Vedo te.
E il mondo si allontana.
Piano.
Come il sole
quando scivola oltre il tramonto
e lascia alla sera
il compito della luce.
La luna sorride da lontano.
Appena.
Come le cose che arrivano
prima del loro nome
e restano
anche quando nessuno le chiama.
L’auto continua il suo viaggio.
La strada si srotola nel buio.
I chilometri passano.
Noi no.
Io seguo il tuo profilo.
La luce che attraversa il finestrino
entra nei capelli,
si ferma un istante,
poi scompare.
Eppure qualcosa resta.
Sempre.
Qualcosa che il tempo attraversa
senza portare via.
E noi.
Così.
Come due mani
che hanno dimenticato il primo incontro
e ricordano soltanto
come ritrovarsi.
La notte osserva.
Il giorno trattiene i suoi segreti.
Oltre il vetro
campi,
luci,
case,
nomi che non conosceremo mai.
Eppure nulla richiama lo sguardo.
Perché ci sono istanti
in cui il mondo intero
diventa sfondo.
E basta un volto.
Un respiro.
Una presenza.
Per contenere tutto.
L’auto continua.
La sera anche.
Noi restiamo sospesi
in quella piccola eternità
che esiste tra una parola
mai pronunciata
e una mano che sa già dove andare.
Allora comprendo.
Non esistono ritorni.
Non esistono partenze.
Esiste soltanto
questa silenziosa geografia dell’anima.
Questo modo antico
che hanno certe stelle
di orientare il cielo.
E ovunque sarò,
quando il tempo consumerà le strade,
quando i nomi perderanno voce,
quando perfino il ricordo
diventerà più leggero,
ci sarà ancora qualcosa
che continuerà a chiamarmi.
Senza rumore.
Senza fretta.
Come una luce accesa
dietro una finestra.
Come due mani
che hanno imparato il mondo
riconoscendosi.
E il ritorno,
allora,
somiglierà a casa.
