Memorie

·

Lo spago

Ci sono ricordi che non chiedono di essere ricordati.

Aspettano.

Rimangono in silenzio per anni, finché un giorno la vita decide di restituirgli un significato.

Da bambino aprivo spesso un vecchio cassetto di mio nonno.

Non era il cassetto delle cose importanti.

Dentro non c’erano fotografie di famiglia.

Né documenti.

Né oggetti preziosi.

C’erano piccoli pezzi di spago.

Arrotolati con pazienza.

Vicino a qualche bottone rimasto senza il suo cappotto.

A un chiodo leggermente piegato.

A una scatola che aveva perso ciò che conteneva.

Ricordo di avergli chiesto, con quella leggerezza che appartiene soltanto ai bambini:

«Perché conservi tutta questa roba?»

Lui sorrise.

Non cercò una spiegazione.

Chiuse lentamente il cassetto e disse soltanto:

«Perché un giorno potrebbe servire.»

Per molto tempo ho creduto che parlasse dello spago.

Oggi penso che stesse parlando della vita.

Chi è nato dopo la guerra ha ricevuto un’Italia che, poco alla volta, aveva imparato a rialzarsi.

Ma chi quella guerra l’aveva attraversata aveva imparato qualcosa di ancora più profondo.

Aveva imparato che nulla nasce senza fatica.

Che ogni cosa ha richiesto tempo.

Che perfino il più semplice degli oggetti porta con sé il lavoro di qualcuno che forse non conosceremo mai.

Per questo uno spago non era soltanto uno spago.

Era il rispetto per ciò che era costato ottenerlo.

Negli anni il nostro Paese è cambiato.

Sono arrivate le fabbriche.

Il benessere.

Le automobili.

Le case più grandi.

I supermercati.

La possibilità di sostituire quasi tutto.

Era giusto che accadesse.

Ogni generazione ha il diritto di vivere un futuro migliore di quello ricevuto.

Eppure, ogni volta che qualcosa diventava più facile, quel piccolo cassetto sembrava continuare a farmi una domanda.

Quando abbiamo iniziato a pensare che fosse più semplice buttare che comprendere il valore delle cose?

Forse quella domanda non riguardava mai gli oggetti.

Forse parlava di noi.

Delle relazioni che smettiamo di aggiustare.

Delle parole che preferiamo sostituire invece di ritrovare.

Del tempo che consumiamo senza accorgerci che è la materia più preziosa che possediamo.

Mi piace pensare che il passato assomigli davvero al nostro DNA.

Non ci obbliga a vivere come chi ci ha preceduto.

Ci affida soltanto alcuni frammenti di sé.

Sta a noi riconoscerli.

Per questo, ancora oggi, quando vedo un semplice pezzo di spago, non penso a un oggetto dimenticato.

Penso a un uomo che aveva conosciuto il valore delle cose prima ancora di possederle.

E mi domando se il futuro che stiamo costruendo saprà insegnare ai nostri figli la stessa lezione.

Non quella di conservare uno spago.

Ma quella, infinitamente più difficile, di riconoscere il valore di ciò che sembra piccolo… prima che il tempo ci costringa ad accorgercene.

5 risposte a “Memorie”

  1. Ogni volta offri riflessioni profonde. È così

    1. Grazie infinite.

      È da tanto tempo che cercavo di dare vita a questa rubrica. Ogni tentativo si fermava sempre nello stesso punto…non trovavo le parole giuste, ma soprattutto non riuscivo a raggiungere quella temperatura emotiva capace di sostenere un’anima come questa.

      Questa volta, invece, sento di aver trovato la calibratura esatta. È come se ogni parola avesse finalmente trovato il proprio posto.

      Sono certo che Memorie riporterà alla luce molti frammenti della mia giovinezza e so già che sarà un viaggio profondamente emozionante. Mi costringerà a scavare dentro di me, a ritrovare emozioni che il tempo aveva ricoperto di silenzio. Tanti spezzoni di vita da elaborare.

      In fondo è questo il dono, e insieme il prezzo, della memoria… ci accarezza con la stessa mano con cui, a volte, riapre ferite che credevamo diventate soltanto ricordi.

      Fa bene.

      E, nello stesso istante, fa anche un po’ male.

  2. Per quell’ultima domanda temo che siano davvero pochi, se non rari coloro che riescono ancora a riconoscerne il valore. Se l’adulto in primis ha perduta tale capacità come potrà consegnarla ed insegnare a custodirla al proprio figlio?

  3. Credo che i nostri anziani avevano davvero nel loro DNA il valore di ognuno cosa e in questo riuscivano a risaltare e apprezzare anche il lavoro di quell’oggetto grande o piccolo che fosse, loro sapevano custodire tutto.
    Per rispondere alla tua domanda invece ahimè, per quanto il valore e l’importanza delle cose si possa insegnare alle nuove generazioni, temo che non comprenderanno mai l’esatta importanza e non certo per colpa loro o per loro menefreghismo ma più semplicemente perché sono e cresceranno sempre più in un mondo che si rivolge soltanto al consumismo, l’elettronica è un esempio più che mai tangibile della serie che stando a loro dopo pochi mesi che è uscito un nuovo modello di smartphone i di Computer, se si desse retta a loro a fine indorano la pillola, sarebbe quasi necessario cambiare il modello. E cin queste dinamiche come si fa a pensare che le nuove generazioni possano imparare il conservare? Mancano le basi e non famigliari ma quelle della società. Scusa se mi sono dilungata, fra un po’ ho scritto un post sul tuo post.

    1. Grazie di cuore per questo commento. Più che una risposta è una riflessione che merita di essere letta con calma.

      Condivido molto di quello che dici. I nostri anziani avevano un rapporto diverso con gli oggetti, perché vedevano il tempo che contenevano. Dietro una sedia c’era il falegname, dietro un maglione c’erano mani che avevano lavorato, dietro un piatto c’era una storia di famiglia. Per questo custodire era un gesto naturale.

      Hai ragione anche quando dici che le nuove generazioni crescono in una società che insegna a sostituire prima ancora di conoscere davvero ciò che possediamo. Non credo, però, che sia una condanna definitiva. Ogni epoca trasmette qualcosa e dimentica qualcos’altro.

      Forse il nostro compito non è convincere i giovani a vivere come vivevano i nostri nonni, ma consegnare loro uno sguardo diverso… insegnare che il valore di una cosa non coincide con il suo prezzo e che ciò che ci accompagna nel tempo, molto spesso, finisce per raccontare anche chi siamo.

      Grazie davvero per aver dedicato tempo e cuore a queste parole. Sono commenti come il tuo che trasformano un articolo in un dialogo, dobbiamo partire da qui da un confronto costante che allena e insegna…

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