L’universo dell’anima
Lo sguardo è il filo che rende l’anima visibile.
Abbiamo imparato a misurare quasi tutto.
La distanza fra due galassie.
Il peso di una montagna.
La velocità della luce.
Persino il tempo impiegato da un impulso elettrico per attraversare il nostro corpo.
Eppure, ogni volta che un essere umano guarda un altro essere umano…
accade qualcosa che sfugge a qualsiasi misura.
Da tempo mi accompagna una domanda.
Non dove sia l’anima.
Ma…
in quale universo viva.
Perché se esiste uno sguardo che la rende visibile…
allora deve esistere anche un luogo invisibile dal quale quello sguardo ha origine.
La scienza ci insegna che il nostro universo non è fatto di oggetti.
È fatto soprattutto di spazio.
Le stelle sono immense.
Le galassie sono sterminate.
Eppure la parte più grande del cosmo è ciò che sembra vuoto.
È quel silenzio sconfinato a permettere alle stelle di esistere.
È la distanza che rende possibile la luce.
Ed è stato lì che il mio pensiero ha rallentato.
E se anche l’anima avesse un universo?
Non fatto di pianeti.
Ma di attese.
Non di costellazioni.
Ma di ricordi.
Non di gravità.
Ma di legami.
Forse ciò che chiamiamo carattere…
non è altro che il cielo sotto il quale la nostra anima ha imparato a respirare.
Le stelle
non illuminano il cielo.
Lo rendono leggibile.
Forse lo sguardo
fa la stessa cosa.
Non crea l’anima.
Le permette
di essere vista
per un istante.
Forse è questo che ci commuove quando incontriamo qualcuno.
Non vediamo un volto.
Quello arriva per primo.
Non ascoltiamo una voce.
Nemmeno.
Abbiamo, per un istante, l’impressione che due universi abbiano smesso di essere lontani.
E allora comprendiamo qualcosa che non sapremmo spiegare.
Perché nessuno si innamora di una retina.
Nessuno si affeziona a un nervo ottico.
Nessuno conserva il ricordo di una pupilla.
Ciò che ci rimane dentro è quella misteriosa sensazione che, dietro uno sguardo, esistesse un’intera immensità che chiedeva soltanto di essere attraversata.
Da quel giorno ho smesso di pensare all’anima come a qualcosa che possediamo.
Forse è il contrario.
Forse siamo noi ad abitare dentro la sua storia.
Il corpo le presta il tempo.
La voce le presta il suono.
Le mani le prestano il gesto.
Gli occhi…
le prestano una finestra.
E lo sguardo è il momento esatto in cui quella finestra si apre.
Forse non siamo creature che hanno un’anima.
Forse siamo il modo in cui un’anima, per pochi anni, impara la meraviglia di essere umana.


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