.
Le colline, i campi, l’aria chiara.
Tutto è bello.
Tutto è al suo posto.
E lei no.
Arriva davanti alla casa della madre e, per un istante, resta ferma.
Non per indecisione.
Per paura.
Perché quella casa non è solo una casa.
È il luogo dove sua sorella esisteva ancora.
La madre apre la porta prima ancora che Viola suoni.
Viola entra.
L’odore la colpisce.
Non un odore di cucina.
Un odore di tempo.
Il tempo di quando erano in quattro.
Il tempo di quando il mondo non aveva ancora fatto il suo lavoro.
La madre la abbraccia.
Non troppo.
Non forte.
Il tipo di abbraccio che ti tiene in piedi.
Viola si lascia andare un secondo.
Poi si stacca.
Si siede in cucina.
Le mani sul tavolo.
La madre mette su l’acqua.
Non perché serve il tè.
Perché il gesto regge la stanza.
Viola guarda fuori dalla finestra.
Assisi è luminosa, immobile, quasi offensiva.
La madre non chiede.
Aspetta.
Viola parla senza preparazione, come se le parole le uscissero da un punto che non controlla.
«Mi sta succedendo una cosa.»
La madre annuisce.
«Lo vedo.»
Viola sorride amaro.
«Non è una cosa normale.»
La madre posa una tazza davanti a lei.
«Non devi convincermi che è normale.»
Viola resta ferma.
Poi, piano, dice:
«Sento qualcuno.»
La madre non cambia faccia.
Non si spaventa.
Non si illumina.
Resta madre.
«Da quanto?»
«Da giorni.»
Viola stringe le dita.
«All’inizio era come… un’impressione. Una stupidaggine.»
La madre la guarda.
Viola continua.
«Poi è diventata una presenza. Un disturbo.»
Una pausa.
«E adesso è… come se qualcosa mi chiamasse.»
La madre si siede.
Viola abbassa la voce.
«E io non voglio.»
La frase esce dura.
«Io non voglio più credere a niente.»
La madre la ascolta, senza interromperla.
Viola inspira.
«Non voglio più sentire cose che non posso spiegare.»
La voce le trema appena.
«Non voglio più illudermi.»
La madre annuisce lentamente.
Poi dice, con una semplicità che Viola non sopporta.
«Tu non ti stai illudendo.»
Viola alza gli occhi.
«Come fai a dirlo?»
La madre resta un secondo in silenzio.
Poi dice:
«Perché io ho sentito tua sorella per anni.»
Viola si irrigidisce.
La madre non fa poesia.
Non fa religione.
Non dice “segni”.
Dice la cosa più concreta del mondo.
«Quando muore qualcuno che ami davvero… non sparisce subito.»
Una pausa.
«Resta in casa. Resta nei muri. Resta nelle abitudini. Resta nel corpo.»
Viola stringe la tazza.
La madre continua.
«Io lo so che lei non c’è.»
Un sorriso breve, stanco.
«Ma io la sento lo stesso. A volte mi sembra di sentirla camminare. A volte mi sembra di sentirla chiamarmi.»
Viola deglutisce.
La madre la guarda negli occhi.
«E non è perché sono credente. Non è perché sono matta.»
Una pausa.
«È perché sono madre.»
Silenzio.
Viola sente un nodo.
La madre aggiunge, con delicatezza:
«Tu sei tornata oggi perché ti manca un posto dove non devi essere forte.»
Viola abbassa lo sguardo.
La madre conclude, senza spingere, senza convincere:
«Se il tuo istinto ti sta dicendo qualcosa… non devi capirlo. Devi solo ascoltarlo senza farti male.»
Viola scuote la testa.
«Io non voglio.»
La madre non insiste.
Dice solo:
«Allora vai fuori. Respira. E smetti di combattere per un’ora.»
Viola resta ferma.
Poi si alza.
Prende la borsa.
Dentro, il quaderno.
Non lo apre.
Non oggi.
Saluta sua madre con un bacio rapido.
E esce.
—
Fuori, Assisi è piena di luce.
Troppa.
Le pietre chiare riflettono il sole.
