Home

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Ci sono luoghi che continuano ad aspettarci, anche quando siamo convinti di averli lasciati.

La sera entrava dalla finestra senza chiedere permesso.

Prima sfiorava il vetro. Poi si posava sul pavimento con la leggerezza di chi conosce già ogni angolo di quella casa. La luce del giorno si ritirava lentamente, lasciando alle ombre il compito di custodire ciò che non aveva bisogno di essere visto.

Restavo qualche istante immobile.

Era sempre lo stesso silenzio.

Eppure non era mai lo stesso.

Da bambino non sapevo che anche il silenzio avesse un’età.

C’erano sere in cui bastava ascoltare una porta chiudersi in un’altra stanza per sentirmi al sicuro. Non avevo bisogno di vedere nessuno. Mi bastava sapere che qualcuno era lì, dall’altra parte del corridoio, a vivere la stessa casa insieme a me.

Gli anni, allora, sembravano troppo grandi per poter finire.

Oggi, quando rincaso, la porta si apre con lo stesso gesto di sempre.

Solo che quella mano è diventata la mia.

E quel silenzio, che un tempo mi proteggeva, adesso mi accoglie.

Ci sono giorni in cui mi sorprendo a fare le stesse cose senza ricordare quando ho iniziato a farle.

Appoggio le chiavi. Mi fermo un istante. Guardo una stanza che non assomiglia a nessuna di quelle in cui sono cresciuto.

Eppure qualcosa mi trattiene.

Non è il pavimento.

Non sono le pareti.

Non è nemmeno la luce.

È quella sensazione sottile che nessuno riesce a spiegare, quando un luogo comincia lentamente a conoscere il nostro modo di respirare.

Fuori il vento attraversa le tende.

Per un attimo sembrano le stesse di tanti anni fa.

Poi cambiano.

O forse sono io ad aver cambiato il modo di guardarle.

Da bambino attraversavo la casa per cercare qualcuno.

Oggi la attraverso cercando di non disturbare nessuno.

Eppure è lo stesso cammino.

Resto ancora qualche secondo sulla soglia.

Ci sono ingressi che separano una stanza dall’altra.

E ce ne sono altri che dividono, senza fare rumore, ciò che eravamo da ciò che siamo diventati.

Ogni volta che attraverso una porta, ho l’impressione che qualcun altro la stia attraversando insieme a me.

Quel bambino non mi cammina accanto.

Mi abita.

È incredibile come il tempo non cambi i gesti.

Cambia soltanto il motivo per cui li compiamo.

Ed è allora che capisco una cosa che il tempo non mi aveva mai detto con le parole.

Le case non invecchiano insieme a noi.

Continuano semplicemente ad aspettare il momento in cui torniamo a riconoscerci.


Into the Home

Home non è la casa che abbiamo lasciato. È il modo in cui il tempo continua ad abitare i nostri gesti, finché un giorno ci accorgiamo che quei gesti sono diventati il focolare di qualcun altro.

4 risposte a “Home”

  1. 🎀 E’ particolare il tuo stare nell’ATTIMO ~ Nel presente e nel passato attraversi l’attimo, lo ripercorri finemente, e gli dai respiro, vita, anima (colore, suono o silenzio, luce) ~ L’attimo diventa la “casa” del tempo che custodisce e racconta, l’habitat che si aggiorna e palpita, sempre casa, sempre vita ~ 🎀 Ecco, oltre al valore del “restare” noto spesso nei tuoi scritti il ricorrere dell’ “attendere”, che in fondo e’ una espressione del restare, dell’esserci, dell’osservare senza mai lasciare, virando, volando, forma invisibile del pensiero che trascende, sempre lanciato e sempre connesso ~ Penso questo …

    1. Grazie per il tuo commento…come sempre..Mi hai fatto notare una cosa molto vera, e ti ringrazio perché è uno di quei dettagli che chi scrive rischia di non vedere più.

      La ripetizione di alcune parole è un limite mio. Scrivo tantissimo, spesso più testi nello stesso periodo, e senza accorgermene certi termini diventano punti di raccordo del pensiero. Succede un po’ come nel linguaggio parlato… c’è chi ripete spesso “cioè”, chi dice “hai capito?” quasi a ogni frase. Sono parole che finiscono per seguire il ritmo del respiro prima ancora di quello della scrittura.

      Nel mio caso, poi, sono anche parole che sento profondamente. Tornano spontanee perché appartengono al mio modo di guardare il mondo. Il vero lavoro dovrebbe iniziare proprio dopo, nella rilettura… avere la lucidità di accorgermene e trovare immagini nuove, metafore diverse, strade inattese che dicano la stessa cosa senza ripercorrere sempre gli stessi sentieri. Ma spesso non lo faccio per fretta…

      Osservazioni come la tua mi aiutano proprio in questo. Mi ricordano che ogni parola merita di essere scelta una seconda volta.

      Grazie di cuore.

      1. 🎀 A dire il vero, credo che ciascuno detenga un proprio personalissimo “linguaggio”, (modalita’ espressiva alla quale Lacan attribuiva importanza peculiare in relazione alla psicoanalusi ed alla conoscenza ~ 🎀 Il ricorrere di alcune parole significanti e’ la pregevole punteggiatura del pensiero individuale quando si presenta con la propria autenticita’.

    2. Mi hai regalato una lettura che va oltre le parole e ti ringrazio davvero. Hai colto un aspetto che sento profondamente… Home non parla soltanto di una casa, ma di quel luogo interiore in cui il tempo continua ad abitare anche quando tutto sembra cambiato. È il posto dove i ricordi non restano fermi, ma respirano insieme a noi e ci aiutano a comprendere chi stiamo diventando.

      Hai ragione anche sull’attendere. Per me non è immobilità…. è un modo di rimanere disponibili alla vita, senza smettere di osservare ciò che, nel silenzio, sta già cambiando. E credo che, spesso, siano proprio le attese più autentiche a condurci verso la nostra vera casa.

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