Tutte le volte che
ho socchiuso una porta
e dall’altra parte è rimasto qualcosa che continuava a chiamarmi.
Tutte le volte che
ho abitato stanze
senza riuscire a restarci .
Le pareti cambiavano posto.
Durante la notte.
Al mattino
nessuna finestra ricordava il paesaggio che osservo da sempre.
Eppure continuavo.
Con le mani piene di mappe scolorite
di bussole impazzite, di luoghi dimenticati.
Con il vento addosso.
Con nomi che non trovavano voce.
Ho steso al sole
le stesse bugie consumate.
Le osservavo muoversi piano.
Come lenzuola dimenticate.
Come bandiere di una terra
senza confini.
Le sere si allungavano.
Come elastici nella memoria.
Come rami piegati dalla neve che resistono.
Come strade che continuano a esistere
anche quando nessuno le percorre.
Restava soltanto
un rumore sottile.
Qualcosa che somigliava al tempo.
Qualcosa che somigliava all’attesa.
Le stagioni passavano.
Entravano dalle fessure.
Lasciavano polvere sui mobili.
Mutavano il colore delle cose.
Ma sotto.
Molto sotto.
Dove nemmeno il silenzio
riesce ad arrivare,
qualcosa continuava a vegliare su ciò che doveva ancora nascere.
Forse la stessa ostinazione
che abita gli alberi spogli.
Forse la stessa memoria
che insegna ai fiumi
a vivere lo stesso letto per l’eternità.
Forse.
O forse no.
Esistono primavere
che impiegano anni
per ricordarsi di fiorire.
E una sera.
Qualunque.
Senza annunci.
Senza miracoli.
Una finestra accostata
ha ricominciato a trattenere la luce.
E per un istante
tutte le strade interrotte,
tutte le chiavi senza porta,
tutte le bussole impazzite,
hanno smesso di fare rumore.
Come se avessero trovato,
finalmente,
qualcosa a cui credere.