I vicoli sembrano più stretti.
L’aria sa di fiori e di polvere calda.
Viola cammina senza meta.
Non cerca nulla.
Vuole solo che il corpo faccia qualcosa che non sia soffrire.
Passa sotto un arco.
Scende una scalinata.
Attraversa una piazzetta.
E più cammina, più sente una cosa strana:
non la calma.
Un orientamento.
Come se, senza volerlo, stesse seguendo una direzione.
Non una direzione logica.
Una direzione interna.
Viola si ferma davanti a una piccola fontana.
Si appoggia al bordo.
Chiude gli occhi un secondo.
E in quel buio breve sente la presenza.
Più forte.
Più vicina.
Viola apre gli occhi di scatto.
E si gira.
—
Elia, nello stesso giorno, è ad Assisi.
Non “ci va”.
È lì.
È casa.
Marta ha dormito da lui, dopo la processione.
Non perché fosse previsto.
Perché era più semplice.
Perché, quando una bambina sta bene e ride, non hai voglia di fare chilometri e orari.
Marta si è addormentata sul divano con lo zaino vicino.
Elia l’ha presa in braccio.
L’ha portata nel letto.
E per una notte, senza dirlo a nessuno, ha avuto la sua casa piena.
Piena davvero.
La mattina, Chiara arriva presto.
Non entra come una moglie.
Entra come una madre che deve prendere sua figlia.
Eppure, per un secondo, la casa si comporta ancora come se fossero una famiglia.
Chiara prepara Marta.
Marta si infila lo zaino.
Elia osserva.
Non parla molto.
È presente.
È padre.
Chiara mette la giacca alla bambina.
Poi guarda Elia.
Non con amore.
Con una stanchezza pulita.
«La porto io.»
Elia annuisce.
«Ok.»
Chiara prende Marta per mano.
Marta saluta.
«Ciao papà!»
«Ciao amore.»
La porta si chiude.
Elia resta fermo.
E in quel momento sente una cosa netta:
oggi, per la prima volta, non ha nessuno da gestire.
Nessun lavoro urgente.
Nessuna corsa.
Nessuna febbre.
Nessun “reggere”.
Solo lui.
E quel tipo di libertà, quando sei vuoto, non è pace.
È vertigine.
Elia si siede sul bordo del letto.
Sente l’elastico al polso.
Sente la penna nel taschino.
Li sfiora entrambi, come si sfiora un talismano senza crederci.
Poi si alza.
Prende le chiavi.
Esce.
Non per fare qualcosa.
Per respirare.
Perché, da quando ha sentito quella presenza in chiesa, l’aria in casa gli sembra troppo ferma.
—
Assisi, di mattina, è un luogo che ti obbliga a rallentare.
Anche se non vuoi.
Anche se sei uno che corre.
Elia cammina senza meta precisa.
Passa sotto un arco.
Scende una scalinata.
Attraversa una piazzetta.
E senza sapere perché si ritrova davanti a una fontana piccola.
Una fontana che conosce da sempre.
Una fontana che, oggi, sembra nuova.
Elia si ferma.
Si appoggia.
Chiude gli occhi un secondo.
E in quel buio breve sente la presenza.
Più forte.
Più vicina.
Elia apre gli occhi.
E la vede.
—
Una donna.
Ferma.
Bellissima.
Non per trucco.
Per intensità.
Una bellezza che non seduce.
Una bellezza che chiede rispetto.
Elia si blocca.
Il cuore gli fa un colpo.
Uno fisico.
Come un inciampo.
Viola lo guarda.
Non lo riconosce.
Non può.
Eppure lo sente.
Lo sente con una precisione ridicola.
Come se lo conoscesse da sempre.
Restano immobili.
Due persone che non sanno cosa dire.
Ma sanno tutto.
Non c’è musica.
Non c’è scena.
C’è solo una cosa devastante:
il silenzio tra loro.
Un silenzio che non è imbarazzo.
È riconoscimento.
Viola fa un mezzo passo indietro.
Istinto.
Difesa.
Elia lo vede.
E non la segue.
Perché capisce.
Capisce che quella donna ha paura della felicità.
