Ci sono mattini che non chiedono niente. Non vogliono essere fotografati, raccontati, ricordati. Vogliono soltanto essere attraversati.
Ho finito un turno infinito e, invece di rincorrere il sonno, ho rincorso il mare.
Alle 6:30 la spiaggia sembrava appartenere a chi aveva ancora il coraggio di ascoltare. Camminavo a piedi nudi sul bagnasciuga mentre il vento portava addosso l’odore dello iodio. Era fresco, quasi pungente. Aveva qualcosa di autunnale, come se si fosse dimenticato che fosse estate.
Il sole era lì, timido. Un sole anemico che irradiava senza pretendere di scaldare. I suoi riflessi dorati si posavano sul viso con una delicatezza che nessuna mano saprebbe imitare.
E poi il mare.
Le onde arrivavano una dopo l’altra senza fretta, come parole pronunciate da qualcuno che conosce il valore del silenzio. Avevo la sensazione che mi stessero dicendo:
“Questo sguardo è tuo. Non perderlo.”
In quel momento non ero ciò che ero stato. Non ero nemmeno ciò che sarei diventato.
Ero semplicemente presente.
È una condizione rarissima. Non accade quando tutto va bene. Accade quando, all’improvviso, pensieri, immagini e percezioni smettono di combattersi e trovano un equilibrio così naturale da sembrare inevitabile.
Allora capisci che la felicità non è un’esplosione.
È un respiro che finalmente coincide con il mondo.
Mia madre diceva sempre che chi scende in spiaggia nelle prime ore del mattino non ha bisogno di vivere. Ha bisogno di provare.
Da ragazzo pensavo fosse una bella frase.
Stamattina ho capito che era una verità.
Perché vivere lo fanno tutti.
Provare… è un privilegio che il mare concede soltanto a chi arriva abbastanza presto da sentire il giorno nascere prima del rumore del mondo.

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