«La parte più difficile del perdono non è dimenticare ciò che è accaduto. È smettere di vivere come se stesse accadendo ancora.»
Ci sono ferite che il tempo non chiude. Aspettano soltanto che qualcuno smetta di riaprirle.
Ci raccontiamo che il passato è alle nostre spalle.
Lo diciamo con sicurezza.
Come se bastasse voltarsi per lasciarlo indietro.
Eppure il passato conosce una strada che noi dimentichiamo.
Non cammina davanti a noi.
Cammina dentro di noi.
Ogni volta che una paura decide al posto nostro.
Ogni volta che diffidiamo di una carezza perché un’altra mano, un giorno, ci ha fatto male.
Ogni volta che rinunciamo a essere felici per paura di perdere ancora.
Non è il ricordo a tenerci prigionieri.
È l’abitudine a riviverlo.
Il perdono, allora, non è un favore concesso a chi ci ha feriti.
È una finestra che finalmente decidiamo di aprire nella stanza in cui ci eravamo chiusi.
L’aria entra piano.
All’inizio quasi infastidisce.
Poi ci accorgiamo che non stavamo respirando da molto tempo.
Forse guarire non significa cancellare le cicatrici.
Significa arrivare al punto in cui smettono di raccontare il dolore e cominciano a raccontare la forza silenziosa con cui siamo rimasti vivi.
Perché il passato merita rispetto.
Non il diritto di continuare a scrivere ogni nostro domani.
La libertà comincia nel momento esatto in cui il ricordo smette di essere un padrone e diventa soltanto una pagina.

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