E lui, della felicità, ha paura quanto lei.
Viola abbassa lo sguardo.
E allora lo vede.
Nel taschino interno della giacca di Elia, spunta una penna.
Una penna da ufficio.
Una penna comune.
Ma Viola non vede la penna.
Vede il logo.
Il suo logo.
Viola sbianca.
Alza gli occhi su di lui.
Elia nota lo sguardo.
Istintivamente tira fuori la penna.
La guarda, come se la vedesse davvero per la prima volta.
«Questa?»
Viola annuisce piano.
La voce le esce spezzata.
«È… mia.»
Elia resta fermo.
Non capisce subito.
Poi il cervello collega.
Marta.
La pratica.
La gita.
La penna regalata.
Elia deglutisce.
«Mia figlia…»
Si ferma.
«Marta.»
Viola sente un colpo.
Non gelosia.
Non dolore.
Un incastro.
Un incastro perfetto.
Viola abbassa lo sguardo ancora.
E vede il polso di Elia.
L’elastico nero.
Intero.
Al suo posto.
Viola sente un brivido salire lento.
Perché quell’elastico… lei l’ha perso.
Lo sa.
Lo ricorda.
Il marciapiede.
Riccardo.
Il quaderno.
Viola guarda l’elastico come si guarda una prova impossibile.
Elia segue lo sguardo.
Sfiora il polso.
E in quel gesto capisce tutto.
Non “magicamente”.
Con una logica semplice e spietata:
qualcosa che apparteneva a lei è rimasto con lui.
E lui non l’ha mai lasciato.
Elia parla piano.
«L’ho trovato.»
Una pausa.
«Non so perché… l’ho tenuto.»
Viola lo guarda.
E nel suo sguardo c’è una domanda più grande di qualsiasi frase.
Elia la sente.
La prende.
E ci arriva.
Non come rito.
Come necessità.
Elia inspira.
Poi dice, con un tono basso, quasi brutale:
«Che cosa ti manca?»
Viola non risponde subito.
Perché quella domanda… non è una domanda.
È la stessa domanda che lei ha scritto.
È la stessa domanda che le brucia in gola da mesi.
È la stessa domanda che la vita le ha messo davanti in mille modi.
Viola lo guarda.
E per la prima volta, invece di difendersi, si arrende.
«Quello che non ho ancora incontrato.»
Silenzio.
Un silenzio pieno.
Non da film.
Da vita.
Elia abbassa lo sguardo un istante.
Come se stesse trattenendo qualcosa.
Poi lo rialza.
E in quegli occhi, finalmente, non c’è più “reggere”.
C’è vivere.
Viola stringe la borsa.
Dentro, il quaderno.
Viola lo sente.
Non lo apre.
Ma lo sente.
Come se fosse vivo.
Viola parla piano.
«Io… non volevo più credere a niente.»
Elia annuisce.
«Anch’io.»
Viola fa un mezzo sorriso.
Non felice.
Vero.
«E invece…»
Elia conclude, con la voce che gli trema appena:
«E invece eccoci.»
—
Restano lì.
Sotto la luce.
Senza baci.
Senza frasi grandi.
Senza promesse.
Perché quando una cosa è così grande, non la puoi decorare.
La puoi solo guardare.
E respirare.
Viola fa un passo.
Non verso di lui.
Verso il presente.
Elia la segue.
Camminano insieme.
Non lontano.
Solo pochi metri.
Come due persone che devono imparare a stare nella stessa scena.
Viola guarda Assisi.
E capisce una cosa che non dice.
Che non scrive.
Che non spiega.
Il destino non li ha portati lì.
Li ha semplicemente lasciati smettere di scappare.
—
A casa della madre, più tardi, Viola aprirà il quaderno.
E scriverà una frase breve, quasi per sbaglio.
Una frase che non sembra avere senso.
Ma che, per chi ha letto tutto, è una sentenza.
Le anime, al buio, si inseguono.
E quando smetti di correre… si trovano.
Poi chiuderà il quaderno.
E per la prima volta, dopo anni, non sentirà paura della felicità.
Sentirà solo una cosa nuova:
la possibilità.

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