La chiave entra nella serratura.
Si ferma.
Per un istante non la giro.
Resta lì.
Come se anche lei avesse bisogno di capire da quale parte della porta si trova.
*Aspetta.*
Ogni sera torno nella stessa casa.
Compio gli stessi movimenti.
Eppure non entro mai nella stessa persona.
La giornata lascia addosso qualcosa.
Una parola che punge.
Un sorriso che resiste.
Una delusione.
Una gratitudine che non ho avuto il tempo di riconoscere.
Tutto rimane in equilibrio precario, come la polvere che danza nell’aria prima di posarsi.
*Non portare tutto con te.*
Tengo la mano sulla chiave.
Mi accorgo che, per tutta la giornata, ho aperto decine di porte.
L’ufficio.
L’automobile.
Un cassetto.
Un cancello.
Eppure nessuna di quelle aveva davvero bisogno di una chiave.
Avevano bisogno di me.
E io entravo sempre con il corpo.
Quasi mai con la presenza.
*Entra davvero.*
Mi sorprende un pensiero.
Forse non esistono porte che dividono gli spazi.
Esistono porte che dividono la persona che ero un attimo fa da quella che sto per diventare.
Ogni soglia domanda qualcosa.
Che cosa vuoi lasciare fuori?
Che cosa merita di entrare con te?
Non avevo mai risposto.
Attraversavo.
Bastava.
*Scegli ciò che attraversa la soglia.*
La chiave gira.
Un suono breve.
Così breve da sembrare insignificante.
Eppure quel rumore annuncia sempre la stessa cosa.
Un dentro.
Un fuori.
Mi viene da sorridere.
Passiamo la vita a cercare chiavi per aprire il mondo.
Forse la serratura più difficile è quella che custodisce il nostro modo di guardarlo.
*Apri gli occhi prima della porta.*
Entro.
Poso le chiavi.
La casa è la stessa.
Le pareti.
I libri.
Le fotografie.
Perfino il silenzio.
Eppure qualcosa non coincide più.
Ho lasciato fuori una preoccupazione che stava cercando di seguirmi.
Non perché l’abbia risolta.
Perché ho capito che non aveva il diritto di entrare ovunque con me.
Richiudo la porta alle spalle.
La giornata resta dall’altra parte.
Io no.
*Adesso entra.*

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