Disordine
C’è un momento, prima di mettere un vestito in lavatrice, che dura appena pochi secondi.
Infili una mano in tasca.
E inizi a cercare.
Uno scontrino.
Una moneta.
Un fazzoletto.
Un vecchio biglietto.
A volte perfino una foglia secca.
È incredibile quante cose riescano a seguirci senza che ce ne accorgiamo.
Le portiamo addosso per giorni.
Qualche volta per settimane.
Poi, all’improvviso, riappaiono.
Come se avessero aspettato il momento giusto per ricordarci che erano rimaste lì.
Mi sono sempre chiesto perché controlliamo le tasche con tanta attenzione.
Non lo facciamo per salvare una moneta.
Lo facciamo perché sappiamo che ciò che dimentichiamo può rovinare ciò che volevamo pulire.
Forse la vita ci educa nello stesso modo.
Vorremmo attraversare un cambiamento.
Voltare pagina.
Ricominciare.
Eppure ci presentiamo al nuovo con le tasche ancora piene del vecchio.
Discussioni finite da tempo.
Colpe che nessuno ci chiede più di pagare.
Parole che continuiamo a ripeterci anche se hanno smesso di essere vere.
Le portiamo con noi così a lungo da credere che facciano parte del tessuto.
Ma non appartengono al vestito.
Sono soltanto rimaste in tasca.
Ed è questa la differenza che cambia tutto.
Ciò che portiamo con noi…
…non sempre ci appartiene.
Allora arriva quel gesto.
Svuotiamo una tasca.
Poi l’altra.
Guardiamo il tavolo.
Ci sorprendiamo di quante cose fossero rimaste nascoste.
E quasi sorridiamo.
Perché scopriamo che il peso non era nei passi.
Era in ciò che avevamo dimenticato di lasciare.
Forse crescere assomiglia proprio a questo.
Mettere le mani dentro se stessi con la stessa cura con cui controlliamo una tasca.
Non per cercare ciò che manca.
Ma per accorgerci di ciò che è rimasto troppo a lungo.
Solo allora il cambiamento può fare il suo lavoro.
Perché perfino l’acqua più limpida…
…ha bisogno che qualcuno svuoti prima le tasche.
La vita non fatica a rinnovarti. Fatica a raggiungerti, quando continui a custodire ciò che avrebbe già voluto lasciarti andare.

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