Ci sono pareti che sembrano troppo vuote.
Le guardiamo per giorni.
Forse per mesi.
Poi arriva un quadro.
Lo appoggiamo.
Lo spostiamo di qualche centimetro.
Più a sinistra.
No… un po’ più in alto.
Ancora.
Ci allontaniamo.
Lo osserviamo.
Torniamo vicino.
Cambiamo idea.
È curioso.
Non stiamo cercando il posto giusto per un quadro.
Stiamo cercando il punto esatto in cui la stanza comincerà a raccontarsi.
Una parete vuota non è triste.
È una frase che deve ancora trovare le sue parole.
Eppure, quasi sempre, abbiamo fretta di riempirla.
Come se il vuoto fosse un difetto.
Come se ogni spazio libero dovesse immediatamente diventare qualcosa.
Forse è per questo che, qualche volta, ci stanchiamo delle nostre giornate.
Non lasciamo mai una parete bianca dentro di noi.
Appena nasce uno spazio, lo occupiamo.
Un impegno.
Un rumore.
Un’abitudine.
Una risposta data troppo in fretta.
Abbiamo paura che il silenzio possa assomigliare alla solitudine.
E invece sono cose profondamente diverse.
La solitudine toglie.
Il silenzio prepara.
Quando appendi un quadro, il muro non scompare.
Continua a esserci.
È proprio quel muro a permettere al quadro di esistere.
Così fanno anche le pause nella nostra vita.
Non interrompono il cammino.
Gli danno profondità.
Ci sono giorni che sembrano non aggiungere nulla.
Li giudichiamo inutili.
Poi passa del tempo.
E ci accorgiamo che erano proprio loro a sostenere tutto il resto.
Come il muro dietro un quadro.
Non lo guarda nessuno.
Ma se mancasse, anche la bellezza cadrebbe.
Forse il disordine non nasce dagli spazi vuoti.
Nasce dalla paura di lasciarne qualcuno libero.
Perché ci sono vuoti che non aspettano di essere riempiti.
Aspettano di essere ascoltati.
Le cose più importanti della nostra vita non occupano sempre uno spazio. A volte sono proprio lo spazio che abbiamo avuto il coraggio di non occupare.

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