Piccole esplorazioni dell’invisibile che ci abita.
Il peso
Quando morì mia madre non sentii il cuore spezzarsi.
Sentii il corpo diventare più pesante.
All’inizio pensai fosse soltanto stanchezza. Dormivo poco, mangiavo senza fame e ogni passo pesava più del dovuto. Cercavo di convincermi che sarebbe passato, che il tempo avrebbe rimesso ogni cosa al proprio posto.
Poi compresi che non era la stanchezza.
Era il dolore che aveva trovato un altro luogo in cui abitare.
Non nei pensieri.
Nel corpo.
Le gambe esitavano prima di ogni passo. Le spalle sembravano sostenere qualcosa che nessuno poteva vedere. Perfino respirare aveva perso quella naturalezza che avevo sempre considerato un diritto.
Il dolore non ci rende più deboli. Ci insegna quanto amore siamo ancora capaci di portare.
Fu allora che iniziai a guardare le persone in modo diverso.
Mi domandavo quante di loro stessero attraversando il mondo con lo stesso peso invisibile. Quanti sorrisi fossero soltanto un modo gentile per non lasciare intravedere una ferita. Quante vite sembrassero leggere solo perché il dolore aveva imparato a non fare rumore.
Da quel giorno imparai una cosa che nessuno mi aveva mai raccontato.
Il dolore non entra dentro di noi.
Ci cambia il peso.
E quando cambia il nostro peso, cambia anche il modo in cui sfioriamo il mondo.
Da allora immagino ogni essere umano mentre attraversa la propria vita con una piuma appoggiata sul palmo della mano.
Da lontano sembra non pesare nulla.
Ma chi la porta sa che basta un attimo di distrazione, un ricordo improvviso, una data qualunque sul calendario, perché il vento provi a strappargliela.
E allora capisci che il coraggio non è stringere quella piuma.
È continuare a proteggerla con la mano aperta, ogni giorno, anche quando l’uragano non smette mai di soffiare.
L’anima non dimentica. Impara soltanto a respirare insieme alle sue assenze.

Rispondi