La firma

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Qualche mese fa mi è stata proposta una collaborazione.

Una testata mi ha scritto chiedendomi di portare una mia rubrica all’interno del suo progetto editoriale.

Non nascondo che mi abbia fatto piacere.

Quando qualcuno legge ciò che fai e pensa che possa avere un posto nella propria casa, significa che qualcosa, in quelle parole, è arrivato davvero.

Così ho fatto ciò che ritengo giusto fare sempre.

Ho studiato il loro sito.

Ho osservato il modo in cui costruivano gli articoli, il ritmo della scrittura, la disposizione dei contenuti, il linguaggio, il respiro del loro progetto.

Ho preparato alcuni articoli pilota cercando di rispettare la loro identità senza tradire la mia.

Pensavo che il difficile fosse iniziare.

Mi sbagliavo.

Il difficile è arrivato dopo.

Sono iniziate le revisioni.

“Questo passaggio è troppo esposto.”

“Questo concetto non è in linea con la nostra visione editoriale.”

“Questa parte è troppo umana.”

“Questo andrebbe reso più adatto ai tempi.”

Una frase.

Poi un’altra.

Poi un’altra ancora.

All’inizio sembrano soltanto piccole modifiche.

Una parola.

Una sfumatura.

Una frase spostata.

Poi ti accorgi che ogni correzione non cambia il testo.

Cambia la persona che lo sta scrivendo.

Esiste un momento molto sottile in cui non stai più migliorando ciò che hai scritto.

Stai lentamente imparando a non essere più te stesso.

Ed è un confine che conosco bene.

Perché una rubrica non è un insieme di articoli.

È una voce.

È il modo in cui guardi il mondo.

È la temperatura con cui scegli di raccontarlo.

Se quella temperatura cambia per piacere a qualcuno, allora non è più una collaborazione.

È una sostituzione.

C’è una riflessione che da quel giorno non mi ha più lasciato.

Ho avuto la sensazione che, a volte, il mercato chieda una cosa molto semplice: non il tuo talento, ma la tua disponibilità ad assomigliare a qualcosa che ha già funzionato.

È una proposta silenziosa.

Non arriva con toni duri.

Arriva con un sorriso, con una revisione, con un suggerimento, con un “funzionerebbe meglio così”.

Alla fine non ti accorgi nemmeno del momento esatto in cui hai smesso di scrivere quello che avevi dentro e hai iniziato a scrivere ciò che qualcun altro immagina possa piacere di più.

È come se qualcuno ti mettesse in mano un pugno di dollari e, senza nemmeno chiedertelo apertamente, ti invitasse a vendere la cosa più preziosa che possiedi.

Non il tuo tempo.

Non il tuo lavoro.

La tua identità.

La tua firma.

Forse è anche per questo che, entrando oggi in una libreria, provo una sensazione diversa rispetto a molti anni fa.

Ci sono libri straordinari, originali, necessari.

Ma accanto a loro ne incontro tanti che sembrano rincorrere la stessa direzione.

Lo stesso ritmo.

Le stesse atmosfere.

Le stesse formule.

Come se, a periodi, esistesse un modo giusto di raccontare e tutti dovessero attraversare quella porta.

Le mode editoriali sono sempre esistite.

E continueranno a esistere.

Ma io continuo ad avere nostalgia di quando leggere significava entrare in una giungla.

Ogni autore era un sentiero.

Ogni pagina cambiava il paesaggio.

Ogni voce aveva un odore diverso.

Non sapevi mai cosa avresti trovato voltando pagina.

Era proprio quell’imprevedibilità a rendere la letteratura viva.

Oggi, qualche volta, ho l’impressione che molti sentieri vengano livellati prima ancora di poter diventare strade.

Ed è un peccato.

Perché il mondo non ha bisogno di cento scrittori che si assomigliano.

Ha bisogno di cento persone che abbiano il coraggio di essere irripetibili.

Così mi sono fermato.

Non perché mi sentissi migliore.

Non perché pensassi di avere ragione.

