K-Moment

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Viaggi in Corea

Il Paese che parla piano



Ci sono luoghi che impariamo a conoscere sfogliando una guida. E poi esistono luoghi che ci chiedono una cosa molto più difficile: dimenticare ciò che sappiamo e imparare, lentamente, ad ascoltare.

Non so dirti quale sia il momento esatto in cui si entra davvero in Corea.

Forse non accade quando l’aereo tocca la pista.

Forse nemmeno quando compare il primo cartello scritto in Hangŭl.

Credo accada molto dopo.

Quando, senza accorgertene, inizi a camminare più piano.



La Corea ha un modo tutto suo di presentarsi.

Non spalanca le porte.

Non cerca di stupire.

Non ha fretta di essere capita.

Rimane lì.

Con una pazienza antica.

Come fanno le montagne.

Come fa il mare quando sa che, prima o poi, ogni fiume arriverà fino a lui.



All’inizio noti soltanto piccoli particolari.

Un inchino appena accennato.

Due mani che porgono una tazza.

Una voce che non cerca mai di sovrastare l’altra.

Una porta che viene richiusa con delicatezza.

Un anziano che sorride prima ancora di parlare.

Sono gesti minuscoli.

Così piccoli che rischiano di sfuggire.

Eppure è proprio dentro quelle cose quasi invisibili che la Corea comincia a raccontarsi.

Perché ci sono popoli che affidano la propria storia ai monumenti.

La Corea, invece, sembra averla nascosta nei gesti quotidiani.



Noi siamo abituati a pensare che la forza si manifesti facendo rumore.

Qui scopri che esiste una forza diversa.

Quella che non ha bisogno di dimostrare nulla.

La gentilezza.

Il rispetto.

L’attesa.

Perfino il silenzio sembra avere una dignità tutta sua.

Non è assenza.

È uno spazio lasciato all’altro.

È il modo più discreto per dire:

Ci sei anche tu.



Forse è per questo che, guardando un film coreano o leggendo un romanzo nato da questa terra, succede qualcosa che fatichiamo a spiegare.

Ci emozioniamo per uno sguardo.

Per una mano che esita.

Per una frase che arriva dieci minuti dopo.

Per un abbraccio che tarda così tanto da diventare necessario.

Non è un modo diverso di raccontare.

È un modo diverso di vivere il tempo.

Come se ogni emozione avesse il diritto di maturare prima di mostrarsi.

Come fanno i ciliegi.

Come fa l’alba.



C’è una parola che accompagnerà spesso questo viaggio.

Una parola che nessuna traduzione riesce a contenere completamente.

Han.

Molti la descrivono come malinconia.

Altri parlano di nostalgia.

Qualcuno dice che sia dolore.

Io, invece, credo che il Han sia il luogo dove una ferita smette di chiedere vendetta e decide di trasformarsi in compassione.

È il ricordo che continua a vivere senza impedire al cuore di amare ancora.

È la tristezza che, invece di chiudere una porta, accende una piccola luce per chi arriverà dopo.

Forse è questo che rende la Corea così profondamente umana.

Non nasconde le proprie cicatrici.

Ha semplicemente imparato a camminare insieme a loro.



Camminando tra le sue città, succede una cosa che non avevo previsto.

Gli antichi tetti di legno osservano i grattacieli senza sentirsi sconfitti.

I palazzi di vetro riflettono templi costruiti secoli fa.

Il futuro non ha cancellato il passato.

Gli ha lasciato un posto accanto.

Come si fa con una persona che si ama.



Ed è allora che comprendi qualcosa che va oltre la Corea.

Forse la modernità non consiste nel dimenticare ciò che siamo stati.

Forse consiste nell’avere il coraggio di portarlo con noi, senza che diventi un peso.



Questo viaggio comincia qui.

Non da una capitale.

Non da una data.

Non da un evento storico.

Comincia da un modo diverso di respirare il mondo.

Perché ci sono Paesi che si lasciano visitare.

La Corea, invece, aspetta che tu rallenti abbastanza da poter entrare nel ritmo del suo cuore.

E solo allora…

con una discrezione che quasi commuove…

inizia, finalmente, a raccontarsi.



Prima di ripartire…

Un film

Little Forest

Non guardarlo aspettandoti una storia che corra.

