The Center Within è una rubrica concepita come un diario manoscritto. Ogni pagina nasce con un’impaginazione e una veste grafica che fanno parte dell’opera stessa.
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Per attraversare queste pagine così come sono state immaginate, puoi leggerle sul mio sito:
Buona lettura.
Tutti cercano un posto nel mondo. Pochi cercano il mondo dentro un posto.
Questa sera ho udito la casa sospirare.
Non fu un rumore vero. Nessuna porta si mosse, né il vento venne a turbare le tende. Fu cosa più lieve: un cedimento dell’aria, un respiro trattenuto troppo a lungo, come se le stanze avessero finalmente deposto la fatica d’averci custoditi per l’intero giorno.
Rimasi immobile.
Sul tavolo vi era un bicchiere lasciato a metà. La luce della sera vi entrava obliqua e l’acqua, toccata da quel chiarore morente, pareva conservare un frammento di cielo. Non volli berla. Vi sono bellezze tanto fragili che persino il desiderio di possederle diviene una forma di crudeltà.
Mi sedetti accanto alla finestra e lasciai che il tempo continuasse senza di me.
Da qualche parte, lungo la strada, qualcuno chiamò un nome. Non compresi quale. Eppure quel richiamo mi attraversò come se fosse rivolto a una parte remota della mia vita, a colui che fui prima d’imparare a nascondere le ferite dietro la buona educazione dei sorrisi.
È singolare quanto poco occorra per riaprire ciò che credevamo sepolto.
Non servono anniversari, fotografie o lettere dimenticate. Basta una voce che giunge da lontano. L’odore d’una stanza. Una sedia rimasta vuota nel modo esatto in cui qualcuno soleva occuparla.
Il cuore non possiede serrature.
Noi fingiamo di chiuderlo, ma egli conserva ogni ingresso e, nella notte, lascia tornare ciò che durante il giorno abbiamo avuto la forza di respingere.
Pensai allora alle persone che abbiamo amato senza saperle trattenere.
A quelle che si sono allontanate con lentezza, affinché non udissimo il suono del distacco. A quelle che abbiamo perduto in un solo istante e che, da quel momento, abbiamo continuato a perdere ogni giorno.
Non tutte le assenze sono vuote.
Alcune riempiono la casa più d’una presenza. Hanno un passo riconoscibile, occupano il lato del letto che nessuno osa reclamare, siedono alla nostra tavola e ascoltano ogni parola che non pronunciamo.
Vivono nel gesto con cui apparecchiamo due posti prima di ricordare che ne occorre uno soltanto.
Vivono nel voltarsi improvviso, quando ci pare d’aver udito una voce che il mondo non possiede più.
Vivono soprattutto nelle cose minime, perché il dolore, quando diviene antico, non alza più la voce. Si ritira nei dettagli. Abita un profumo, una tazza, il lembo consunto di una coperta. Attende che la nostra difesa si distragga e, con una dolcezza quasi misericordiosa, torna a sfiorarci.
Fu allora che compresi perché quella sera la casa avesse sospirato.
Non era stanca di custodire me.
Era colma di tutti coloro che avevano attraversato le sue stanze e vi avevano lasciato una parte invisibile di sé: una risata rimasta fra le pareti, un pianto taciuto dietro una porta, una promessa pronunciata con troppa fiducia nel domani.
Ogni dimora possiede una memoria che non sappiamo leggere. Le pareti ricordano le mani che le hanno sfiorate. I pavimenti conservano il peso dei ritorni. Le finestre conoscono tutti gli addii avvenuti senza un saluto.
E noi continuiamo ad abitare le case, ignari d’essere abitati da esse.
Il giorno, intanto, era scomparso.
Nel bicchiere non rimaneva più alcun cielo, soltanto acqua immobile e un debole riflesso della lampada. Lo presi fra le mani. Era tiepido, quasi vivo.
Bevvi lentamente.
Mi parve di accogliere dentro di me l’ultima luce che la sera aveva dimenticato.
Ora depongo la penna. Questa notte non desidero dimenticare: desidero soltanto che ciò che manca trovi, almeno nel mio cuore, una stanza in cui non debba più andarsene.

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