Semplicemente perché ho capito che, alla fine, il nome in fondo a quegli articoli sarebbe rimasto il mio.

E non avrei sopportato di firmare parole che non mi appartenevano più.

La visibilità può essere una cosa bellissima, non per me.

Il successo lo è altrettanto ma non è necessario.

Anche il denaro può essere una conseguenza legittima del proprio lavoro. Ma fortunatamente è l’unica cosa di cui non ho bisogno sto bene cosi.

Ma esiste qualcosa che vale infinitamente di più.

La possibilità di riconoscersi.

Non ho mai scritto per rincorrere numeri.

Non ho mai scritto per adattarmi al rumore del momento.

Scrivo per incontrare quella persona che, leggendo una frase, possa sentirsi meno sola.

E quella persona non ha bisogno di un testo perfetto.

Ha bisogno di un testo vero.

Per questo ho rinunciato.

Con serenità.

Senza rabbia.

Senza delusione.

Perché ho compreso una cosa che forse dimentichiamo troppo spesso.

Le occasioni possono tornare.

La propria voce, invece, una volta perduta, è difficilissimo ritrovarla.

E io non voglio diventare lo scrittore che qualcuno preferisce.

Voglio restare quello che le mie parole hanno costruito negli anni.

Perché una firma, in fondo, non è il nome che compare sotto un articolo.

È la promessa che ogni parola assomiglierà sempre a chi l’ha scritta.

E quella promessa non la venderò mai.

Nemmeno davanti all’occasione più importante.

12 risposte a “La firma”

  1. Comprendo perfettamente quello che dici, queste revisioni un tempo piuttosto lontani, sono accadute anche a me nel mio lavoro, e tutti sapete un quanti a marketing come la penso, nel mio caso fortuna ha voluto che incontrassi l’azienda con la quale lavoro da anni e che invece in me ha visto e apprezzato, diciamo il potenziale, che si dissocia dagli standard. In quanto ai libri moderni la penso come te, tutti uguali sembrano scritti col solito tono, gli autori dei giorni nostri sembrano essere diventati uno standard e non a caso, ho ripreso s leggere autori del ‘800 e anche prima. Per concludere, hai fatto bene a rifiutare quella collaborazione perché si sarebbe troppo allontanata dall’autenticià del tuo sentire e credi che nella scrittura sia fondamentale non tradirlo mai.

    1. Pardon ” e tutti sapete in quanto a marketing come la penso”

    2. Ciao Nemesys, concordo con te su gli autori dei giorni nostri, è difficile trovare qualcuno che ti tenga inchiodato al libro…
      Anche io come te sono tornata ai miei cari autori ottocenteschi e sono tornata anche ai manga…

    3. Mi ritrovo molto nelle tue parole. Credo che la differenza l’abbia fatta proprio quell’azienda che hai incontrato, non ha cercato di adattarti a un modello già esistente, ma ha scelto di valorizzare ciò che ti rendeva diverso. È una differenza enorme, perché quando qualcuno investe nella tua identità invece che modificarla, riesce a tirare fuori il meglio di te.

      È esattamente quello che, secondo me, dovrebbe accadere anche nell’editoria. Un editore dovrebbe accompagnare uno scrittore a esprimere con più forza la propria voce, non sostituirla con una voce che “funziona” sul mercato. Cosi si creano cloni e diventa tutto molto piatto eccetto alcune eccellenze.

      Anch’io, come te, sento spesso il bisogno di tornare agli autori del passato, ma non solo anche agli autori emergenti che meritano attenzione in modo particolare, perchè sono veri e autentici.

      E sì, rinunciare a quella collaborazione non è stata una scelta semplice. Ma ci sono occasioni che, se accettate, costano molto più di quanto offrano. La propria voce, una volta smarrita, è difficile ritrovarla. E non ho intenzione di scendere a compromessi se il prezzo è trasfomare chi sono in qualcosa in cui non mi sento. E credo che nessun successo o peggio compenso valga il prezzo di perdere ciò che ci rende davvero riconoscibili.

