The Center Within è una rubrica concepita come un diario manoscritto. Ogni pagina nasce con un’impaginazione e una veste grafica che fanno parte dell’opera stessa.
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Per attraversare queste pagine così come sono state immaginate, puoi leggerle sul mio sito:
Buona lettura.
Tutti cercano un posto nel mondo. Pochi cercano il mondo dentro un posto.
Stamane ho rinvenuto un filo bianco sulla manica della mia giacca.
Era cosa da nulla, uno di quei piccoli disordini che la vita depone sopra di noi senza intenzione. Avrei potuto scacciarlo con un gesto e seguitare il giorno, come si fa con tutto ciò che pare non meritare memoria.
Eppure non lo feci.
Lo raccolsi fra due dita e lo osservai a lungo, quasi vi fosse annodata una risposta. Era sottile, fragile, privo d’ogni pregio; tuttavia mi parve che appartenesse a qualcosa che avevo perduto senza accorgermene.
Noi crediamo che le grandi separazioni abbiano un suono.
Le immaginiamo precedute da parole definitive, da porte richiuse, da passi che si allontanano lungo corridoi smisurati. Ma le perdite più profonde non sempre si annunciano. Talvolta si compiono mentre siamo distratti, nel breve intervallo fra un’abitudine e l’altra.
Un giorno non domandiamo più come stai.
Un altro smettiamo di apparecchiare per qualcuno.
Poi viene un mattino in cui il nome che ci abitava la bocca resta immobile dietro i denti, e noi comprendiamo che perfino l’amore può imparare il terribile mestiere del silenzio.
Conservai quel filo sul palmo.
La luce vi si posava appena e lo rendeva simile a una minuscola cicatrice. Pensai a quante tracce ci rimangono addosso dopo che ogni presenza si è ritirata: un modo di pronunciare certe parole, una premura appresa, il gesto involontario con cui sistemiamo il cuscino prima di coricarci.
Noi continuiamo coloro che abbiamo amato senza rendercene conto.
Li portiamo nella pazienza che non possedevamo, nella paura che ci hanno lasciato, nelle abitudini che un tempo ci infastidivano e che ora ripetiamo con una devozione quasi sacra.
Vi sono persone che non incontriamo più e che nondimeno decidono ancora il modo in cui guardiamo il mondo.
Sono loro a farci rallentare dinanzi a un volto stanco. A impedirci di oltrepassare un dolore con troppa fretta. A rammentarci che dietro ogni asprezza potrebbe esservi una ferita rimasta senza testimoni.
Non sono fantasmi.
I fantasmi appartengono alle case abbandonate. Queste presenze, invece, abitano la parte più viva di noi. Non trascinano catene; muovono mani, parole, esitazioni. Ci insegnano ancora, benché non possano più sapere quanto siamo diventati simili a loro.
Ho pensato a tutte le volte in cui mi sono creduto solo artefice di ciò che sono.
Che ingenua superbia.
Dentro ciascuno di noi dimora una moltitudine silenziosa. Vi sono carezze ricevute nell’infanzia che ancora sorreggono il nostro coraggio. Vi sono rimproveri remoti che continuano a piegarci il capo. Vi sono attese, rinunce, tenerezze che hanno scavato in noi il proprio alveo, e lungo quell’alveo scorre ancora la nostra maniera di esistere.
Nessun uomo è soltanto se stesso.
Siamo anche la conseguenza di chi ci ha aspettati, di chi ha rinunciato per noi, di chi ci ha feriti e perfino di chi, nel momento decisivo, non seppe restare.
Le assenze, in questo, sono maestre severe.
Ci privano del volto e ci consegnano l’eredità.
Soltanto dopo molto tempo comprendiamo che alcune persone non erano venute per accompagnarci sino alla fine. Erano giunte per depositare in noi qualcosa che avremmo riconosciuto anni più tardi, quando ormai non avremmo potuto ringraziarle.
E questa è una delle più sottili crudeltà del tempo: ci concede la comprensione quando non possediamo più il destinatario.
Rimasi seduto con quel filo ancora tra le dita.
Avrei voluto sapere da quale veste provenisse, a quale stoffa fosse appartenuto, quale gesto lo avesse condotto fin lì. Ma compresi che non ogni traccia domanda una provenienza.
Alcune chiedono soltanto d’essere riconosciute.
Lo riposi fra le pagine di un vecchio quaderno. Non perché avesse valore, ma perché per un istante aveva aperto in me un passaggio verso tutto ciò che ancora mi compone e non possiede più un nome.
Chissà chi lo troverà un giorno.
Vedrà soltanto un filo consumato, imprigionato fra due fogli ingialliti, e non saprà che questa mattina esso ha ricucito, per pochi istanti, una parte di me che credevo perduta.
Ora depongo la penna. Vi sono legami che la vita recide davanti ai nostri occhi, e altri che continua a tessere nel segreto, affinché nessuna persona amata debba andarsene davvero tutta intera.

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