Guardalo come si osserva cambiare una stagione.

È un film fatto di ritorni, di cucina, di campi, di silenzi e di piccole cose capaci di rimettere ordine dentro una vita.

Non racconta semplicemente la Corea rurale.

Ne custodisce il respiro.



Un libro

Atti umani, di Han Kang

È un libro doloroso.

Non cerca di proteggere chi legge.

Ma mostra con una delicatezza quasi insostenibile quanto la memoria di un popolo possa continuare a vivere nei corpi, nelle assenze e nelle parole che nessuno riesce più a pronunciare.

Non è una lettura leggera.

È una porta.



Una canzone

Through the Night, di IU

Ascoltala la sera.

Possibilmente al buio.

Non cercare subito la traduzione.

Lascia che sia la voce a precedere il significato.

A volte comprendiamo davvero una lingua solo dopo aver smesso di volerla tradurre.



Un luogo

Bukchon Hanok Village, Seoul

Bisognerebbe arrivarci presto.

Quando le strade non sono ancora state riempite dal rumore del giorno.

Camminare senza fretta tra le case tradizionali, osservando i tetti, le porte, le ombre.

Non per visitare.

Per sostare.

Perché alcuni luoghi non chiedono di essere fotografati.

Chiedono soltanto di essere attraversati con rispetto.



Un piccolo gesto

Prepara una tazza di tè.

Appoggia il telefono lontano.

Non accendere nulla.

Rimani in silenzio per cinque minuti.

Non cercare di pensare alla Corea.

Lascia soltanto che il tempo smetta di correre.

Forse il viaggio comincia proprio così.

Non prendendo un aereo.

Ma restituendo un po’ di spazio a ciò che, dentro di noi, parla piano.

9 risposte a “K-Moment”

  1. La Corea mi sta affascinando molto, sto imparando a conoscerla attraverso i tuoi occhi e mi piace molto il significato di Han che gli hai dato e tantissimo mi piace quella gentilezza, respiro, attesa e silenzio che mi sembra comprendere dalla tua narrazione, siano parte integrante della Corea.
    Ti ringrazio per i link, avevo intensione di chiederti qualche suggerimento al riguardo tra film, canzoni, e autori, adesso copio e incollo i tuoi consigli e poi mi metto alla ricerca di tutto. Grazie infinite.

    1. Hanno un modo cosi garbato e galante di vivere tutto che se ami le buone maniere, non puoi non amarla. In tutto quello che fanno, mettono amore, sacrificio e devozione.

    2. Sulle canzoni…lo avrai notato io ascolto molti autori coreani…ti farò un elenco, se entri nel loro meccanismo artistico capirai che la loro musica ha una magia particolare che parte sempre da Han….quasi tutto inizia e finisce li…

      1. …si grazie per l’elenco cos’ le cerco, in effetti ascoltandole dai tuoi testi non so se siano tutti brani coreani, sono molto rilassanti e dolci, le vocalità femminili sono una vera armonia soltanto la loro voce.

      2. Tutti artisti Coreani….direi che comprimo tutti gli Mp3 e ti invio tutto. Tantissimi sono scritti in Koreano…ti invierò tutto tramite mail

      3. sei uno splendore. Grazie mille.

  2. 🎀 La Corea, paese gentile, paese sapiente … ~ Quella parolina, “han” e’ il suono discreto del sentire profondo coreano ~ Poggia sul cuore, a volte lo opprime, ma senza stazione … ~ 🎀 La cultura coreana, (Corea del Sud), che non conosco direttamente, ma solo attraverso vie traverse (letteratura, cinema, musica, arte) e’ un crogiolo magnifico di antiche saggezze …

    1. Hai restituito al han una definizione bellissima: «il suono discreto del sentire profondo coreano». È proprio così…un sentimento che poggia sul cuore, talvolta lo opprime, ma non vi rimane prigioniero. E forse è attraverso quelle vie traverse che citi letteratura, cinema, musica e arte che una cultura antica e sapiente riesce a raggiungerci anche da lontano ma non è stessa cosa. Aggiungo… non riuscirò mai a descrivere le sensazioni che provi quando sei in Corea…non devi adattarti, ti travolge cosi tanto che sei nel posto dove hai sempre desiderato e non lo immaginavi è così che ti conquista da dentro…Grazie di cuore.

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