      1. Condivido pienamente la tua riflessione finale, mi sembra di sentirmi a dirle io, è esattamente così che la penso.

  2. Ecco perché non ho mai avuto successo nel panorama letterario!
    Non solo perché scrivo poesie (e dio ce ne scampi dal leggere e riflettere su una poesia) ma anche perché scrivendo di cuore e di pancia difficilmente riesco a proseguire se qualcuno cambia il senso ed il colore del mio scrivere…
    Come dici tu, ahimè, ultimamente si vedono in giro tante copie, se una tipologia di scrittura fa vendere, allora finché farà vendere ci saranno più autori che scriveranno a quel modo, magari perdendo una parte di identità e di anima pur di vendere più di 500/1000 copie (come questa povera sfigata che scrive poesie)…
    Sinceramente, preferisco rimanere sconosciuta piuttosto che perdere la mia anima, il mio cuore e soprattutto la voglia di scrivere.
    Perché, parliamoci chiaro, quando non ti riconosci più in quello che fai, difficilmente continui a farlo!

    1. “quando non ti riconosci più in quello che fai difficilmente continui a farlo”
      Andrebbe scritto e ribadito dappertutto!

    2. Sai qual è l’unica cosa sulla quale non sono d’accordo? Quando ti definisci una “povera sfigata che scrive poesie”. No. Sei una persona che ha scelto una delle strade più difficili che esistano. La poesia è un linguaggio delicato,non è facilmente riconoscibile, richiede tempo, attenzione e una sensibilità che oggi, purtroppo, non tutti sono disposti a concedere. Si legge poco e, troppo spesso, si legge anche male. Per questo devi continuare a scrivere senza tradire la tua voce. Perché tu sei una persona straordinaria e questo, nelle tue parole, si sente.

      Il successo editoriale e il valore di uno scrittore non sono la stessa cosa. A volte si incontrano, altre volte percorrono strade completamente diverse. Il mercato misura le copie; la letteratura misura ciò che rimane dentro una persona dopo aver chiuso un libro. Parlano due lingue differenti. E la storia ce lo insegna…molti dei più grandi scrittori non sono stati riconosciuti subito. Li abbiamo scoperti molto tempo dopo, quando il rumore del mercato aveva già smesso di parlare e le loro parole avevano iniziato a fare ciò che sanno fare meglio.. restare.

      Capisco profondamente quello che dici sul non riuscire a proseguire quando qualcuno cambia il senso e il colore di ciò che hai scritto. Le parole non sono mattoni da spostare a piacimento. Quando un testo nasce davvero, ogni parola è lì perché sostiene l’altra. Cambiarne una, a volte, significa modificare il respiro dell’intera opera.

      Per questo spero che tu non smetta mai di scrivere come sai fare. Magari raggiungerai meno persone, ma quelle che arriveranno fino alle tue parole incontreranno te, non una versione costruita per piacere a qualcuno. E credo che, nella letteratura, questa sia una delle forme di successo più rare, più coraggiose e, soprattutto, più autentiche.

  3. Per questo preferisco la vecchia scuola… il nuovo ai miei occhi è privo di carattere e sentimento

    1. Capisco perfettamente cosa intendi. Anch’io penso che la vecchia scuola custodisse qualcosa che oggi rischia di andare perduto..il tempo. Perché il carattere e il sentimento non nascono dalla fretta, ma dalla cura. Non credo, però, che il nuovo ne sia inevitabilmente privo; credo piuttosto che oggi sia più difficile trovarli. Proprio per questo che, quando incontriamo qualcosa che ha ancora un’anima, ce ne accorgiamo subito. Dobbiamo essere esseri che vanno controcorrente e si fidano del loro istinto cercando gli autori che ci fanno stare bene evitando i clichè editoriali.

  4. Hai fatto la scelta di non perdere te stesso.

    1. Ritengo sia l’unica che potevo decidere per stare bene con me stesso…grazieee

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