K-Moment

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Viaggi in Corea

Le fotografie che non hanno mai smesso di aspettare

Esistono fotografie che raccontano un giorno felice. Altre, invece, finiscono per raccontare tutto ciò che sarebbe accaduto dopo. Senza saperlo.

Quella mattina il cielo era limpido.

Di quelli che fanno sembrare ogni cosa incredibilmente vicina.

Eppure, c’era un luogo in cui la distanza continuava a essere infinita.

La strada saliva lentamente.

Ai lati, alberi.

Poi il silenzio.

Un silenzio diverso da quello incontrato nei templi.

Diverso da quello dell’alba.

Questo sembrava custodire qualcosa che nessuno aveva il coraggio di disturbare.

Mi sono fermato davanti a una fotografia.

Non ricordo il nome della famiglia ritratta.

Forse non era nemmeno scritto.

Ricordo soltanto i loro volti.

Una madre.

Un padre.

Due bambini.

Sorridevano.

Con quella compostezza che apparteneva alle fotografie di un tempo.

Per qualche minuto ho continuato a guardarli.

Poi ho pensato una cosa che non avevo previsto.

Nessuno di loro sapeva che quella sarebbe diventata l’ultima fotografia in cui erano ancora insieme.

Ci sono guerre che distruggono le città.

Altre distruggono qualcosa di molto più fragile.

L’abitudine di sedersi allo stesso tavolo.

La possibilità di bussare alla porta di un fratello.

Il gesto semplice di una madre che aspetta il ritorno di un figlio.

Quando la penisola coreana venne divisa, non si spezzò soltanto una terra.

Si interruppero migliaia di vite.

Milioni di storie rimasero improvvisamente senza un finale.

Noi osserviamo quella linea su una cartina geografica.

La chiamiamo confine.

Per molti coreani, invece, quella linea ha ancora il nome di qualcuno.

Un padre.

Una sorella.

Un nonno.

Una casa rimasta dall’altra parte.

È questa la differenza.

Le mappe dividono gli Stati.

La memoria continua a unire le persone.

Vicino alla zona demilitarizzata il vento non incontra ostacoli.

Attraversa il filo spinato con la naturalezza di chi non conosce la parola confine.

Gli uccelli volano da una parte all’altra.

Le nuvole fanno lo stesso.

La natura sembra ricordare agli uomini qualcosa che gli uomini hanno dimenticato.

Che la terra, in fondo, non appartiene a nessuno.

Negli anni alcune famiglie hanno potuto rivedersi.

Poche ore.

Una vita intera racchiusa dentro un pomeriggio.

Madri che ritrovavano figli ormai anziani.

Fratelli che si riconoscevano più dalle lacrime che dai lineamenti.

Poi arrivava di nuovo il momento di salutarsi.

Credo esistano addii che fanno meno male.

Perché almeno hanno avuto il privilegio di essere preceduti da una vita vissuta insieme.

Mentre lasciavo quel luogo, continuavo a pensare alla fotografia.

Forse non era importante sapere chi fossero quelle persone.

Erano diventate tutte le famiglie.

Tutti gli abbracci rimasti sospesi.

Tutte le parole che la storia aveva costretto a fermarsi.

Ed è stato proprio allora che ho capito una cosa.

La Corea non custodisce soltanto la memoria del proprio passato.

Custodisce quella parte dell’umanità che continua a credere che ogni distanza, prima o poi, meriti di essere attraversata.

Forse è anche per questo che questo Paese parla così piano.

Perché conosce il valore di ogni parola che riesce ancora ad arrivare dall’altra parte.


Prima di ripartire…

Un libro

Pachinko, di Min Jin Lee.

Non racconta soltanto una famiglia.

Racconta quanto possa essere difficile continuare a chiamare “casa” un luogo che la storia ha cambiato per sempre.

Una serie

Pachinko.

Guardala senza fretta.

Scoprirai che le grandi vicende del mondo passano sempre attraverso le vite di persone comuni.

Ed è lì che fanno più rumore.

Un luogo

La DMZ.

Non andarci per vedere un confine.

Fermati qualche minuto ad ascoltare il vento.

A volte racconta più lui di un intero libro di storia.

Un piccolo gesto

Prendi una vecchia fotografia della tua famiglia.

Guardala in silenzio.

Non cercare chi manca.

Ringrazia chi, in quell’istante, c’era.

Perché ogni fotografia è un presente che il tempo ha trasformato in memoria.

E noi ce ne accorgiamo sempre un po’ troppo tardi.

3 risposte a “K-Moment”

  1. Quello che mi piace e che hai dato voce in questo testo, sono proprio quelle persone che causa la guerra sono defunte ed è stato meritevole da parte tua, il parlare che dei sopravvissuti che hanno perso figli, genitori, sorelle, fratelli, amici e chi più ne ha più ne metta purtroppo. Sono davvero conquistata da queste tue narrazioni perché sto scoprendo un popolo che nonostante le avversità che ha attraversato, ha saputo mantenere il garbo, la gentilezza e la delicatezza e ogni qualvolta che sento parlare di queste caratteristiche, personalmente mi ci aggrappoba quella popolazione pur non avendo mai visitato i loro luoghi. Sto scoprendo tutto attraverso te e a parte che mi fido di quello che narri, credo anche che la tua visione poetica corrisponda più che mai alla loro realtà di vivere. A questo proposito ho cercato qualche link inerente alla Corea tra passato e presente inteso anche come usi e costumi, ho salvato i link e un po’ per giono li leggerò e proprio ieri sera riguardo al loro passato, leggevo di quel confine di separazione che è stato creato e del ponte e di cui anche tu oggi parli. E sempre ieri in serata ho acquistato il libro che nell’articolo di ieri hai suggerito e mi sa tanto che acquisterò anche quello che consigli oggi. Ebbene sì, sono rimasta affascinata dalla tua visione che sono certa che corrisponde più che mai alla loro realtà. Grazie Fra, mi stai insegnando – tanto per cambiare cambiare – un popolo e un territorio che credo valga la pena conoscere nonostante che non andrò mai in Cambogia, ma è già un bello apprendere che al giorno d’oggi esistano popoli che hanno queste belle caratteristiche e che sono anni luce distanti dalle nostre Occidentali e che detto tra noi, forse siamo i peggiori a livello mondiale. Ancora grazie.

    1. Le tue parole mi emozionano profondamente. Se attraverso queste esperienze di viaggio. nasce il desiderio di conoscere, di leggere, di andare oltre la superficie, allora sento di aver descritto al meglio. La Corea mi ha insegnato che un popolo non si comprende dai monumenti, ma dalle ferite che ha saputo trasformare in gentilezza. E sapere che questo viaggio ti attrae è molto bello. Torneremo in Corea il prossimo anno…ogni volta è emozionante…Grazie di cuore.

      1. Ma che bello che ritornate in Corea con una certa frequenza annuale e chissà che arricchimento culturale e di emozioni soprattutto.

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